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Corno d’Africa e Penisola Arabica: due archi della stessa crisi

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Corno d'Africa e Penisola Arabica

Dove va l’uno, va anche l’altra

La situazione che vediamo oggi in corso nel Corno d’Africa e nella Penisola Arabica è molto fluida e allude a ulteriori cambiamenti il cui impatto, seppur facilmente prevedibile e soprattutto auspicabile, potrà giungere in tempi verosimilmente assai brevi.

Quel che è certo, è che già oggi assistiamo a un’impressionante rapidità nella loro evoluzione.

1. La guerra civile in Sudan

Nel Sudan, il conflitto tra le forze Armate Sudanesi (SAF) e lo Forze di Supporto Rapido (RSF) vede smottare una fase d’attrito prolungato che per molto tempo era destinata cronicizzarsi nel lento logoramento delle prime a vantaggio delle seconde.

Quel rapporto di forza s’è nel frattempo rovesciato, con le SAF che hanno consolidato il loro controllo nel nord, nell’est e nel centro del Paese, da Khartum al Kordofan settentrionale, mentre le RSF accusano sempre maggiori difficoltà in aree un tempo giudicate loro territorio pressoché imprendibile come il Darfur o lo stesso Kordofan ad ovest.

Il 2026 ha visto avanzamenti rilevanti per le SAF a Bara, a marzo, e ad Hamrat al-Wiz e Al-Safiya, a settembre, con pressioni su fronti multipli che hanno spezzato vari assedi tentati dalle RSF.

Non si contano ormai più le defezioni di membri e capi locali delle RSF e del SPLM-N loro alleato a vantaggio delle SAF, mentre crescenti dissidi tra la tribù araba dei Rizeigat nell’ovest del Paese ed il capo delle RSF, Mohamed Dagalo Hemedti, a cui era contiguo e che fin dai primordi l’avevano rifornito di nuove reclute, paiono oggi indicare un indebolimento del “serbatoio militare” su cui le stesse RSF, ovvero gli ex Janjaweed, avevano lungamente basato la loro potenza.

Con le defezioni d’importanti capi locali come Al-Nour Ahmed “Al-Qubba”, ed altri, mezzi, intelligence e truppe sono così passate dalle RSF alle SAF, caratterizzando tutti gli ultimi mesi del 2026.

Le RSF, che all’occhio di molti osservatori erano sembrate al culmine della potenza allorché, ad ottobre 2025, avevano conquistato Al-Fasher, con gravi ma purtroppo non nuovi massacri che avevano impressionato l’opinione pubblica internazionale, non sono tuttavia ancora collassate; controllano infatti ancora ampie zone dell’ovest, avvalendosi soprattutto della dronistica per colpire aree come El Obeid, a danno d’infrastrutture e civili, e beneficiano di rotte esterne di combattenti, armi e logistica.

Il caso dei duemila mercenari colombiani operativi in Darfur e Kordofan, recati alle RSF tramite ponti aerei e logistici dagli EAU tramite le rotte Somaliland/Puntland – Etiopia e Libia – Ciad, ha trovato ad esempio attenzione in un rapporto ONU uscito proprio questo mese; e non diversamente è stato, ancora lo scorso febbraio, per la notizia di un campo d’addestramento per le RSF in Etiopia, nella regione del Benishangul-Gumuz.

Comprensibilmente, tali fatti hanno inasprito nel corso del tempo i rapporti tra il Governo sudanese e le controparti emiratine ed etiopiche, come ultimamente pure ciadiane, con recenti scontri frontalieri.

Il tutto, mentre le SAF hanno progressivamente aumentato le loro capacità nella dronistica e nella difesa antidrone grazie al prezioso sostegno sin qui ricevuto da alleati come Egitto, Arabia Saudita, Turchia ed Iran.

2. La guerra civile in Etiopia

In Etiopia, il governo di Abiy Ahmed affronta intanto insorgenze multiple che si legano all’inattuazione, di per sé già allora facilmente prevedibile, degli Accordi di Pretoria del 2022 che avevano posto fine al conflitto del Tigray tra Esercito Federale (ENDF) e Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF).

Oggi TPLF, FANO, OLA, ANURF ed altri movimenti a carattere etno-politico etiopici, dinanzi alla crescente aggressività di Addis Abeba verso le popolazioni che rappresentano, ovvero Tigrini, Amhara, Oromo, Afar, o ancora Somali dell’Ogaden, si sono coalizzati contro il governo del Prosperity Party di Abiy Ahmed fino ad esprimere l’intenzione di rovesciarlo, come da parole del leader FANO Zemene Kassie.

Anche in questo caso non si contano ormai più i casi di defezione o resa d’interi reparti dell’ENDF a vantaggio delle forze insorgenti, FANO per prime, ad indicare il crescente indebolimento dell’Esercito Federale etiopico e del Governo che dovrebbe difendere.

Tuttavia, definire la coalizione Tsimdo come una deliberata scelta interetnica per abbattere il Governo di Abiy Ahmed appare riduttivo e tendenzioso.

Ciò è semmai conseguenza dell’ostilità fin qui espressa dalla stessa Addis Abeba verso le popolazioni interne, escluse dalla politica nazionale, oltre che verso il Sudan, dove sostiene la guerra civile scatenata dalle RSF, e verso l’Eritrea, contro cui da mesi minaccia l’invasione militare per occuparne il porto di Assab.

È noto, infatti, che l’Accordo di Pretoria del 2022 non sia stato rispettato perché il Governo etiopico, evitando il disarmo del TPLF, intendeva usarlo per muovere guerra all’Eritrea.

Non volendo più guerra nel loro territorio, le popolazioni tigrine sono state le prime a quel punto ad opporsi, mentre la situazione continuava a degenerare anche negli altri Stati federati etiopici come Amhara, Oromia, Afar, Ogaden e via dicendo.

Il fatto che oggi la coalizione Tsimdo veda unite le popolazioni locali, insieme ai Beja del Sudan orientale e a quelle dell’Eritrea indica, dunque, una volontà più volte espressa e rivendicata di costruire una pace condivisa nel Corno d’Africa in luogo della guerra permanente su cui Abiy Ahmed ha sin qui retto il suo potere, in un divide et impera che ha ormai finito con l’eroderne le fondamenta.

Gli scontri notati in tutto l’anno nel Tigray hanno visto le forze militari del TPLF, le TDF, conquistare aree come Alamata e Korem, e respingere la spinta dell’ENDF lungo il confine etiopico.

Vari droni etiopici Baykar Akinci sono stati abbattuti dalle forze sudanesi, contro cui l’ENDF è da allora in crescente attrito, mentre la partecipazione di combattenti del TPLF al fianco delle SAF appare un fatto ormai più che notorio; l’Eritrea, dal canto suo, fornisce a Khartum, come al TPLF, un affidabile retroterra dove, ad esempio, in più occasioni gli aerei dell’aviazione sudanese hanno potuto riparare salvandosi dai droni delle RSF, oltre al supporto diplomatico, logistico, umanitario e d’addestramento.

In più occasioni è stato pure vociferato di una presenza di forze eritree in Sudan al fianco delle SAF, ma è senza dubbio molto più verosimile che Asmara abbia invece preferito, al coinvolgimento diretto, la formazione e l’addestramento dei combattenti sudanesi, a cominciare dai Beja, popolazione che è anche tra le sue nove etnie e rappresenta uno degli “anelli di fratellanza” tra paesi come Sudan ed Eritrea.

La politica eritrea è di costruire pace ed integrazione, non guerra e divisione; tanto più in presenza d’ostilità causate da interferenze esterne, come purtroppo sempre avvenuto in una regione quale il Corno d’Africa, dove non a caso nessun conflitto ha mai tratto origine da cause interne e dove l’integrazione regionale risulta tuttora minore rispetto alle altre grandi regioni del Continente Africano.

3. La guerra civile nello Yemen

Sull’altra sponda del Corno d’Africa, ultimamente Ansarallah ha registrato avanzamenti concreti con la presa, il 10 settembre, del porto strategico di Mokha.

Ciò ne rafforza la presa su Bab el-Mandeb, segnando il culmine dopo giornate di offensive contro le forze del governo riconosciuto, il Consiglio Presidenziale di Guida, sostenuto da Riyad e da milizie come la Resistenza Nazionale di Tareq Saleh, nipote del vecchio Presidente yemenita, o il Consiglio di Transizione Meiridonale, legato agli EAU.

Ansarallah ha preso anche Hays, Al-Khokha, il campo militare Khalid Ibn al-Walid o ancora isole come Zuqar, mentre le forze del Consiglio Presidenziale di Guida hanno dovuto riparare a sud, a Dhubab.

Il rafforzamento di Ansarallah lungo la costa occidentale e meridionale s’appaia a quella dell’alleata Teheran su Hormuz, garantendo all’Asse della Resistenza una doppia e completa influenza di due corridoi logistici di primaria importanza per l’economia globale.

Nel mentre, i rinnovati attacchi di Ansarallah contro obiettivi sauditi, tra basi aeree ed infrastrutture petrolifere, cementano ancor più la presa del “Partito di Dio” sulla mano di Riyad e dei suoi alleati, garantendogli un potere negoziale decisamente maggiore a quello sino a pochi mesi fa fotografato dal vecchio accordo provvisorio del 2022, che aveva posto termine all’aggressione di Arabia Saudita ed EAU contro Sanaa, saltato lo scorso luglio.

Anche se in termini geografici l’area controllata da Ansarallah, corrispondente all’incirca al vecchio Yemen del Nord, può apparire modesta rispetto a quella in mano al Consiglio Presidenziale di Guida, grossomodo pari al vecchio Yemen del Sud, è proprio là che risiede l’80% della popolazione yemenita.

Inoltre, la prima è un’area a carattere prevalentemente montuoso, contrariamente all’altra che è invece soprattutto desertica, meno abitabile e priva d’analoghe difese naturali.

Lo Yemen del Nord, con la sua carsica istituzione dell’Imamato che in passato ha più volte espresso dinastie regnanti e combattenti tenaci contro le occupazioni straniere, pur ospitando oggi un governo non internazionalmente riconosciuto come quello di Ansarallah è oggi la vera e più solida animale statuale yemenita; mentre il governo al sud, il Consiglio Presidenziale di Guida, appare un’entità scarsamente in grado di rappresentare l’identità nazionale e popolare, come provato pure dalle difficoltà saudite a compensarne con massicce forniture militari la debolezza delle truppe, disomogenee e demoralizzate.

Tanto che, per quanto a capo di un governo internazionalmente riconosciuto, il suo Presidente, Rashad al-Alimi, neppure risiede in patria, nella capitale meridionale e provvisoria Aden, ma a Riyad, sotto tutela saudita. Ragioni di sicurezza, legate alla poca popolarità, sconsigliano di far diversamente.

4. Perché il ritorno ai tavoli negoziali

L’Arabia Saudita ha chiesto al Pakistan, membro del Patto di Mutua Difesa della Mecca, d’intervenire presso l’Iran affinché induca l’alleato Ansarallah a cessare le ostilità; Teheran, dal canto suo, ha risposto che non può decidere e negoziare al suo posto e che, per tornare ai negoziati, Riyad deve togliere le sanzioni applicate a Sanaa dal 2015 e da allora mai più revocate, neanche a seguito dell’accordo provvisorio del 2022, oltre a rispettare i termini di quest’ultimo in tutti i suoi articoli.

Tornare alla piattaforma del 2022, ampliandola nella portata in virtù dell’accresciuto potere negoziale nel mentre ottenuto da Ansarallah, costituisce dunque l’unica via per attenuare e spegnere le ostilità.

L’Oman, che ha ospitato negoziati tra parti saudite e yemenite fino a poche settimane fa, ha più volte rinnovato la sua disponibilità a riavviarli, mentre anche in questa crisi il ruolo del Pakistan come grande negoziatore in Medio Oriente pare affacciarsi consolidandone il peso regionale.

Il ritorno ai negoziati, complessivamente, vale per tutta la catena di conflitti che insanguina Medio Oriente, Corno d’Africa e Valle del Nilo.

Dal Libano all’Iran, dallo Yemen alla Somalia e al Sudan, l’accettazione di negoziati che ratifichino la reale situazione maturata sul campo è l’unica soluzione per chi, in alternativa, è destinato unicamente a compromettersi in una lunga guerra di logoramento da cui potrebbe perdere molto più delle sue residuali posizioni odierne.

La pervicacia di EAU ed Israele nel sostenere l’Etiopia nella corsa verso Nilo e Mar Rosso, con pressioni su Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia; o nel sostenere forze come il Consiglio di Transizione Meridionale in seno al Consiglio Presidenziale di Guida, così da infuire nei suoi equilibri interni guadagnandosi una sponda nello Yemen del Sud; e la convinzione dell’Arabia Saudita di poter isolare lo Yemen dalla crisi scoppiata dal 28 febbraio con l’attacco israelo-americano all’Iran, preservandovi lo status quo post 2022 col controllo del Consiglio Presidenziale di Guida.

Ebbene, tutto ciò si lega a progetti strategici e geopolitici ormai antistorici e superati dagli eventi.

Dal Golfo Persico al Mar Rosso, dalla Penisola Arabica al Corno d’Africa, fino alla Valle del Nilo, gli equilibri vanno ormai ricalibrandosi verso altre direzioni, favorevoli ad attori più resistenti e resilienti, vicini all’Asse della Resistenza o neutralmente costruttivi nei suoi confronti.

Sudan, Eritrea, Pakistan, Oman, Turchia, Egitto, con la loro capacità di sviluppare ponti tra attori entrati localmente in collisione, dispongono oggi di preziose chiavi per sciogliere una grande crisi geopolitica che non si limita alle loro sole regioni.

Dopotutto, Corno d’Africa e Penisola Arabica, e in senso ancora più ampio tutta l’area dalla Valle del Nilo al Medio Oriente, è un’unica grande regione, un unico grande ecosistema che oggi ospita due paralleli e congiunti archi di una sola crisi.

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