Home Opinioni DRAGHI E LA DIAGNOSI SENZA TERAPIA… E SENZA MEMORIA

DRAGHI E LA DIAGNOSI SENZA TERAPIA… E SENZA MEMORIA

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Mario Draghi ha tenuto l’ennesimo discorso sull’Europa. Ieri l’altro, in occasione del Meeting (ciellino) di Rimini ha definito l’Ue un continente marginale nelle grandi crisi globali, incapace di affermare la propria influenza, dipendente da altri attori strategici e divisa al proprio interno. Ha parlato di illusioni evaporate, di debito comune, di “28esimo regime”, di produttività e di dazi da rimuovere.

Ma una riflessione molto netta appare doverosa: non ha detto nulla che non sapessimo già! Da anni studiosi, osservatori, imprenditori e persino cittadini comuni percepiscono questi limiti. Le guerre ai confini dell’Europa, la dipendenza energetica e tecnologica, la fragilità delle nostre istituzioni, l’incapacità di prendere decisioni comuni rapide: sono fatti noti, visibili, quotidiani. Non serve certo il sermone di Draghi per aprirci gli occhi!

Ciò che manca – e qui sta il punto – sono soluzioni nuove, concrete, praticabili. L’Ue non ha bisogno dell’ennesima diagnosi ma di una terapia. Draghi ha parlato come se fosse ancora al timone della BCE, con un linguaggio asciutto, da grande tecnico ma distante dalla realtà di chi oggi subisce davvero le conseguenze dell’impotenza europea: imprese schiacciate dalla burocrazia e dalla concorrenza sleale, giovani che fuggono per mancanza di opportunità, cittadini che assistono impotenti all’irrilevanza geopolitica, ecc.

Il vero dramma è che il dibattito rimane sempre sospeso tra grandi principi e nessuna operatività. Sappiamo che servirebbe più integrazione fiscale, un esercito comune, una politica industriale coordinata e una strategia energetica condivisa. Ma rimane tutto fermo a livello di annunci e richiami retorici: è come se i leader europei si limitassero a dire “ci vuole più Europa” senza mai dire come; e soprattutto senza mai avere il coraggio di rompere davvero gli equilibri nazionali che bloccano l’Unione.

Ed è qui che nasce la mia critica più dura: da figure come Draghi, osannate come “salvatori” e intellettuali di riferimento, ci si aspetterebbe la capacità di incidere, di proporre passi concreti e di indicare strade precise. Non il compitino ripetuto a memoria. Perché un conto è constatare che siamo deboli, marginali e dipendenti; altro è avere il coraggio di dire chi deve fare cosa, quando e con quali strumenti. L’Europa di oggi non ha bisogno di “profeti del già noto”, ma di artigiani del cambiamento. Chi ha avuto ruoli di potere non può tornare sulla scena solo per recitare la lista delle criticità: deve sporcarsi le mani, offrire piani concreti, accettare il rischio di sbagliare. Invece, ancora una volta, abbiamo assistito a un sermone elegante ma sterile.

A ben vedere, servono costruttori del futuro, capaci di proporre soluzioni operative, rischiose, magari imperfette, ma concrete. Senza questa volontà, l’Europa rimarrà un gigante economico e un nano politico costretta ad ascoltare sermoni anziché scrivere la propria storia (sic).

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  • Redazione

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