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DISTENSIONE O ESCALATION?

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di Carlo Di Stanislao

“Se inviti un orso a ballare, non sei tu a decidere quando il ballo è finito”
Antico proverbio russo 

 
L’ “effetto Trump” – colui che dice di volere la pace in un giorno – per ora è paradossale. Invece della distensione ci si avvia verso una escalation. L’instabilità attuale, infatti, nasce anche dall’imminente avvicendamento a Washington. Ognuno dei protagonisti vuole rafforzare la propria posizione prima della nuova fase del conflitto, a cui parteciperà un presidente imprevedibile. Ma l’escalation ha anche una logica sua, dettata dalla guerra, una logica, come dimostrano le parole di Putin, che potrebbe diventare pericolosamente fuori controllo.

Biden, in carica fino al 20 gennaio, decide, insieme agli inglesi, di alzare il livello dello scontro, autorizzando Kiev a usare missili a lungo raggio in terra russa. Ne aveva parlato con Trump?  

 
Così il leader russo prima ha ampliato la possibilità, se attaccato, di usare armi nucleari, poi ha lanciato un missile balistico (senza ovviamente testate atomiche) per dimostrare che è pronto a qualunque mossa per proteggere i suoi soldati e anche quelli nordcoreani, la nuova carne da cannone del conflitto.
 
La mossa politicamente più rilevante di queste ore però è stata quella di Zelenski il quale ha dichiarato in una intervista a Fox News che «non possiamo perdere decine di migliaia di uomini per la Crimea», aggiungendo: «Siamo pronti a riportarla indietro per via diplomatica». Ci volevano mille giorni di guerra e innumerevoli vittime per arrivarci? 
 
Più o meno la stessa cosa l’aveva detta un anno fa l’allora capo di stato maggiore Usa Mark Milley. Tra un po’ forse il presidente ucraino ci dirà che anche sul Donbas si potrà trattare. Zelenski è lo stesso che qualche settimana fa andava a Washington da Biden per presentare il suo «piano per la vittoria» e adesso fa gli scongiuri per non essere abbandonato da Trump.
 
Ora l’Occidente, a partire dall’Ue, deve capire cosa vuole in Ucraina e quello che vuole Putin. Inutile nascondersi dietro a un dito: questa è stata una guerra che la Nato ha condotto per procura, almeno così l’hanno percepita Putin e la maggior parte dei russi. Non solo. Mosca da questa vicenda vuole uscire come potenza vincitrice e questo complica il ruolo di mediatore dell’”amico” Trump.
 
Il nocciolo della questione è questo: Biden non voleva cedere a un’intesa con Putin e ha alimentato questo conflitto tra ucraini e russi anche quando era vice di Obama, Trump pare più propenso a riconoscere a Mosca una “sfera di influenza”, per poi dedicarsi al rapporto che lo interessa e lo preoccupa di più, quello con la Cina. Ma la trattativa con Mosca è ben più complicata di come tende a illustrarla Trump con le sue guasconate per di più ora alle prese con le ultime decisioni di Biden. Putin non scherza. 
 
Sono d’accordo con Luca Leonardo D’Agostini che nel 2018 nel libro controcorrente “Dalla parte del presidente Putin” aveva scritto: “Nei Paesi occidentali la demonizzazione del Presidente della Federazione Russa, ha raggiunto livelli di vera e propria isteria” perché invece ci sono  una serie di fatti, circostanze e considerazioni utili per comprendere la totale falsità delle accuse mosse dal sistema mediatico occidentale nei confronti del Presidente Vladimir Putin e capire che non basta sfogliare i giornali la mattina  o guardare i telegiornali la sera per dividere buoni dai cattivi e non capire assolutamente nulla.
 

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  • Redazione

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