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EXTRA PROFITTI, UNA SCELTA POCO PONDERATA

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di Giuseppe Augieri
 
Ecco servita la frittata. Com’era ampiamente prevedibile e come non si è voluto prevedere allontanando, con fastidio, ogni discussione.
Dalla seconda settimana di agosto in poi il Financial Times, il Bloomberg, il CNBC, The Economist e l’altro ieri di nuovo il Financial Times, fanno a gara nel mettere in dubbio la strategia economica dell’esecutivo italiano e la sostenibilità a lungo termine del nostro debito pubblico.
Motivo, dichiarato, e dunque fuori da interpretazioni di parte, la decisione del Consiglio dei Ministri di introdurre la tassa sugli extra-profitti delle banche e l’intervento sulle tariffe delle compagnie aeree low cost. Pochi vantaggi, oltretutto effimeri, grandi conseguenze negative: le due iniziative hanno allarmato gli investitori internazionali richiamando la loro attenzione sulle prossime mosse di Palazzo Chigi, sia sulla legge di Bilancio, sia sulla realizzazione del PNRR e sia sulla trattativa in corso a Bruxelles per riformare il Patto di stabilità. L’affidabilità dell’Italia, dopo queste decisioni, è calata velocemente. Perché la finanza internazionale non dà giudizi sul colore del Governo ma sulla sua coerenza nelle iniziative economiche. Le due qui richiamate sono inspiegabili, se non come “contentino” populista, illogico rispetto alle posizioni dichiarate e che si sono cominciate ad assumere, quasi una continuazione di quelle di Draghi. Se si cede una volta…… Ed il non-consenso internazionale si paga caro e amaro.
Sul nuovo patto di stabilità vi sono le avvisaglie di una battaglia, che si svolgerà a cominciare tra qualche giorno con l’ECOFIN, e che vede l’Italia con tutti i Paesi afflitti da alti debiti (Portogallo, Spagna, Francia e Grecia) chiedere flessibilità; mentre un importante numero di altri Paesi, Germania in testa, professano il più grande rigore. Per l’Italia c’è poi il dilemma MES da scogliere. Scusate se è poco. C’è materia e spazio per un colossale default, se qualcuno lo vorrà.
Situazioni di questo genere, lo ripeto da tempo, non sono “normali”: e dopo tre successive grandi crisi ed una guerra in corso non potrebbero esserlo. Quelle sul tappeto sono tutte questioni che vanno risolte al meglio, controproponendo, a quelli del Governo che si ritengono sbagliati, provvedimenti che non abbiano però la matrice nei sogni irrealizzabili, senza cioè una opposizione di solo schieramento. Vi sono segnali importanti e forti che l’attenzione non favorevole espressa dai mass-media finanziari non sia solo il frutto dei timori degli investitori internazionali, ma anche il termometro di altro. D’altra parte, in Italia, è già accaduto in passato che governi in carica siano stati fortemente condizionati da fattori esterni. E questa mia tesi trova, ormai, moltissime conferme.
Meglio chiarire subito: un fallimento su queste vicende non sarebbe il “fallimento” di Meloni, non di un Governo, ma dell’Italia. Perciò bisogna preparare una opposizione fuori dei canoni recenti ed ancora vigenti: quelli per cui qualunque argomento è buono per attaccare.
Ma soprattutto capire quanto conta il “ribollire” interno sulle posizioni internazionali. E assumersi le responsabilità che competono all’opposizione, non una di più e non una di meno. La mia domanda non è quella di negarsi il fare opposizione, ma di farla con grande equilibrio.
Per iniziare, si prega di evitare manifestazioni di giubilo, del tutto inappropriate, al primo segnale di difficoltà. Ovviamente so che si farà il contrario.

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  • Redazione

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