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Spostare la laminazione a Taranto senza pensare alle conseguenze

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laminazione acciao

Quante aziende e quanti operai via dal Nord Italia? Per mantenere competitività oneri a carico dello Stato, ossia dei contribuenti

La strategia dei produttori italiani da forno elettrico (riuniti sotto la spinta di Federacciai e in cordata con gruppi del calibro di Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Acciaierie Venete ed Eusider) per inserirsi nel dossier dell’ex ILVA di Taranto si articola su tre pilastri principali. 

• La priorità industriale è la decarbonizzazione del polo di Taranto, sostituendo progressivamente il modello tradizionale basato sui classici altiforni a carbone (ciclo integrale) con i forni elettrici ad arco. L’esperienza dei siderurgici privati italiani nell’uso del rottame e dell’acciaio green rappresenta la leva chiave per rendere l’impianto sostenibile dal punto di vista ambientale e conforme alle normative UE.

• I privati puntano a integrare la catena del valore aziendale.

Sfruttare la capacità di lavorazione e finitura di Taranto per alimentare la filiera dei laminati e dei prodotti piani. Garantire che i nuovi forni ad arco elettrico siano alimentati da minerale di ferro preridotto con gas naturale, riducendo la dipendenza esclusiva dal rottame ferroso (risorsa la cui disponibilità e i cui prezzi sono fortemente soggetti a fluttuazioni di mercato).

• Consapevoli dell’enorme fabbisogno finanziario e dell’impatto occupazionale – ambientale di Taranto, i siderurgici italiani non intervengono individualmente. La strategia punta a un consorzio aperto o cordata per ripartire i rischi finanziari e di investimento sull’adeguamento ecologico e cogliere al volo un’opportunità di emergenza per trasformarla in un affare stabile.

Negoziare con il Governo (MIMIT) e con le istituzioni pubbliche (Invitalia) una partnership pubblico-privata che preveda un forte sostegno statale. (Le ipotesi fiscali del prof Carlo Cottarelli?)

Gestire la transizione e la trasformazione dell’area a caldo in stretta sinergia con la rete di distribuzione e lavorazione dei soci privati.

La domanda che emerge con evidenza è: “Questa è una pura operazione di razionalità commerciale, dove al centro del progetto consortile prevale l’area di laminazione delle brame d’acciaio quindi al centro c’è l’area a freddo?”.

L’area a freddo e la laminazione sono centrali per il valore commerciale, ma l’operazione non si riduce a questo. Per i siderurgici da forno elettrico, Taranto è pensata come nodo strategico, sia a monte (produzione di acciaio grezzo), sia a valle (lavorazione).

Filiera dell'acciaio in Italia

Il ruolo dell’area a freddo e della laminazione

I privati (come Marcegaglia o Arvedi) sono storicamente forti nella trasformazione e nella vendita di prodotti piani (coils, lamere, tubi).

L’impianto di laminazione di Taranto è uno dei più grandi d’Europa e consente di produrre bramme di grandi dimensioni e trasformarle in laminati a caldo e a freddo per settori ad alto valore aggiunto, inoltre permette ai trasformatori di garantire la fornitura della materia prima senza dipendere totalmente da importazioni extra-UE colpite da dazi o quote.

Perché l’area a caldo (acciaieria) rimane fondamentale

Se l’interesse fosse solo per la laminazione (“area a freddo”), i privati si limiterebbero ad acquistare bramme sul mercato mondiale per poi laminarle a Taranto.

La strategia di entrare con il forno elettrico (EAF) dimostra che l’obiettivo riguarda anche l’area a caldo. Avere il controllo della fusione (EAF) assicura una fornitura costante di acciaio grezzo a costi controllati e con parametri di qualità su misura per i propri treni di laminazione.

Acciaio “Green” (CBAM e de-carbonizzazione)

Dal 2026 le normative UE sull’impronta di carbonio (CBAM) penalizzano l’acciaio ad alte emissioni. Produrre bramme da forno elettrico a Taranto permette di vendere prodotti finiti trasformati con il marchio “green steel”, oggi richiesto dai grandi committenti europei.

L’idea perversa della UE di Maastricht del Green Deal non tiene conto del problema di chi paga per stare sul mercato. Per ora il punto ideologicamente è ampiamente trascurato.

Sinergia con il preridotto

Produrre bramme di alta qualità con forno ad arco richiede l’uso combinato di rottame e preridotto (DRI). Entrare nell’area a caldo di Taranto consente di beneficiare dei piani nazionali per la realizzazione degli impianti DRI nell’area ionica.

L’operazione unisce quindi la razionalità commerciale (sfruttare la leadership di Taranto nei prodotti piani) alla sicurezza strategica dell’approvvigionamento (prodursi le bramme in casa tramite tecnologia elettrica decarbonizzata).

Quante aziende e quanti operai via dal Nord Italia?

La domanda doverosa che ci si pone è: quali saranno gli effetti sulle fabbriche produttive dell’area di Brescia e del Nord Italia, tanto sul piano produttivo che su quello occupazionale?

L’ingresso dei grandi gruppi del Nord Italia (con il distretto bresciano e lombardo in primo piano) nella gestione dell’ex ILVA, per essere ottimisti, produce effetti trasversali sia dal punto di vista operativo, sia da quello occupazionale: tutti da verificare nella realtà concreta.

Mitigazione della scarsità di rottame

Le acciaierie da forno elettrico (EAF) del Nord soffrono per la limitata disponibilità di rottame ferroso a livello europeo. Garantire la produzione di preridotto (DRI) a Taranto alimenta i forni ad arco sia del polo pugliese che, potenziale sviluppo futuro, degli impianti settentrionali, riducendo la dipendenza dalle importazioni estere.

Si va verso una riorganizzazione delle competenze? Taranto: Hub primario per la fusione primaria decarbonizzata e per i prodotti piani (bramme, coils e lamiere ad alto spessore)?

Brescia e distretto lombardo: focus consolidato sui prodotti lunghi (tondo per edilizia, travi, vergella) e sull’acciaio speciale ad alta precisione, sfruttando la maggiore disponibilità di semi-lavorati da Taranto.

L’industria manifatturiera del Nord (automotive, elettrodomestici, meccanica di precisione, cantieristica) garantisce la continuità delle forniture di acciaio “piano” nazionale, senza dover dipendere interamente dalle importazioni extra-UE e dai relativi dazi o barriere doganali (CBAM)?

Impatto occupazionale: cassa integrazione, prepensionamenti?

Il passaggio dall’altoforno al forno elettrico richiede meno manodopera diretta per tonnellata prodotta. Si prevede il ricorso ad ammortizzatori sociali per accompagnare la transizione, compensato parzialmente dal riassorbimento dei lavoratori nelle operazioni di demolizione, bonifica e costruzione dei nuovi impianti EAF/DRI?

Da domandarsi in concreto quanto costa la rigenerazione ecologica di un sito siderurgico pur parzialmente come quello di Taranto? E chi mette il capitale necessario?

Cresce l’occupazione nel settore della logistica marittima – ferroviaria per il trasporto delle materia prime e dei semi-lavorati lungo la direttrice Taranto-Nord Italia. Il costo turistico di un prodotto siderurgico è un fattore non indifferente nella logistica di questo segmento produttivo.

Il quadro generale ipotetico

L’operazione non punta a “spostare” la produzione dal Nord a Taranto o viceversa, ma a integrare due modelli: la capacità industriale e finanziaria dei privati del Nord con le infrastrutture e la scala produttiva di Taranto.

Per il distretto bresciano e lombardo si potrebbe trattare – essendo forzatamente ottimisti – di un’operazione di protezione strategica che assicura la materia prima, mentre per il polo pugliese rappresenta il passaggio a un modello produttivo meno impattante dal punto di vista ambientale e sostenibile nel lungo periodo.

Un’operazione per far felice Ursula. E l’energia?

Questa sul piano puramente teorico è un’operazione da centro studi finalizzata prevalentemente allo schema UE “del Green Deal” facendo felice Ursula Von der Leyner, ma  quanto tiene conto della mancanza di un piano energetico italiano in grado di supportarne i costi reali di mercato energetico?

Il rilievo tocca il vero punto critico dell’intera operazione: il mancamento di un piano energetico strutturale rischia di trasformare la transizione elettrica di Taranto in un cortocircuito economico.

Un forno ad arco elettrico (EAF) combinato con un impianto DRI non è “green” gratis; è un mostro energivoro che si scontra con i costi dell’energia elettrica e del gas in Italia, storicamente più alti rispetto al resto d’Europa. I nodi strutturali che i produttori privati e lo Stato devono affrontare includono fattori ben precisi.

Il gap del prezzo dell’energia

In Italia l’elettricità per gli energivori costa significativamente più che in Francia (grazie al nucleare) o in Germania (sostenuta da incentivi e sussidi industriali).

Far funzionare EAF da milioni di tonnellate con i prezzi del PUN (Prezzo Unico Nazionale) italiano rende l’acciaio di Taranto fuori mercato rispetto alla concorrenza asiatica o anche nord-europea.

Senza contratti PPA (Power Purchase Agreement) a lungo termine o tariffe agevolate statali per gli energivori, la conversione a elettrico produce perdite strutturali ad ogni colata.

Il nodo del gas e il “mito” dell’idrogeno

Il preridotto (DRI) richiede enormi volumi di gas naturale (metano) per la fase transitoria, prima di passare all’idrogeno verde. Far funzionare i moduli DRI a metano in Italia comporta costi operativi elevatissimi, insostenibili con l’idrogeno verde che non è disponibile su scala industriale a costi competitivi.

Dipendere dall’idrogeno senza una rete di produzione e trasporto dedicata significa affidarsi a un piano puramente teorico.

La dipendenza dalla rete elettrica nazionale

La conversione di Taranto richiede un potenziamento massiccio dell’infrastruttura di rete (Terna) nella regione Puglia per gestire picchi di assorbimento nell’ordine dei Gigawatt. Senza nuove infrastrutture energetiche dedicate, la stabilità della rete e i costi di dispacciamento diventano un collo di bottiglia.

Come reagiscono i privati?

I siderurgici del Nord conoscono benissimo questi numeri (gestiscono già impianti EAF). La loro strategia non è un’adesione cieca al Green Deal, ma si basa su precise condizionalità.

Anzitutto sussidi pubblici alle tariffe, ossia paga Pantalone. I privati condizionano la loro presenza a un intervento pubblico che garantisca l’accesso a energia a prezzi calmierati (es. Electricity Release, risorse per la decarbonizzazione).

Lo Stato, attraverso Invitalia, non partecipa solo come regolatore, ma come scudo finanziario per farsi carico della quota di rischio sugli investimenti infrastrutturali energetici.

Senza un Piano Energetico Nazionale che garantisca elettricità e gas a prezzi competitivi su scala industriale, la riconversione di Taranto rischia di passare da una soluzione industriale a un costoso sussidio di Stato permanente.

Quindi il progetto di consorzio è un sogno o un progetto pianificato a carico permanente della collettività?

Una risposta chiara va espressa obbligatoriamente in totale trasparenza.

Autore

  • Pietro Imberti

    Pietro Imberti, sindacalista della UILM (metalmeccanici) di Brescia, Membro della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) dal 1980 al 1992. Presidente del CREL (Centro Ricerche Economia del Lavoro) della Lombardia. Giornalista, ha contribuito attivamente al dibattito sociopolitico ed economico, firmando interventi e saggi.

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