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Dubai chiude all’Iran: quando una rotta perde il suo potere

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Dubai chiude all'Iran

Il sistema energetico internazionale sta diventando più ridondante

La decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere fino a nuovo avviso tutti gli scambi commerciali, le attività economiche e le transazioni finanziarie con l’Iran è una notizia che fa cambiare immediatamente le regole del gioco.

Abu Dhabi ha motivato la decisione con l’escalation regionale, dopo aver denunciato il lancio di due missili balistici iraniani diretti verso la navigazione marittima; anche se Teheran nega la responsabilità.

Ma il significato strategico della decisione va oltre la risposta militare, Dubai non è semplicemente un vicino dell’Iran.

Per decenni è stata una delle principali porte commerciali e finanziarie attraverso le quali l’economia iraniana ha mantenuto collegamenti con il sistema internazionale, anche attraverso riesportazioni, intermediari e circuiti finanziari.

La sospensione emiratina colpisce, quindi, una connessione, non soltanto un rapporto bilaterale.

Non significa che l’Iran sia improvvisamente isolato, Teheran conserva altri
canali commerciali e finanziari, soprattutto verso l’Asia.

Ma ogni connessione che viene meno aumenta il costo, la complessità e il rischio necessari per mantenere in funzione la rete economica iraniana.

La potenza di una rete, infatti, non dipende soltanto dai suoi nodi, ma dalla loro sostituibilità. Quando un nodo è indispensabile, possiede potere se esistono alternative, quel potere diminuisce. È la stessa logica che sta trasformando la geografia energetica mondiale.

La crisi di Hormuz ha mostrato quanto possa essere vulnerabile un sistema costruito attorno a pochi grandi checkpoint, ma ha anche prodotto un effetto opposto, ha accelerato la ricerca di alternative.

Saudi Aramco, per esempio, ha comunicato ad almeno tre raffinerie europee che riceveranno per settembre i volumi contrattuali completi. Le forniture potranno arrivare attraverso l’Egitto, dal porto saudita di Yanbu o anche attraverso trasferimenti ship-to-ship al largo di Malta.

Quindi, il petrolio non scompare quando una rotta diventa vulnerabile, semplicemente cerca un’altra strada. E quando quella strada viene utilizzata con successo, anche soltanto parzialmente, cambia la percezione del rischio.

Una rotta alternativa non deve necessariamente sostituire quella precedente, è sufficiente che riduca la dipendenza da essa.

Per questo il valore di Hormuz non dipende soltanto da quanto petrolio vi transita, ma da quanto il sistema globale sarebbe in difficoltà se quello Stretto diventasse inutilizzabile per un periodo prolungato.

La domanda strategica non è dunque soltanto: quanto petrolio passa da Hormuz? Ma: quanto petrolio può continuare a circolare se Hormuz non funziona?

Negli ultimi mesi abbiamo osservato la costruzione e il potenziamento di nuove piattaforme energetiche, nuove pipeline, nuovi terminali, nuove connessioni marittime: dalla Rotta Artica al Mar Caspio, dal Mar Nero all’Argentina, che abbiamo analizzato ieri come uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione.

Una grande risorsa energetica viene collegata a direttrici differenti, verso l’Atlantico e verso il Pacifico. È la stessa logica che attraversa il Mediterraneo, l’Egitto, il Golfo e le nuove direttrici verso l’Europa.

Il sistema energetico internazionale sta diventando più ridondante.
E la ridondanza, in termini strategici, significa capacità di assorbire una crisi senza permettere che un singolo punto di vulnerabilità paralizzi l’intera rete.

Questa è una trasformazione profondamente militare, oltre che economica.

Una pipeline è un’infrastruttura energetica, ma anche un corridoio strategico.

Un porto è un’infrastruttura commerciale, ma può diventare un nodo logistico.

Un terminale LNG è una struttura industriale, ma modifica una dipendenza geografica.

Un hub finanziario è apparentemente lontano dalla guerra, ma può determinare la capacità di un Paese di importare, esportare, trasferire valuta e mantenere attiva la propria economia.

Energia, finanza, logistica e sicurezza non sono più compartimenti separati ma appartenenti alla stessa architettura.

Per questo la decisione di Dubai è così importante. Non perché chiuda automaticamente l’economia iraniana, ma perché sottrae a Teheran una delle connessioni più importanti con il sistema regionale e internazionale.

In questa prospettiva anche la scelta degli Emirati acquista un significato ulteriore.

Abu Dhabi non sta semplicemente interrompendo un rapporto con Teheran. Sta modificando la propria posizione all’interno della rete regionale proprio mentre quella rete è sottoposta alla maggiore pressione degli ultimi anni.

Contemporaneamente, l’Arabia Saudita cerca di mantenere i propri impegni con l’Europa utilizzando percorsi logistici alternativi. Le forniture di settembre attraverso l’Egitto e il Mediterraneo dimostrano che il sistema non sta semplicemente aspettando il ritorno alla normalità. Sta cercando di funzionare anche in condizioni di anormalità.

Teheran può cercare di dimostrare di essere ancora capace di condizionare il Golfo e di mantenere Hormuz come leva di pressione, ma se il sistema ha imparato a funzionare con una rotta alternativa, quella rotta non torna necessariamente al precedente livello di centralità.

La notizia di Dubai va letta insieme a quella dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, del Mediterraneo e delle nuove piattaforme energetiche che abbiamo analizzato in questi mesi.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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