Conflittualità massimalista, enfatizzazione della contrattazione, la partecipazione
Un bellissimo articolo recente del nostro direttore, Silvano Danesi, dal titolo “Il valore attuale del riformismo del laboratorio bresciano” mi ha stimolato una serie di riflessioni e per questo ho voluto dare un mio contributo su quello che è avvenuto anche a livello nazionale, essendo stato per moltissimi anni segretario confederale[i].
La lunga marcia del sindacato italiano è sempre stata contraddistinta da contrapposizioni laceranti sul ruolo che dovesse avere nella società. Si sono scontrate spesso due anime, quella massimalista da una parte e quella riformista dall’altra.
Oltretutto lo stesso avveniva nei partiti di sinistra che spesso hanno condizionato anche il sindacato. Nella sinistra, nel 1921, un primo conflitto fra massimalismo e riformismo, produsse la scissione del partito socialista e la fondazione da parte dell’area massimalista del partito comunista e, successivamente, questa contrapposizione spesso vide divisi i due partiti della sinistra.
Forti avvisaglie nel sindacato si ebbero alla fine degli anni 40, con l’ampliamento delle divisioni all’interno del sindacato, fra le due aree di pensiero, in particolare sul ruolo che questo dovesse ricoprire nella società.
Con la proclamazione dello sciopero generale, dopo l’attentato a Togliatti da parte della Cgil, si aprì una discussione fra le diverse aree, che portò all’uscita dall’unica organizzazione sindacale di allora, di due sue componenti, quella cattolica e quella socialdemocratica, socialista e repubblicana. Cosi nel 1950, nacquero la UIL, la Cisl oltre alla Cgil.
Le differenze di valutazione e di azione fra l’area riformista e l’area massimalista riguardavano il ruolo partecipativo del sindacato nelle scelte di politica economica, considerato un’utopia di pochi e mai accettato dalla parte più estremista del movimento.
Le tre anime del sindacato si contraddistinguevano sulle strategie in questo modo: la conflittualità massimalistica, finalizzata al legame ideologico con il partito, in cui il sindacato era considerato una sua vera e propria cinghia di trasmissione; l’enfatizzazione della contrattazione, come unica strategia sindacale, con l’obiettivo di ottenere risultati attraverso “lo scambio”; il sindacato partecipativo, considerato quale l’unico in grado di legare le scelte di politica macroeconomica con quelle microeconomiche, attraverso relazioni industriali partecipative e concertate.
Queste tre anime hanno guidato nel tempo l’azione delle tre organizzazioni e inciso sul loro ruolo nella società e nella programmazione economica.
È evidente come nel tempo si sia riproposto più volte l’eterno scontro tra massimalismo e riformismo. Voglio ricordarne alcuni di quelli che io ritengo più significativi.
Nel 1954, la vertenza sul c.d. “conglobamento” per l’unificazione dei vari elementi che costituivano allora la retribuzione, si concluse con un accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil.
Nel 1962, il governo di centro-sinistra, con l’allora Ministro del Bilancio La Malfa, chiese ai sindacati di graduare le rivendicazioni, così da non indebolire il raggiungimento degli obiettivi del programma. In cambio della “responsabilità” e della moderazione dei miglioramenti salariali, il Governo offriva ai lavoratori la compartecipazione alle riforme.
La Cgil all’inizio si dimostrò favorevole, proponendo “il piano d’impresa”. Successivamente abbandonò il piano d’impresa, e si mise all’opposizione. La Cisl, in quel periodo, più che alla democrazia economica, era interessata a un ruolo di mera politica di contrattazione, ebbe anch’essa un ripensamento, che sfociò nella proposta della “politica dello scambio”.
La UIL rimase convinta della validità della proposta governativa, poiché quella strategia di responsabilità e partecipazione l’aveva nel suo DNA.
Erano gli anni della forte contestazione nel Paese, ma anche gli anni del primo centro sinistra, che vide la forte opposizione del Pci, che influenzò il dibattito e l’azione sindacale.
Eppure furono gli anni delle riforme: la scuola dell’obbligo; il superamento delle discriminazioni per le donne e per i giovani; l’istituzione delle Regioni; un nuovo sistema di welfare a partire dalla riforma delle pensioni; lo Statuto dei lavoratori; l’unificazione dei minimi tabellari attraverso l’eliminazione delle zone salariali; la nazionalizzazione dell’energia elettrica; l’uscita dalla Confindustria delle aziende a partecipazione statale; la messa in discussione della censura nella comunicazione televisiva e cinematografica; la legge sul divorzio.
Una pausa di questo continuo scontro si ebbe nel 1972 con la nascita della Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil.
Il 30 marzo del 1977 il Governo e la federazione unitaria, firmano un accordo sul costo del lavoro e su altri temi. Il 6 aprile al teatro Lirico di Milano cominciano le furiose contestazione da parte di alcuni Consigli dei delegati, circa 300 di essi si schierano contro quell’accordo.
La situazione dell’Italia nel 1978, fu caratterizzata dalla più grave crisi economica del dopoguerra e dal conseguente massiccio attacco da parte delle classi dominanti sulle condizioni di lavoro e di vita dei ceti popolari, ma anche da un profondo cambiamento della società, che ha vissuto e non può dimenticarle all’improvviso esperienze di massa, che originatesi tra gli studenti e tra gli operai coinvolsero i ceti sociali più diversi.
Nel 1978 si scelse la strada della condivisione da parte del sindacato delle necessarie strategie di espansione produttiva con la cosiddetta “Piattaforma dell’EUR”.
Il 13 e 14 febbraio si tenne a Roma, l’Assemblea Nazionale dei quadri e dei delegati e dei tre consigli generali di UIL, Cgil, Cisl per varare la piattaforma dell’EUR.
Fu una piattaforma molto osteggiata, perché il sindacato doveva assumersi delle responsabilità che alcuni massimalisti del movimento sindacale contestavano, anche con qualche forma di violenza e non solo verbale.
Parlare di partecipazione, di programmazione e di democrazia economica e sindacale voleva significare uscire dagli stereotipi del sindacato.
Fu anche il periodo dell’unità nazionale che alimentò altri momenti di divisione fra le organizzazioni sindacali. Lama, segretario generale Cgil, in un’intervista al quotidiano Repubblica spiegò che i lavoratori sarebbero dovuti farsi carico dell’economia e quindi avrebbero dovuto accettare la politica economica di moderazione.
Nello stesso tempo affermò che il salario era una variabile dipendente dell’economia, cosa che in passato la Cgil non aveva mai accettato.
Nella fase dell’unita nazionale, la UIL e la Cisl, considerarono la posizione della Cgil acquiescente verso il governo e dato che per la prima volta il PCI era coinvolto nella maggioranza, anche una caduta di autonomia della Cgil nei confronti del partito.
Questi convincimenti le portò a prendere le distanze. Si crearono scontri fra posizioni diverse, che non solo riguardavano il rapporto con il governo, ma anche la conseguente azione sindacale.
La piattaforma dell’EUR fu considerata da una parte della Cgil, quella massimalista, un cambio del ruolo del sindacato. Iniziò una vivace polemica sulla proposta di un presunto ruolo moderato del sindacato.
I massimalisti accusavano i riformisti di usare il movimento sindacale in modo subordinato a disegni strategici, diversi da quelli che gli erano propri, con la conseguenza di dare, di fatto, una delega ai partiti e al quadro politico sulle questioni sociali, facendo così venire meno l’autonomia del sindacato.
Le polemiche furono provocate anche dal “nuovo” ruolo della Cgil, che abbandonava l’anima conflittuale per diventare acquiescente verso le politiche governative.
La UIL, pur considerando l’unica strategia del sindacato la partecipazione e la corresponsabilizzazione nella politica economica, sostenne che le proposte del Governo dovessero essere valutate in piena autonomia e solo sul merito.
Lo scontro sulla scala mobile
Altro momento difficile, nel luglio 1980, fu la consultazione dei lavoratori sulla piattaforma dei “dieci punti” che registrò, le più accese proteste sulla parte riguardante il fondo di solidarietà.
Tale meccanismo prevedeva un contributo dello 0,50% da prelevare nelle buste paga e da destinare alla solidarietà per i lavoratori costretti a uscire dal ciclo produttivo.
La sinistra extraparlamentare, accusò il sindacato di aver accettato la politica congiunturale del governo e criticò il prelievo forzoso, perché in contraddizione con il principio della solidarietà; inoltre, non ne condivideva la finalizzazione, perché avrebbe cambiato anche il ruolo del sindacato, in quanto, per lo strumento proposto, si intravedeva una funzione cogestionale.
Il direttivo unitario approvò il fondo di solidarietà ed espresse un giudizio “non negativo” sulle misure del governo. Il governo aveva aumentato gli assegni familiari del 50%, ma la discussione si spostò sulla esigenza di toccare la scala mobile. Anche in questa occasione le anime massimaliste e riformiste si scontrarono violentemente.
Il dibattito sindacale divenne nuovamente conflittuale sulla necessità di porre un freno alla scala mobile. Affrontare questo tema non fu facile, date le opposizioni in molti settori del mondo del lavoro a qualsiasi modifica di un automatismo che proteggeva i salari dall’inflazione.
Nel movimento sindacale, tuttavia, si andava sempre più diffondendo la necessità di combattere l’inflazione, quale elemento perverso di falcidia del potere di acquisto, di salari e pensioni.
La UIL e la Cisl, in cambio della disponibilità a rivedere il meccanismo, chiesero un intervento efficace per aumentare l’occupazione, controllare i prezzi e le tariffe e una compartecipazione alle scelte economiche.
Il sindacato, di fronte a questa diatriba, fra partecipazione o antagonismo, fu costretto a misurarsi con un avvenimento epocale. Tutto iniziò con uno scontro con la FIAT e con la proclamazione di uno sciopero generale di 4 ore. I lavoratori fecero davanti alla fabbrica un duro picchettaggio.
Il PCI condivise la lotta, testimoniandolo con la presenza, davanti ai cancelli della Fiat, del segretario Enrico Berlinguer. Egli espresse la solidarietà del suo partito ai lavoratori che erano in sciopero, ma così facendo contribuì ad appoggiare solo le parti più estremiste.
Mentre continuavano i picchettaggi, successe un fatto imprevedibile, che cambiò profondamente i rapporti di forza e determinò nel Paese una consapevolezza di un avvenimento epocale che avrebbe cambiato le lotte, i loro protagonisti e il sostegno alle lotte sindacali da parte dell’opinione pubblica. 40 mila quadri e capi, guidati da Luigi Arisio, organizzarono una manifestazione a Torino.
Essi marciarono attraverso la città, rivendicando il loro diritto al lavoro[ii]. Ciò pose fine alla vertenza FIAT che durava da 35 giorni e che aveva raggiunti momenti di tensione assai aspri fra le stesse organizzazioni sindacali, con la stipula dell’accordo unitariamente.
Il 18 gennaio 1983, sciopero generale dell’industria a sostegno dei contratti. La manifestazione per evitare nuovi incidenti si svolsero senza comizi. Fu un fatto senza precedenti nella storia del sindacato italiano.
Ormai non era più gestibile lo scontro nel sindacato fra comunisti e gli altri. È il continuò ripetersi alla fine portò alla rottura della Federazione Unitaria.
Un tema che provocò ulteriore differenziazione fu quello della lotta all’inflazione. Il Governo, con Spadolini prima e con Craxi poi, ridusse notevolmente l’inflazione, portandola dalle due cifre di prima a una.
Con il governo Craxi si arrivò allo scontro di S. Valentino, in quanto il Governo per abbattere l’inflazione, propose il taglio di alcuni punti della scala mobile.
Si riunì il direttivo Cgil, Cisl, UIL, dopo oltre un anno di pausa, per i conflitti fra le confederazioni sul ruolo del sindacato. Nei giorni precedenti si moltiplicarono le iniziative dei consigli di fabbrica “autoconvocati” dai quali si dissociarono Cisl, UIL e i socialisti della Cgil.
La Cgil si disse disponibile a ridurre la scala mobile, ma chiese un recupero nell’anno successivo.
La riunione che si tenne all’Hotel Midas di Roma, si concluse nel pomeriggio da Pierre Carniti che dal microfono affermò: “La segreteria Cgil, Cisl UIL ritiene opportuno chiudere il direttivo prendendo atto che sui criteri e sull’entità della manovra salariale non c’è accordo fra noi”.
Fu la rottura del Patto federativo. Le tre confederazioni riunirono separatamente i propri organismi dirigenti.
I consigli autoconvocati
I consigli di fabbrica “autoconvocati” delle aziende metalmeccaniche, chimiche, alimentariste, dell’editoria, del commercio e degli uffici statali e parastati, degli ospedali e delle aziende municipalizzate proclamarono uno sciopero generale.
Mentre UIL, Cisl e socialisti della Cgil concordarono con le misure del Governo, il resto della Cgil le respinse con forza.
Trentin dichiarò: “Per legge non possono imporci proprio nulla. Vedremo se quel decreto diventerà legge, vedremo se lo faranno, vedremo se riusciranno ad applicarlo, a farlo diventare realtà nelle fabbriche. Comunque noi non cadremo nella trappola[iii]“.
In questa posizione di rottura la Cgil fu supportata dal Pci, che avviò un confronto con Lama, che, per la verità, non condivideva del tutto la posizione del partito comunista. La discussione fu se raggiungere un accordo oppure no sul protocollo d’intesa per il patto antiinflazione.
La UIL e la Cisl, nonostante il parere negativo della Cgil, comunicarono formalmente la loro adesione. Analoga comunicazione fu inviata da tutte le organizzazioni imprenditoriali che parteciparono agli incontri. Il decreto fu approvato dal Consiglio dei ministri, il 14 febbraio del 1984
Dato emblematico fu il fatto che questi provvedimenti e le divisioni sindacali, cambiarono il Paese da tanti punti di vista, non solo sindacali, ma anche politici. Soprattutto i media, tendenti a sinistra, e una parte degli intellettuali di quell’aria, abituati all’egemonia della Cgil, rimasero colpiti, anche se mantennero un atteggiamento ambiguo.
Il momento fu di grande tensione, infatti, le fabbriche milanesi fecero a gara nell’inviare telegrammi e ordini del giorno, nei quali invitavano i vertici nazionali a non firmare. Le aziende metalmeccaniche di Brescia sospesero per un’ora il lavoro e si autoconvocarono in assemblea.
In un ennesimo sciopero “spontaneo”, successe un fatto increscioso, durante il corteo un gruppo di giovani si staccò per lanciare oggetti di vario tipo contro la sede della UIL, in via Salvini a Milano.
Con questa grande spaccatura iniziò il confronto nelle fabbriche, nella quali furono utilizzati meccanismi che da anni non venivano più proposti: volantinaggi di sigla, strumentalizzazioni, divisioni fra buoni e cattivi e persino aggressioni fisiche.
Furono promosse marce e scioperi, dove i compagni con i quali si era, fino a poco tempo prima, diviso sogni, speranze, illusioni e obiettivi diventarono, all’improvviso, nemici e furono usati soprattutto aggettivi irripetibili verso gli altri, messi al bando con il marchio di traditori e fascisti.
Emersero settarismi, prevaricazioni, frustrazioni e divisioni che lasciarono il segno e non sarebbero state facilmente dimenticate. Il sindacato visse in quel periodo uno dei momenti peggiori[iv]
Il 21 novembre 1984, sciopero generale sul fisco e sul punto di contingenza. Benvenuto fu fischiato a Milano[v]. Un altro duro e pericoloso momento vissuto a Milano, che rischiava di vanificare sempre di più il lavoro unitario e di risvegliare anche il terrorismo.
Gli incidenti furono drammatici e pericolosi, con lanci di bulloni e monete che costrinsero Benvenuto a non continuare.
Il presidente del Consiglio Craxi, espresse la sua solidarietà a Benvenuto: “fatto oggetto – disse in un comunicato – di un’aggressione irresponsabile da parte di elementi e gruppi organizzati[vi]“.
La UIL decise di mettere in mora i consigli di fabbrica dell’Alfa Romeo e della Breda, avendoli identificati come i responsabili. Restava da valutare ancora quello della Pirelli. Su uno dei pochi temi di contenuto unitario, lo scontro era da considerarsi di estrema e particolare gravità.
Si passò dal dissenso sul merito a una nuova forma di criminalizzazione e di aggressione preordinata, con lancio di bulloni, biglie e monete, al fine deliberato di annullare la rappresentatività e il diritto di espressione di una intera organizzazione.
Un articolo dell’Unità scrisse: “Ma in fabbrica ci si accorge che Cgil, Cisl e UIL stanno facendo un tentativo, estremo, per non sfasciare tutto. Che l’unità sul fisco è importante, sull’occupazione pure, sui contratti aziendali idem?[vii]“.
Questa alea di contestazione perenne fu dovuta al fatto che una parte del sindacato non fu capace di svincolarsi dalle scelte del proprio partito e non acquisì una cultura di governo che era insista proprio nella svolta dell’EUR.
Questo drammatico momento di divisione e di aggressione ebbe dei soggetti ben individuati. Da un lato vi fu il tentativo del PCI di drammatizzare la divisione nella sinistra e nel sindacato, alimentando un clima di scontri del tutto sproporzionati nella misura oltre che immotivati nella sostanza.
Dall’altro nella Cgil tornarono a esprimersi posizioni estremistiche di vecchio stampo operaistiche e pratiche di stretto collateralismo nella logica dello “splendido isolamento” comunista. E
ancora non mancarono anche da parte del mondo imprenditoriale le posizioni più intransigenti tese a negare l’utilità di un sistema di relazioni industriali e a ragionare e a muoversi, a propria volta, in termini di scambio nei confronti del potere politico.
Per concludere questa parte sul confronto sulla scala mobile si andò ad un referendum, proposto dal PCI, che spaccò ulteriormente il sindacato e portò all’interruzione del percorso unitario.
Il referendum del giugno 1985, inaspettatamente, fu vinto da chi sostenne l’accordo con il Governo. Dopo l’esito, le prime dichiarazioni di Benvenuto furono rivolte a fare qualsiasi sforzo per ritrovare l’unità.
Nel 1992, ancora scontri sulla scala mobile, durante il governo Amato. Il ministro del Tesoro Carli, inviò una circolare alle amministrazioni in cui si decretava di non pagare il punto di contingenza di maggio.
La Cgil diffidò il governo a non farlo, chiese, invece, di dare alle amministrazioni le necessarie disposizioni per il pagamento. Annunciò che avrebbe presentato un ricorso al Tar per la sospensione della circolare del ministro del Tesoro.
Dopo tante polemiche, discussioni e difficoltà di vario genere, cominciò la trattativa triangolare fra Governo, sindacati e Confindustria. In questo frangente, il governo Amato varò una delle più dure manovre finanziarie ed elaborò una serie di misure che intervennero, contestualmente, sulla previdenza, sulla pubblica amministrazione, sul fisco, sulla finanza locale e sulla sanità, per complessivi 90 miliardi. Il governo Amato fu anche quello dell’abolizione della scala mobile e del salto di un triennio dei contratti del pubblico impiego.
Trentin firma e si dimette
Trentin, dopo aver firmato l’accordo con il governo sulla manovra finanziaria, insieme a Cisl e UIL, il giorno successivo, si dimise, in quanto la segreteria della Cgil si dichiarò contraria ai contenuti dell’accordo.
Il senatore Luciano Lama sostenne: “Quando una Nazione si trova in condizioni di tanto malessere e difficoltà, ebbene i lavoratori non possono chiamarsi fuori[viii]“.
Fu, fuor di dubbio, una critica al gruppo dirigente della Cgil che si era chiamato fuori dall’accordo e aveva appoggiato le proteste, allontanandosi così dal percorso unitario.
La Cgil, attraversata da polemiche e divisioni, organizzò assemblee solo dei suoi iscritti per contestare l’accordo del 31 luglio. Non aiutò il percorso unitario anche la dura opposizione del PdS all’accordo, in quanto creò un ulteriore spaccatura anche con i socialisti della stessa confederazione.
Purtroppo, in Italia, il clima pesante che si era determinato in Cgil, portò alle prime contestazioni violente contro dirigenti sindacali. Il 22 settembre a Firenze viene aggredito Bruno Trentin con uova e bulloni e picchiato con due pugni da un infermiere, dopo che fu accerchiata la sua macchina.
Dai tempi degli anni di piombo, da quando Lama fu contestato all’università di Roma, non succedevano attacchi di questo genere verso i dirigenti sindacali.
Nel 1993, con il Governo Ciampi, Cgil, Cisl e UIL sottoscrissero il Protocollo sulle politiche dei redditi, dell’occupazione e sugli assetti contrattuali. Tutto nacque dal 1991 fino il 31 luglio del 1992 (Governo Amato, ministro del Lavoro, Cristofori) in cui fu raggiunto l’accordo, piuttosto sofferto che comunque non era risolutivo. I negoziati ripresero il 25 maggio dell’anno successivo (Governo Ciampi, ministro del lavoro Giugni)”[ix].
Fu un accordo che è poco definirlo storico. Si aprì nel sindacato la consultazione con i lavoratori. Votarono 889 mila lavoratori, in 27 mila assemblee. I voti furono il 67,05% di si[x]. Quindi, sulla base di questo consenso, in una consultazione definita da Trentin “mai così grande”, il 23 luglio si firmò.
Anche in quest’occasione, in prima battuta ci fu una forte opposizione dell’area interna di sinistra della Cgil e dei sindacati autonomi, che alimentarono il «no» nelle assemblee di consultazione che si svolsero in tutta Italia tra i lavoratori, dove comunque prevalse il sostegno all’accordo.
segue
[i] Tratto liberamente dal libro di A. Foccillo, 2023, Diario di un mediano, Edizioni Ponte Sisto di Capocci editore;
[ii] E. Mattina, La marcia dei 40000, Lavoro Italiano, luglio 1980
[iii] M. Fuccillo, Trentin: “Non credo che la Cisl e la Uil vogliono suicidarsi”, la Repubblica del 15.2.84.
[iv] A. Foccillo, 2010, La politica dei redditi e la sua giuridicità, Aracne, Roma
[v] L. Scheggi Merlini,1985, Il Ritorno del Gigante, Franco Angeli
[vi] L. Purisiol, La Uil durissima accusa “questi i provocatori”. Corriere della sera del 23.11.1984
[vii] A. Pollio Salimbeni, La Uil si irrigidisce e chiama in causa i consigli di fabbrica. L’Unità del 23.11.1984
[viii] A. Foccillo, 2010, La politica dei redditi …, pag. 90
[ix] Ibidem, pagg.92-93
[x] V. Sivo, I Lavoratori dicono si, La Repubblica del 20.7.93





