
di Cosimo Risi
Il conflitto in Medio Oriente ha un perdente certo. Il Primo Ministro Benjamin Bibi Netanyahu sembra destinato all’uscita quale che sia l’esito del conflitto sul campo. A maggiore ragione se Israele riuscisse a ripulire Gaza da Hamas e restituire la Striscia ad un’Autorità Palestinese ricostruita attorno ad una dirigenza meno vetusta.
Dal 7 ottobre il Segretario di Stato USA si è recato ben quattro volte in Israele. Si dirà che la matrice ebraica rende Antony Blinken naturalmente solidale con quel paese. E d’altronde gli Ambasciatori USA in Israele sono ebrei, compreso l’ultimo appena officiato dal Congresso. E così gli inviati speciali del Presidente in carica. Quello di Donald Trump era suo genero e amico di famiglia di Netanyahu. Tutto si può imputare agli Americani ma non la scarsa conoscenza dei luoghi e delle persone.
Nella dirigenza americana si profila la consapevolezza che il Primo Ministro è stato abile persino nello schivare le responsabilità immediate della crisi. Responsabilità per negligenza o per avere delegittimato parte dell’apparato di sicurezza con una riforma giudiziaria che molti membri di quell’apparato giudicavano perniciosa per la democrazia? Il Primo Ministro è stato infatti abile nello schivare le dimissioni per costituire un Gabinetto di guerra con il rivale più accreditato, Binyamin Benny Gantz.
Gantz è stato Capo di Stato Maggiore della Difesa, dell’ambiente militare conosce gli umori profondi, è in grado di spingere l’improvvisata coalizione verso la vittoria. La vittoria, appunto, sul terreno, l’esito del conflitto è prevedibile data la sproporzione delle forze. Dopo la guerra bisogna vincere la pace. Una pace o comunque un accomodamento con la parte palestinese è essenziale. Si può sradicare Hamas con una campagna senza tregua, non si può sradicare il malcontento profondo di una popolazione che si sente violata nei diritti essenziali. L’odio continuerebbe a covare e si appresterebbe ad esplodere alla prima utile occasione.
Per Washington l’attuale Primo Ministro ha esibito la totale noncuranza delle esigenze della controparte. Ha farcito il suo ultimo Governo di elementi della destra estrema, che ritengono di avere un diritto divino sulla terra del Grande Israele e non nascondono l’aspirazione a liberarsi di tutti gli Arabi, anche quelli con cittadinanza israeliana.
Urge una nuova leadership in Israele, in un processo simmetrico rispetto all’Autorità Palestinese. Nel cerchio della vecchia opposizione di centro-sinistra, il solo Gantz ha accettato di entrare nel Gabinetto di guerra e mettere la sordina alle riserve sulla politica di Netanyahu. Yair Lapid, il precedente Primo Ministro, è rimasto fuori. Attende che arrivi il suo turno in quanto elemento idoneo ad un rapporto costruttivo con i Palestinesi e con la parte dell’elettorato interno che si sente tradito dalla deriva autoritaria del Likud e degli alleati.
C’è un’ovvia sfasatura fra i fatti militari ed i fatti politici. La battaglia continua con il suo bagaglio di strazi umani. La diplomazia opera dietro le quinte per dare un futuro ad una Terra ripiegata sul passato: dal passato biblico all’ottomano.
Il Presidente turco Recep Erdogan, memore dei fasti peraltro discutibili dell’Impero Ottomano, si propone come mediatore della contesa. Il ruolo del mediatore gli aggrada, sta giocando la stessa carta nella crisi russo-ucraina. Per dare credibilità al ruolo dichiara che Hamas difende certi legittimi interessi e richiama per consultazioni il proprio Ambasciatore a Tel Aviv.
Non ha fortuna il Gruppo dei Conservatori e Riformisti europei (ECR), cui aderisce Fratelli d’Italia. Il Likud è un membro terzo associato dell’ECR, la frequentazione della Presidente Giorgia Meloni con Netanyahu è cordiale. A lui si rivolse subito dopo la vittoria elettorale del 2022. Un partito che inalbera la fiamma tricolore aveva bisogno di una liberatoria circa i trascorsi anti-semiti. Il leader israeliano era la persona giusta per rilasciare la certificazione.
Lo scenario 2024 potrebbe confermare la coalizione di popolari e socialisti nel Governo dell’Unione europea e vedere l’uscita del Likud dal Governo d’Israele. Il che renderebbe l’ECR irrilevante in scenari decisivi.





