L’Alchimia come conoscenza, perfezionamento spirituale oltre la pratica di laboratorio
L’Alchimia è oltre quanto stabilito dalla iatrochimica; essa deve essere un metodo per giungere alla conoscenza della Verità, un metodo di ricerca per l’uomo in costante ricerca di sé e del significato della sua vita, del suo stato di essere.
Dante nella sua Commedia e precisamente in Inferno, XXIX, vv. 109-139, espresse una ostilità nei confronti dell’arte trasmutatoria, collocando due alchimisti come Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena nella bolgia dei falsari; a sua volta mentre Franco Sacchetti nel Trecentonovelle, testo del 1392, usò il termine archimia con il significato di inganno.
E sempre Dante in Inferno – Canto XXVI:
“considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Il celebre ventiseiesimo canto della Commedia noto anche come “Canto di Ulisse”, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, nel girone dei consiglieri fraudolenti, vede il sommo Poeta incontrare l’eroe greco Ulisse, condannato ad ardere in una fiamma perpetua, punito a causa delle sue astute ed ingannevoli azioni, per la sua ambizione e sconfinata sete di conoscenza che l’hanno condotto a sfidare i limiti imposti dalla volontà divina.
Ulisse eroe non cristiano, non era supportato dalla certezza della Fede nella Divina Misericordia e, come tale, non poteva accedere al Paradiso. La sua sconfinata curiosità era priva di morale e di etica cristiana.
L’alchimista, uomo o donna che sia, deve essere stato e deve essere tutt’ora nutrito da una integerrima morale e dovrà mantenere sempre viva la curiosità e la sete del sapere; forte della sua volontà di conoscenza.
In questo entra di diritto l’Alchimia: quanto gli alchimisti di ogni epoca hanno inseguito il loro desiderio di conoscenza? E come l’alchimia è evoluta o involuta nei secoli d’oro, dal XII al XVIII?
Torniamo al significato di cosa si debba intendere per alchimia.
A lungo è stato equivocato lungamente quello che ha portato a credere che l’alchimia non sia altro che un metodo per trasformare i metalli vili in oro.
Metodo condannato dalle autorità del tempo, come l’inquisitore d’Aragona Nicola Eymeric che nel 1399 compose una requisitoria Contra alchymistas in cui sottolineò la differenza tra opere della natura e dell’arte e la conseguente impossibilità di mutare artificialmente l’ordine naturale delle specie (L’arte del Sole e della Luna, 1996, pp. 249-61).
Ma, nonostante le opposizioni e le condanne, l’alchimia continuò ad essere un forte stimolo di interesse verso nobili, prelati, papi.
Guglielmo Fabri, giudice e segretario di Felice V, duca di Savoia e antipapa per dieci anni dal 1439, dedicò al pontefice un trattato dal titolo Liber de lapide philosophorum et de auro potabili.
Il sacerdote veneziano Giovanni Agostino Panteo pubblicò a Venezia, con il permesso del Consiglio dei Dieci e con dedica a Leone X, l’Ars transmutationis metallicae nel 1518, peraltro la prima opera di contenuto alchemico a essere stampata in Italia.
Il Cinquecento è stato prodigo di discussioni, le stesse iniziate in epoca medioevale, sulla natura dell’alchimia, così come sulla sua posizione nei confronti delle scienze.
Molti giudici, giuristi, autorità religiose distinguevano un’alchimia vera da una falsa.
In De la pirotechnia (1540), Biringuccio, matematico senese molto in auge nel periodo, esprime un giudizio critico, pur senza una vera condanna, nei confronti dell’alchimia: gli alchimisti operano generalmente senza seguire un metodo e per questa ragione il loro operare non darà mai i frutti sperati.
L’allora famoso giurista e letterato Benedetto Varchi pubblica nel 1544 un’opera dal titolo Se l’archimia è vera o no questione, dove distingue tre tipi di alchimia: la vera, la sofistica e la falsa.
La vera, quella in grado di trasmutare i metalli nella loro sostanza, può essere praticata solo dall’alchimista che svolge il ruolo di ministro della natura, il vero Magus (figura con caratteristiche delineate e precise).
L’alchimia sofistica è da vietare perché in grado di mutare solo gli accidenti così come accade con i falsari; la terza, quella che pretende di vincere la natura e di produrre farmaci che consentono di guarire qualunque malattia è anch’essa da condannare perché implica un commercio con il demonio.
In realtà, l’alchimia, che sia quella di tradizione occidentale o quella di orientamento orientale fino a quella cabalistica, può in tutte le sue forme essere definite una fisica mistica del risveglio alla dimensione spirituale dell’individuo.
La Kabbalah e l’Alchimia erano entrambe strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza trascendente.
Il vero processo alchemico è lungo e complesso, quanto il percorso dell’autocoscienza: per dirla meglio, esso rappresenta la longissirna via per l’individuazione che allegoricamente rispecchia, perché la trasmutazione dell’oro vile nell’oro filosofale è una metafora del processo psicologico che porta alla liberazione dell’uomo dalle contraddizioni fondamentali della vita.
Gli alchimisti hanno riferito e sottinteso sempre con il linguaggio simbolico dei segni quanto da essi gelosamente custodito.
Nella nostra analisi dei processi alchemici dobbiamo nuovamente sottolineare l’importanza dell’Uomo, essere vivente, nella sua manifestazione terrestre.
Il famoso chimico tedesco Liebig, (1803-1873), asseriva che l’alchimia non differiva dalla chimica così che per lui la chimica del medioevo era alchimia.
L’alchimia, lo ripeto, è un sistema che si propone di indagare e di armonizzare i misteri della vita cercando un equilibrio relazionale tra il microcosmo uomo ed il macrocosmo universo.
Oggi la chiamiamo filosofia ma in età più antica era la Scienza, universale.
L’alchimia si preoccupa della fondamentale unitarietà di tutte le cose. In questo possiamo considerare l’alchimia qualcosa in più di una semplice ed a volte rudimentale scienza sperimentale.
Ma l’alchimia come la scienza moderna aveva i suoi principi fondamentali ed il modo di ragionare degli alchimisti era di tipo deduttivo seppur basato su due assunzioni di fondamento a priori: l’unitarietà ella materia e l’esistenza di un potente agente in grado di compiere trasmutazioni, la pietra filosofale.
E l’alchimista cerca, spesso impegnando tutta la sua vita per interminabili ore di ogni sua giornata, la pietra filosofale, elixir vitae, l’elisir di vita, perché la pietra l’agente che avrebbe potuto guarire i metalli vili trasformandoli in metalli perfetti come l’oro ma poteva guarire anche le infermità dell’uomo fino a poter prolungare la vita.
Il declino dell’alchimia iniziò nel XVIII secolo con la nascita della chimica moderna, che si limitò ad una struttura più concreta e misurabile matematicamente per comprendere le trasmutazioni della materia, e la medicina, con un nuovo disegno dell’universo basato sul materialismo razionale.
«A far nascere la chimica moderna non è stata questa alchimia, con la quale tale scienza non ha alcun rapporto: è stata una deformazione e deviazione di essa nel senso più rigoroso del termine, a cui dette luogo, forse a partire dal Medioevo, l’incomprensione di alcune persone, le quali, incapaci di penetrare il senso vero dei simboli, presero tutto alla lettera e credendo trattarsi solo di operazioni materiali si dettero ad un più o meno disordinato sperimentare.
Proprio queste persone, chiamate ironicamente “soffiatori” e “bruciatori di carbone” dagli alchimisti veri, furono gli autentici precursori dei chimici attuali: ed è così che la scienza moderna si è costruita per mezzo di residui di scienze antiche, con materiali respinti da quest’ultime e abbandonati agli ignoranti e ai “profani”.»
René Guénon, La crisi del mondo moderno, trad. it., pag. 76, Roma, Mediterranee, 1972
Certamente René Guénon è stato particolarmente severo…
Reputo che occorra liberarsi del pregiudizio che l’alchimia rappresenti il vestibolo della chimica, il suo stadio primitivo come sostenuto da molti. Tale visione influenza la visione di una scienza, si vera scienza, che raccoglie il pensiero, il modo di vita, la filosofia di molti sapienti antichi e moderni.
Così come l’astrologia antica non può essere considerata l’antenata dell’astronomia così l’alchimia non può essere considerata l’antenata della chimica, moderna.
Con verosimile e presumibile certezza agli albori della scienza il primo schema di classificazione fu la distinzione tra gruppi di opposti, la cosiddetta dottrina dei contrari.
Nel primo capitolo della Genesi si legge che il Caos è stato riordinato per mezzo della separazione degli opposti: giorno/notte, luce/tenebre, acqua/terra. Ma anche in Oriente si hanno i due contrari, Yin/Yang.
E, più avanti, la dottrina dei contrari divenne un poco più elaborata diventando la teoria dei quattro elementi basata sulla esistenza di quattro proprietà elementari formata da due gruppi di opposti: caldo e freddo, umido e secco, oppure terra, acqua, aria, fuoco, le quattro qualità e i quattro elementi descritti nella figura seguente.

La teoria dei quattro elementi e delle quattro qualità postulata da Aristotele considerava un quinto ed oscuro elemento mal definito chiamato da Aristotele etere, mentre i neo-Platonici lo definirono Logos. Sarà quello che nel Medioevo diventerà la quintessenza.
A tal proposito, Marsilio Ficino, (Figline Valdarno, 19 ottobre 1433 – Careggi, 1º ottobre 1499,) filosofo, umanista e astrologo italiano, fra i più influenti del primo Rinascimento italiano, in contatto con i maggiori accademici del suo tempo, seguace del neoplatonismo e primo traduttore delle opere complete di Platone in latino, la cui dottrina considerava essere propedeutica alla fede cristiana, identificava lo spirito del mondo, sostanza intermedia tra l’anima e il corpo del mondo, con la quintessenza degli alchimisti e sosteneva che, essendo principio di ogni generazione, lo spirito, se estratto dall’oro, può portare alla trasmutazione dei metalli in oro.
Il Ficino vedeva in quella sapienza antica la presenza di una rivelazione, di una pia philosophia che si è attuata nel cristianesimo ma della quale l’umanità di tutti i tempi era sempre stata partecipe.
Nella dedica a Cosimo, scriveva che Ermete Trismegisto «per primo disputò con grandissima sapienza della maestà divina, della gerarchia degli spiriti» (daemonum ordine), «dellatrasmigrazione delle anime. Per primo fu chiamato teologo: lo seguì, secondo teologo, Orfeo, poi Aglaofamo, Pitagora e Filolao, maestro del nostro divino Platone».
Esiste, dunque, secondo Ficino, una concorde e antica tradizione teologica, «una priscae theologiae undique sibi consona secta», che nasce con Ermete e culmina con Platone.
L’interesse per opere e dottrine dell’antichità coinvolge anche l’alchimia producendo non solo la riscoperta di testi, quali ad esempio lo pseudo-Democrito tradotto in latino da Domenico Pizzimenti (De arte magna, 1573), ma anche la diffusione di manoscritti alchemici, che in gran numero affluirono nelle biblioteche degli umanisti.
Questo ‘ritorno di Ermete’ comportò un rinnovato interesse per l’alchimia, ma anche il suo assorbimento nella tradizione magico-occulta e nella prisca sapientia, come mostrano gli scritti del poeta e cabalista Ludovico Lazzarelli, traduttore di testi ermetici, di Giulio Camillo Delminio, che inserisce l’alchimia in una più generale concezione panteistica, e del già citato Panteo, che nella Voarchadumia (1530) definisce la vera alchimia «cabala dei metalli» (Alchimie et philosophie à la Renaissance, 1993).
L’interpretazione alchemica dei miti antichi, ripresa poi dall’alchimista Giovanni Bracesco, vissuto nella prima metà del 16° sec., da Cesare della Riviera nel suo Il mondo magico de gli heroi (1603), nonché dall’alchimista tedesco Michael Maier (1568 – 1622).
Maier fu un altro personaggio importante nella descrizione della cultura tradizionale del suo tempo. Rosacroce ed interprete e difensore del rosacrunesimo. nacque a Resinsburg, in Holstein, nel 1568, e morì a Magdeburgo nel 1620.
Lewis Spence dice nella sua Encyclopedia di Occultism, 1920, che nel 1622 verosimilmente Maier è stato tra i primi a introdurre la Rosacroce in Inghilterra.
Maier scrisse molte opere sul sistema ermetico/alchemico tra cui le più note sono Atlanta Fugiens, 1618; Septimana Philosophica, 1620; De Fraternitate Rosoe Crucis, 1618; e Lusus Serius, 1617.
Forti legami con temi religiosi, uso di simboli, interpretazioni allegoriche dell’opus, così come riferimenti mitologici, che caratterizzano molti testi alchemici rinascimentali, contribuirono a sviluppare una corrente dell’alchimia di tipo esoterico ed erudito (Alchimie: art, histoire et mythes, 1995).
La condanna verso i trasmutatori metallici: la Summa perfectionis
La condanna dei trasmutatori metallici a vantaggio dei trasmutatori animistici e salutari fu, a mio avviso, una modalità di “salvataggio” degli alchimisti, in special modo negli ambienti religiosi o paralleli a questi.
Ricordo che uno dei testi che esercitarono maggior influenza sull’alchimia metallurgica è la Summa perfectionis (fine 13° sec.) che circolava come opera di Geber, erroneamente identificato con l’alchimista arabo Ǧābir ibn Ḥayyān.
L’opera è stata di recente attribuita a Paolo di Taranto, di cui si sa pochissimo – solo che era lettore dei frati minori ad Assisi.
Nella Summa è confutata la principale obiezione contro l’alchimia (formulata da Avicenna), fondata sulla differenza ontologica tra prodotti artificiali e quelli naturali, da cui deriverebbe l’impossibilità dell’arte di uguagliare le opere della natura.
Opponendosi ad Avicenna, l’autore della Summa opera una giustificazione della tecnologia affermando che le arti sono in grado di alterare e migliorare i prodotti della natura.
Sempre nella Summa egli stabilisce quella che poi diverrà la sequenza più comune dell’opus: sublimazione, distillazione, calcinazione, dissoluzione, coagulazione, fissazione, fluidificazione.
Paolo, che adotta la teoria, formulata dagli alchimisti arabi, per la quale i metalli sono composti di zolfo e mercurio, interpreta la composizione dei metalli in termini di «parti minime» che permangono inalterate nel misto (il metallo).
La perfezione dell’oro è spiegata come effetto della sua composizione: particelle minutissime e omogenee danno luogo a una struttura compatta – che è anche causa del suo elevato peso specifico.
Il mercurio costituisce la componente principale dei metalli, ed è quella pura, mentre lo zolfo quella impura. Per questo, la trasmutazione dei metalli deve partire dalla purificazione del mercurio comune per produrre il cosiddetto mercurio filosofico.
La Summa perfectionis si caratterizza per l’assenza di allegorie e di simboli e per le precise descrizioni dei processi chimici.
L’opera di Paolo di Taranto denota una considerevole conoscenza dei reagenti chimici e contiene una classificazione dei minerali basata su esperienze di laboratorio e su informazioni tratte dalle fonti arabe.
L’influenza della Summa è duratura, giunge fino al primo Seicento, e non è limitata alla sola alchimia trasmutatoria, ma si estende anche
a trattati con finalità eminentemente metallurgiche (The Summa perfectionis of Pseudo-Geber, ed. W.R. Newman, 1991).
La preparazione di farmaci, il cui uso era di ovvia vitale importanza, per mezzo della distillazione, già in uso tra i medici arabi, si era diffusa tra i latini, grazie soprattutto a Ruggero Bacone e Arnaldo da Villanova.
Nell’Italia del Duecento la distillazione comincia a esser praticata da alcuni medici.
L’aqua ardens (alcol) con l’aggiunta di erbe è impiegata dal medico Taddeo degli Alderotti (1215 ca. 1295) nella cura delle malattie provocate dall’eccesso di umore freddo e per il trattamento di varie patologie, tra le quali alopecia, scabbia, paralisi degli arti, cattiva digestione e malinconia.
L’arte della distillazione si afferma nel Trecento, grazie all’opera del frate francescano e alchimista Giovanni di Rupescissa, nel cui trattato De consideratione quintae essentiae è descritta l’estrazione della quintessenza dal vino, da erbe medicinali, da animali, dal mercurio e dall’oro.
La quintessenza è definita sostanza incorruttibile, estraibile dei corpi terrestri ma dotata di una virtù celeste, la quale conferisce incorruttibilità e può quindi conservare il corpo umano nello stato di salute.
Anche il medico padovano Michele Savonarola (Libellus de aqua ardenti, 1484), fu un esperto di distillazione, ed elogiò le virtù terapeutiche dell’aqua ardens.
Successivamente, il naturalista Pietro Andrea Mattioli, che si era conquistato la fama di maestro dell’arte chimica, descrisse e produsse farmaci ottenuti con la distillazione a base di sostanze minerali, che, a suo avviso, sono superiori ai decotti a base di erbe della tradizione galenica.
Nel decimo libro della Magia naturalis (1568) – poi ripubblicato separatamente come De distillatione (1609) – Giovan Battista Della Porta (1535 ca. -1615) presenta le conoscenze del periodo relative alla distillazione.
Oltre a descrivere gli strumenti, illustra i metodi di distillazione: per ascensum, quando la fonte di calore è in basso; per descensum, quando la fonte di calore è in alto e i vapori discendono verso il basso, per latus, quando fuoriescono lateralmente.
Secondo Della Porta la distillazione consente di estrarre le virtù racchiuse nei corpi e di comporre farmaci capaci di curare malattie che i medici dell’antichità avevano considerato inguaribili (Multhauf 1956).
La distillazione, finalizzata alla preparazione di medicinali straordinari, di profumi ed unguenti, è uno dei temi centrali dei ‘libri di segreti’, di origine per lo più tedesca e italiana che nel Cinquecento e poi ancora nel secolo successivo inondarono il mercato librario.
Gli autori, salvo qualche rara eccezione, erano estranei al mondo accademico, come Girolamo Ruscelli, Leonardo Fioravanti, Giovanni Battista Zapata.
A Ruscelli è attribuita una delle più fortunate opere di questo genere, i Secreti del reverendo donno Alessio Piemontese (1555), che, oltre a ricette di numerosi rimedi terapeutici, include alcune medicine spagiriche e contiene ‘segreti’ di carattere tecnico-pratico, come ricette per fabbricare profumi, saponi e tinture per capelli, e per produrre pigmenti, coloranti per tessuti, colle, inchiostri.
Il motivo che accomuna i libri dei segreti è l’insistenza sulla prova, sul controllo empirico quali garanzie della validità dei medicamenti o dei preparati descritti (Eamon 1994).
Certamente esempi della sperimentazione diremmo scientifica…
Arriviamo a Paracelso
Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus, o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541), è stato un medico, alchimista e astrologo svizzero.
Paracelso o “Paracelsus”, che deriverebbe da «eguale a» o «più grande di Celsus», forse riferito all’enciclopedista romano del primo secolo Aulo Cornelio Celso, noto per il suo trattato De medicina, è una delle figure più rappresentative del Rinascimento.
Egli è anche noto per aver battezzato lo zinco, chiamandolo zincum, ed è considerato come il primo botanico sistematico. Si laureò all’Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui vi si laureò Niccolò Copernico.
Consideriamo che fino al XV secolo la composizione ed i mutamenti della materia erano spiegati sulla base della dottrina dei quattro elementi di Aristotele: acqua, aria, terra e fuoco.
Paracelso, per la prima volta, aggiunse ad essa una teoria che contemplava tre nuovi principi della materia (sale, zolfo e mercurio), contrassegnata dalla presenza di spiriti della natura responsabili delle sue trasformazioni e cambiamenti.
Egli, inoltre, rifiutò l’insegnamento tradizionale della medicina, dando vita a una nuova disciplina, la iatrochimica, basata sulla cura delle
malattie attraverso l’uso di sostanze minerali.
La iatrochimica paracelsiana si diffuse in Italia a partire dalla seconda metà del Cinquecento, con alcuni decenni di ritardo rispetto ad altre aree dell’Europa.
La messa all’Indice di alcune opere di Paracelso e la provenienza della gran parte dei testi a stampa paracelsiani dai più noti centri dell’editoria protestante ne limitarono la diffusione, ma certamente non la impedirono.
Il magistero ricavato dai metalli – dal libro degli Archidoxa, ricetta di Paracelso
Prendi del circulatum ben purificato e di ottima qualità, mettici dentro il metallo che vuoi, battuto o limato, il più possibile sottile, puro e pulito. Mescolali nelle dovute proporzioni e lasciali circulare per quattro settimane: il temperatum diventerà un olio che galleggia, un grasso del colore del metallo. Separali per attractorium argentum, avrai così aurum potabile e argentum potabile. Lo stesso per gli altri metalli, che si possono bere e mangiare tutti senza danno. Non diremo altro, a chi capisce abbiamo detto abbastanza.
Due sono gli elementi che caratterizzarono la ricezione di Paracelso in Italia.
In primo luogo i motivi cosmologici, filosofici e religiosi presenti nell’opera del medico svizzero che ebbero scarsa diffusione e in più anche la teoria dei tre principi spagirici (sale, zolfo e mercurio) che ebbe un impatto limitato.
In secondo luogo, l’ingresso della farmacologia spagirica fu piuttosto lento; tuttavia, salvo rari casi, non suscitò forti opposizioni da parte delle autorità
mediche, come invece accadde in Francia.





