Home Politica estera Hormuz riscrive l’energia

Hormuz riscrive l’energia

0
Hormuz riscrive l'energia

Il carbone che il mondo non ha mai abbandonato

C’è una parola che, nel racconto della nuova crisi energetica provocata da Hormuz, che rischia di rimanere sullo sfondo.

Una parola di cui parliamo sempre meno, perché nella narrazione della transizione energetica pensiamo che appartenga ormai al passato ed è il carbone.

Eppure, è proprio il carbone una delle conseguenze più significative della crisi che sta ridisegnando le rotte dell’energia.

L’International Energy Agency ha appena rivisto al rialzo le proprie previsioni, nel 2026 la domanda mondiale di carbone dovrebbe crescere dell’1,2%, raggiungendo 8,94 miliardi di tonnellate.

Un nuovo massimo storico nonostante i decenni di politiche climatiche, nonostante gli impegni sulla riduzione delle emissioni, nonostante la crescita delle rinnovabili, il mondo brucerà quest’anno più carbone che mai.

È un dato che merita di essere osservato non come una curiosità statistica, ma come una lezione di geopolitica.

Hormuz, in questo caso, non sta facendo tornare il carbone direttamente, nessun carico di carbone passa dallo Stretto.

È il gas che viene colpito, il blocco delle rotte del GNL restringe l’offerta, fa salire i prezzi e rende nuovamente conveniente, o semplicemente necessario, ricorrere al carbone là dove esistono centrali disponibili.

È la logica elementare della sicurezza energetica; quando una fonte diventa improvvisamente scarsa, costosa o geopoliticamente vulnerabile, un sistema energetico cerca un’altra fonte.

Ecco la contraddizione che per troppo tempo abbiamo preferito non vedere.

Il carbone non era scomparso, non lo era in Cina, che continua a essere di gran lunga il maggiore consumatore mondiale, e neanche in India.

Non lo era in Indonesia, dove resta una componente strutturale del sistema elettrico e dell’industria energivora. Non lo era in Vietnam, nelle Filippine, in Malesia.

E non lo era nemmeno completamente nelle economie avanzate, dove centrali considerate destinate al pensionamento sono rimaste disponibili come capacità di sicurezza.

La stessa IEA rileva che Cina e India hanno rappresentato insieme il 71% dei consumi mondiali di carbone nel 2024. E la produzione globale nel 2025 è rimasta intorno a 9,1 miliardi di tonnellate.

Questo significa che il problema non è che il carbone «ritorna». Il problema è che non è mai realmente uscito dal sistema energetico mondiale. È uscito, almeno in parte, dal nostro immaginario.

Abbiamo confuso la transizione energetica di alcune economie avanzate con la transizione energetica del mondo. Abbiamo osservato l’Europa, abbiamo osservato alcune grandi economie occidentali, abbiamo visto chiudere centrali, fissato obiettivi di decarbonizzazione e costruito una narrazione nella quale il carbone sembrava ormai destinato a diventare marginale.

Forse tornava meglio così, ma la memoria conta, non fu un caso che già nell’estate del 2024, mentre la Shanghai Cooperation Organization, SCO, si riuniva ad Astana, nel Kazakistan, il carbone fosse parte di una più ampia dinamica di riconfigurazione energetica e commerciale dell’Eurasia.

Proprio in quei mesi la Russia avviava le prime spedizioni ferroviarie di carbone verso l’India attraverso il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud, il NSTC, la grande infrastruttura di connettività che collega la Russia all’Iran e, quindi, all’India, aggirando le tradizionali direttrici occidentali.

Il punto non è soltanto il carbone in sé. È ciò che il suo movimento racconta.

Mentre una parte dell’Occidente costruiva la propria strategia energetica intorno alla progressiva uscita dal carbone, Russia, India e altri Paesi eurasiatici stavano costruendo corridoi attraverso i quali continuare a far circolare energia e materie prime al di fuori delle rotte tradizionali.

Il carbone, dunque, non era semplicemente una fonte del passato che resisteva al cambiamento. Diventava anche una merce dentro la nuova geografia della connettività eurasiatica.

Ed è questa la prospettiva che oggi Hormuz rende ancora più evidente. Le fonti energetiche non possono essere separate dalle infrastrutture che consentono di trasportarle dai corridoi commerciali che le collegano ai mercati e dalle alleanze attraverso le quali gli Stati cercano di ridurre la propria vulnerabilità.

Il vero cambiamento non riguarda quindi soltanto quali fonti utilizziamo, ma chi le controlla, da dove provengono, attraverso quali rotte viaggiano e quali Stati sono in grado di garantirne l’accesso quando le rotte tradizionali diventano vulnerabili.

Praticamente, quella filiera di infrastrutture di cui stiamo parlando continuamente. Ed è proprio qui con il carbone, che avevamo quasi smesso di vedere, che torna a raccontare la geopolitica dell’energia nella sua verità.

Praticamente la geografia dell’energia raccontava un’altra storia.

Mentre una parte del mondo chiudeva centrali a carbone, un’altra continuava a costruirle, ad alimentarle, a utilizzarle come assicurazione contro la volatilità del gas, come sostegno alla crescita industriale e, soprattutto, come strumento di autonomia energetica.

Quest’autonomia oggi torna centrale. Cina, India e Indonesia non conservano il carbone soltanto per inerzia industriale. In molti casi lo considerano una forma di sicurezza, una risorsa disponibile sul proprio territorio o comunque inserita in filiere che controllano, capace di ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali del gas.

Ed è significativo che, proprio mentre la crisi di Hormuz mette sotto pressione il GNL, alcuni Paesi stiano rivalutando il ruolo del carbone domestico per ridurre la propria vulnerabilità alle forniture internazionali e alla volatilità dei prezzi del gas.

È la stessa logica che avevamo già visto emergere nelle precedenti crisi energetiche. Quando la sicurezza delle forniture entra in conflitto con gli obiettivi di decarbonizzazione, gli Stati tornano a privilegiare ciò che possono controllare.

La parola «sovranità» torna ad avere un peso decisivo.

La crisi di Hormuz dimostra che la questione energetica non può essere ridotta alla scelta fra fossili e rinnovabili. È anche una questione di rotte, infrastrutture, disponibilità fisica delle risorse, capacità industriale, prezzi e vulnerabilità geopolitica.

Una centrale solare può aumentare la propria produzione quando c’è sole. Una centrale eolica quando c’è vento.

Ma un sistema industriale ha bisogno anche di sapere cosa accade quando una rotta commerciale viene interrotta, quando il GNL non arriva, quando il prezzo del gas esplode, quando l’idroelettrico è penalizzato dalla siccità o quando la domanda elettrica cresce più rapidamente dell’offerta.

La crisi di Hormuz ci obbliga dunque a guardare oltre il petrolio.

Abbiamo scritto molto del ridisegno delle rotte petrolifere, della vulnerabilità dello Stretto, delle alternative all’energia proveniente dal Golfo, della nuova geografia del commercio energetico.

Ma il vero effetto sistemico potrebbe essere più ampio Hormuz sta dimostrando quanto sia interdipendente l’intero sistema delle fonti, è una catena geopolitica.

C’è un’altra ironia che non possiamo ignorare. Proprio mentre il mondo continua a dichiarare l’obiettivo della neutralità climatica, una crisi geopolitica può riportare ai massimi storici il consumo della fonte fossile più emissiva.

Non significa che la transizione energetica sia fallita. Significa qualcosa di più complesso, che la transizione non procede lungo una linea retta.

Per questo, il dato delle 8,94 miliardi di tonnellate di carbone non dovrebbe essere letto come una semplice anomalia del 2026, ma come un avvertimento.

Quanto siamo davvero pronti a rinunciare alle fonti fossili se, alla prima grande crisi geopolitica, il sistema energetico mondiale torna a cercare proprio quelle che avevamo dichiarato superate?

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui