Home Opinioni DAVVERO RIEMERGE LA COSIDDETTA SINISTRA?

DAVVERO RIEMERGE LA COSIDDETTA SINISTRA?

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di Carlo Di Stanislao
 
“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano a fianco dei lavoratori e degli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”
Enrico Berlinguer
 
“SI sta diffondendo l’idea che se scegli l’uno o l’altro non cambia e non si incide”
Gabriella Cerami
 
È straniante commentare i risultati elettorali del centrosinistra senza fare alcuna analisi della sconfitta. Un po’ come spezzare una tradizione, abituarsi a nuovi sistemi sconosciuti. Eppure, il successo in Emilia Romagna e in Umbria è stato netto: mantenere una roccaforte rossa e riprendere una regione alla destra è un segnale forte in un periodo costellato da avanzate sovraniste in ogni angolo del pianeta. Non sono state nemmeno delle vittorie risicate: numeri alla mano possiamo parlare di trionfo senza appellarci al sensazionalismo. Nonostante questo, se proprio dobbiamo fare i pignoli, parlare di vittoria del “centrosinistra” non è corretto. 
 
Per quanto possa andare avanti arrancando la narrazione del campo largo, a dominare è stato il PD, con gli altri partiti della coalizione obliterati dalla vera vincitrice di queste tornate elettorali: Elly Schlein.
 
I dati possono aiutarci a capire la portata di questo fenomeno. In Emilia Romagna il candidato sostenuto dalla coalizione di centrosinistra, Michele De Pascale, ha nettamente sconfitto la candidata di centrodestra Elena Ugolini. 
 
Se analizziamo i voti dei singoli partiti a sinistra, il PD ha ottenuto il 42,9% e il Movimento Cinque Stelle il 3,5%, sconfitto anche da Alleanza Verdi e Sinistra (5,3%) e dalla lista civica legata a De Pascale (3,8). A destra, Fratelli d’Italia si è fermato al 23,7% e, ancora una volta, la Lega è finita sotto Forza Italia (entrambi i partiti intorno al 5%). Sì, presentarsi uniti e sostenere lo stesso candidato aiuta a livello di percezione di coesione, ma poi di fatto c’è un partito a trainare tutto il centrosinistra. 
 
Va bene che il M5S alle regionali non sfondava nemmeno durante i suoi anni d’oro, ma un partito in rotta con i suoi stessi creatori (Grillo e Casaleggio) e che ottiene il 40% in meno del suo competitor di coalizione è sostanzialmente una creatura morta, inconsapevole di esserlo.
 
Comunque ora che sembrava morto, riecco il centrosinistra.  La coalizione dei partiti di opposizione – tutti insieme, anche se non con tutti i simboli visibili – vince in Emilia-Romagna (e questo era prevedibile) e si riprende l’Umbria, dove la partita era più aperta. Il campo largo vince con due sindaci: quello di Ravenna, Michele De Pascale, 39 anni, uomo del Pd; quella di Assisi, Stefania Proietti, una manager e docente universitaria, una “civica” insomma. 
 
È la dimostrazione che “uniti si vince”, commenta la segretaria del Pd Elly Schlein. Esultano Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ma anche Matteo Renzi, che fa pesare agli alleati la sua esclusione dalla coalizione in Liguria, unica Regione – delle tre al voto in questa tornata – in cui il campo largo è uscito sconfitto: “Il centrosinistra unito vince. Il centrosinistra diviso perde. Lo dice la matematica da sempre, lo conferma la politica oggi”. 
 
Come noto, però, né in Emilia né in Umbria il simbolo di Italia viva compariva sulle schede. 
 
In più va detto che, sotto il profilo delle percentuali, in elezioni amministrative come queste la grandissima parte dello sforzo ancora una volta lo fa il Pd: i vertici del partito definiscono le percentuali in Emilia Romagna e in Umbria “straordinarie” (rispettivamente sopra al 40 e sopra al 30), anche se poi bisognerà fare un po’ di calcoli e ricalcoli con i voti assoluti, visto il tonfo dell’affluenza che conferma la tendenza alla disaffezione degli elettori nelle ultime tornate. Soprattutto non votano giovani e i ceti popolari, e questo è un segnale molto grave.
 
Durante la campagna elettorale del 2013 gli italiani impiegarono oltre due mesi per capire cosa significasse – o volesse significare – l’affermazione un po’ arrogante e un po’ sgangherata di Pier Luigi Bersani: «Stavolta dobbiamo smacchiare il giaguaro». Mentre la Destra col suo linguaggio fisico, la sua prossemica inequivocabile e la sua semantica un po’ malconcia ma certamente più efficace, macinava numeri, intenzioni, auspici e promesse espresse perlopiù a vanvera, la Sinistra trascorse più di due mesi a svelare al mondo il presunto mistero del giaguaro. Quando ci riuscì le elezioni si erano già tenute, il risultato fu così striminzito che per portare a morte naturale quella Legislatura ci vollero ben tre presidenti del Consiglio (Letta 2013/14, Renzi 2014/16 e Gentiloni 2016/18). Cosa ci fa un giaguaro in una campagna elettorale? La stessa aspettativa di vita di un gatto in tangenziale. Cosa avrà mai da spartire coi bisogni di un popolo che intende essere guidato, amministrato e talvolta consolato? Solo nel 2019, sei anni dopo quella infelice e tortuosa trovata che passò alla storia come una caduta da cavallo senza nemmeno esserci mai salito, 
 
Bersani trovò il coraggio e l’ironia per commentarla: «Era un modo di dire che ai vecchi baroni andava data una smacchiata, tra i vecchi baroni c’era ovviamente anche il Berlusca». Un “non sense” da cinema muto. Che ai più attenti, tuttavia, stava già dicendo quale deriva autoreferenziale stesse prendendo la Sinistra italiana. E perché era impossibile correggerne la rotta.
 
Ma siamo certi che ora la rotta sia stata corretta?
 
Un esercito sfibrato, disilluso, stanco e sfiduciato. È l’identikit della base del partito che ha fatto man bassa a queste elezioni regionali in Emilia Romagna. Vale a dire il partito degli astenuti. Ovvero chi ha scelto di non andare alle urne. Cioè oltre un cittadino su due tra coloro che hanno diritto di voto.  La disaffezione dell’elettorato è un leitmotiv in crescendo. E non solo in Emilia Romagna e Umbria.
 
Lo dicono i dati che mostrano un’affluenza in calo anche nelle altre quattro regionali andate in scena nel corso del 2024. In Sardegna aveva votato il 52,4% degli aventi diritto, in Abruzzo il 52,19%, in Basilicata il 49% e in Piemonte – dove è andata meglio – non si è comunque arrivati al 56%.
 
E su due milioni di astenuti 800.000 sono giovani: ovvero le prospettive ed il futuro.

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  • Redazione

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