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Russia – Africa: la geopolitica delle porte

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Russia - Africa: la geopolitica delle porte

La vera trasformazione in atto è la politicizzazione della geografia

La Russia sta cercando una nuova porta d’accesso all’Africa occidentale e il porto di Lomé, in Togo, può diventare il punto di ingresso di una direttrice logistica verso il Sahel.

La cooperazione russo-togolese discussa a Lomé alla fine di settembre non riguarda soltanto commercio ed economia, ma si inserisce in una ricerca più ampia di connessioni portuali, terrestri e logistiche attraverso le quali Mosca può consolidare la propria presenza nell’Africa occidentale e proiettarsi verso i mercati del Sahel.

La posizione di Lomé, dice molto una costa atlantica collegata a un sistema di corridoi che penetrano verso l’interno del continente.

Quasi nello stesso momento, ma sulla sponda opposta dell’Africa, accade qualcosa di altrettanto significativo.

Il 4 ottobre, nella città di New Alamein, sul Mediterraneo egiziano, Abdel Fattah al-Sisi ha riunito i leader di Eritrea, Somalia e Sudan per un vertice consultivo quadrilaterale dedicato agli sviluppi nel Corno d’Africa, alla sicurezza del Mar Rosso e alla cooperazione politica ed economica regionale.

Non è stato soltanto un incontro diplomatico, i quattro Paesi hanno deciso di rafforzare il coordinamento e di creare un meccanismo permanente di follow-up, prevedendo anche consultazioni periodiche.

Ed è soprattutto la geografia dei quattro partecipanti a rendere il vertice interessante.

Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia compongono, da nord a sud, una fascia quasi continua lungo il sistema marittimo che dal Mediterraneo e dal Canale di Suez scende attraverso il Mar Rosso, arriva al Golfo di Aden e si affaccia sull’Oceano Indiano.

Non sono semplicemente quattro Paesi che condividono problemi di sicurezza, sono quattro Stati collocati lungo una delle principali direttrici marittime del pianeta.

La dichiarazione di Al Alamein lo rende esplicito.

I quattro leader hanno riaffermato la libertà di navigazione e, soprattutto, hanno sostenuto che la governance del Mar Rosso debba essere responsabilità esclusiva degli Stati rivieraschi.

Hanno inoltre richiamato la sicurezza della navigazione nel Golfo di Aden e nello stretto di Bab el-Mandeb, mentre, sul piano economico, hanno discusso di infrastrutture, energia, commercio e connettività regionale.

Il vertice va oltre la diplomazia regionale, questi Stati stanno affermando che la loro posizione geografica deve tradursi in capacità politica.

Il Mar Rosso non viene considerato semplicemente come uno spazio internazionale attraversato dalle grandi rotte commerciali, ma come uno spazio strategico nel quale gli Stati costieri rivendicano un ruolo determinante e l’elemento più delicato resta l’Etiopia.

Addis Abeba non era al tavolo di Al Alamein. Questo non significa che sia stata formalmente “esclusa” dal vertice, e sarebbe improprio sostenerlo senza una dichiarazione in tal senso.

Ma la sua assenza acquista un peso particolare perché l’Etiopia è la grande potenza del Corno d’Africa priva di sbocco al mare, mentre gli altri quattro Paesi presenti al vertice dispongono, complessivamente, di una straordinaria continuità geografica lungo le rotte che conducono al Mar Rosso e a Bab el-Mandeb.

Non è casuale che nella dichiarazione di Al Alamein compaia anche il tema del Nilo. I quattro Paesi hanno ribadito il principio di non arrecare danno agli Stati a valle e hanno respinto misure unilaterali che possano incidere sugli utilizzi esistenti delle acque del Nilo da parte dei due Stati a valle, Egitto e Sudan.

Quindi, Mar Rosso, accesso al mare, Nilo, Somalia, Eritrea, Sudan ed Egitto appartengono alla stessa geometria strategica nella quale l’Etiopia occupa una posizione centrale proprio perché è dentro il sistema geografico ma fuori dalla sua fascia costiera.

Il vertice di Al Alamein non è semplicemente una nuova alleanza regionale, ma il tentativo di trasformare una continuità geografica in una piattaforma di coordinamento politico, economico e strategico.

A questo punto Lomé e Al Alamein smettono di essere due episodi separati, perché a ovest, la Russia cerca un accesso portuale capace di collegare Atlantico, Africa occidentale e Sahel.

A est, quattro Stati africani cercano di coordinare la propria posizione lungo una direttrice che comprende Suez, Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Oceano Indiano.

La vera trasformazione non è semplicemente la proliferazione dei corridoi. È la politicizzazione della geografia.

Un porto acquista valore perché apre una direttrice verso l’interno. Un Paese acquista peso perché controlla un tratto di costa. Uno stretto diventa una leva perché attraverso di esso passano le rotte globali.

Uno Stato senza sbocco al mare è costretto a trasformare l’accesso alle coste in una questione strategica. E un gruppo di Stati rivieraschi può cercare di trasformare la propria continuità geografica in una capacità collettiva di negoziazione.

Dal porto di Lomé al Sahel, dal Mar Rosso a Bab el-Mandeb, fino alla questione dell’accesso etiope al mare, la partita non è soltanto sul controllo dei territori. È sulla possibilità di decidere quali territori saranno attraversati, da quali rotte, attraverso quali porti e a quali condizioni.

La geopolitica dei corridoi, prima ancora di essere una politica delle infrastrutture, è una politica della geografia.

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