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Bandiere di gruppi terroristici al sit-in contro ddl Antisemitismo

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Bandiere di gruppi terroristici

Sotto Montecitorio 250 sigle di sinistra protestano insieme al Campo largo

Hanno cantato per gli assassini: “Viva Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah”. E hanno mischiato le bandiere di quei gruppi terroristici con quelle della pace.

Sotto le finestre del Parlamento, mercoledì in pieno giorno, per protestare contro la legge sull’antisemitismo.

Chissà se mai sapremo se si tratti di vero convincimento, di un plagio di massa o piuttosto di un rincoglionimento senile.

Visto che le più scatenate erano delle signore âgée e che molti dei partecipanti apparivano loro coetanei.

Vale la pena ricordare per chi si cantava, perché, a furia di sigle, ci si dimentica dei fatti.

Hamas è l’organizzazione che il 7 ottobre 2023 ha bruciato vive le famiglie nei kibbutz, ha violentato le ragazze al festival di Nova e ha trascinato a Gaza gli ostaggi, compresi i bambini.

Hezbollah è la milizia sciita che ha inaugurato l’era delle autobombe con le stragi di Beirut del 1983 e a cui la giustizia argentina attribuisce l’attentato contro il centro ebraico di Buenos Aires del 1994.

Il Fronte Popolare è quello dei dirottamenti degli anni Settanta e dell’assassinio di un ministro israeliano nel 2001.

Hamas e Fronte Popolare stanno nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Di Hezbollah l’Europa, con una distinzione ormai teologica e comoda agli affari francesi, ci mette solo l’ala militare. Come se le autobombe non le fabbricasse l’ala civile.

Ecco a chi si augurava gloria eterna sotto le finestre della Camera dei deputati.

E chi la augurava?

Non i ragazzi con il volto coperto dei cortei del sabato. Quella piazza aveva i capelli bianchi. Signore sopra i sessanta che intonavano il ritornello con il sorriso giulivo di chi cantava alla festa dell’Unità negli anni Ottanta.

Stavano lì, con accanto un uomo col berretto militare e la faccia stanca di chi non guarda più nemmeno il palco, fermo sotto la bandiera gialla di Hezbollah e quella dell’Iran.

Sono i reduci dei girotondi del 2002. La stessa gente che poi nel 2003 appendeva la Pace alle finestre contro la guerra in Iraq. L’ha portata davanti a Montecitorio per una manifestazione in cui si è inneggiato alla guerra santa.

Viene da supporre una presenza più per motivi di solitudine che per consapevolezza ideologica.

È questo il paradosso che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia militato a sinistra.

Quella bandiera la inventò un pacifista laico nel 1961 e la portarono sui balconi, 40 anni dopo, i cattolici del dissenso e Pax Christi.

Adesso sventola per un movimento che ha nello statuto fondativo lo sterminio degli ebrei.

Chi la regge non ha mai letto quello statuto, ma ha letto Gino Strada e per lui la pace è ancora stare dalla parte di chi ha meno bombe.

Che poi chi ha meno bombe voglia gli ebrei morti non entra nel quadro, perché il quadro è fermo al 2003 e nessuno l’ha aggiornato.

Il meccanismo ha una storia precisa.

Questa generazione ha imparato negli anni Settanta che il palestinese era il Vietnam del Mediterraneo. Allora l’OLP era laica, di sinistra, con i fazzoletti rossi accanto alla kefiah. Si poteva stare con Arafat senza rinnegare niente.

Poi l’OLP è sparita dal nostro immaginario. Al suo posto sono arrivati Hamas e Hezbollah.

Cioè la sharia, le donne velate, gli omosessuali trucidati. Tutto quello che la signora con i capelli bianchi avrà combattuto per una vita.

Ma la kefiah è rimasta la stessa e lei ha continuato a seguirla, senza accorgersi che chi la portava non era più lo stesso. Ha cambiato padrone senza cambiare bandiera.

Chi doveva dirglielo? Il partito, la sezione, il sindacato, il giornale. Non ci sono più.

L’unico che le parla ancora di Palestina è la ragazza con il megafono di Potere al Popolo, che la Palestina l’ha imparata su TikTok.

La trasmissione si è rovesciata. Non sono i vecchi che educano i giovani, sono i giovani che portano i vecchi. Una generazione che ha fatto il ’68 finisce a fare da coro a una che confonde la resistenza con la jihad.

Ed è così che torna l’antisemitismo, senza facce cattive.

Non serve più il picchiatore con il manganello. Bastano tre signore che cantano una filastrocca senza sapere che è nata per scherzo da un ascoltatore della Zanzara.

Convincimento, plagio o rincoglionimento, il risultato è lo stesso. Chi gli ebrei li vuole morti ringrazia.

Concediamo tutto quello che c’è da concedere. Gli organizzatori a un certo punto hanno gridato basta, il gruppo con le bandiere era sparuto, la piazza era in maggioranza pacifica.

Ma quando il ritornello è partito, nessuno è salito sul palco a dire “fuori”.
Al cantante che rivendicava la presenza di Hezbollah in piazza, un’organizzatrice ha risposto “lo dici tu che c’è anche Hezbollah”.

Lo ha zittito, negando quello che tutti avevano sentito con le proprie orecchie e visto sulle bandiere.

Poteva essere abbastanza, ma non lo era. In piazza, con la bandiera di Hezbollah a due metri, c’era pure una delegazione dei “Preti contro il genocidio”.

Sono i seguaci del parroco di Mortora, passato alle cronache per avere celebrato il Corpus Domini con una veste sacra nei colori della bandiera palestinese. Tanto per sottolineare la sua equidistanza.

E ora la parte che riguarda chi ha uno stipendio da parlamentare.

Alla manifestazione sono andati deputati del Movimento 5 Stelle, il capogruppo in testa e l’ex presidente della Camera per il PD Laura Boldrini. Sono andati a dire che criticare Israele non è antisemitismo.

Poi la piazza si è messa a cantare per chi gli ebrei li ammazza. Boldrini ha chiesto “chi c’è?”, ha finito le dichiarazioni e dopo ha diffuso una ferma condanna delle bandiere di Hamas.

Una nota scritta, non un microfono preso in mano davanti a quella gente. E la condanna è arrivata insieme alla conferma del no al ddl.

La piazza aveva appena dimostrato perché quella legge serve, lei ne ha tratto la conclusione opposta.

Gli altri deputati hanno preso la porta.

Angelo Bonelli di AVS, più prudente, non è andato affatto. Ha spiegato che non voleva essere associato ad alcune bandiere. Dunque sapeva quali bandiere avrebbe trovato. Lo sapevano tutti.

Il partito che fu di Berlinguer oggi non ha una linea sull’antisemitismo. La segreteria pensa all’astensione, i riformisti votano sì, l’ala movimentista scende in piazza con chi canta per Nasrallah. Il solito casino.

E nei salotti bene si discute se la definizione internazionale di antisemitismo sia un bavaglio. Mentre sotto le finestre della Camera si prova che quella definizione è necessaria.

Perché quella piazza ha fatto il lavoro che il Parlamento non ha avuto il coraggio di finire.

Ha dimostrato da sola che la distinzione tra critica a Israele e odio per gli ebrei, nella pratica, non regge: sono venuti a dire una cosa e hanno finito per cantare l’altra.

Nel 1982, dopo Sabra e Chatila, la sinistra andò in piazza contro Israele e nessuno cantò per chi ammazzava ebrei.

Nel 2026 si canta per Nasrallah e i deputati si squagliano prima.

La differenza non sta nella piazza. Sta in chi non la sa più governare e preferisce non guardarla.

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