Ma l’intesa tra est e ovest ancora non c’è
A cura di Agenzia Nova
Gli Stati Uniti sembrano decisi a imprimere una brusca accelerazione al dossier libico, cercando di trasformare la lunga paralisi tra est e ovest in un’intesa politica, militare ed economica capace di “unire” le due Libie.
È un approccio pragmatico, quasi transattivo, fondato meno sulla ricostruzione paziente del processo politico e più sulla capacità di mettere attorno allo stesso tavolo i veri centri di potere del Paese: famiglie, apparati militari, istituzioni economiche e sponsor regionali.
Proprio per questo, tuttavia, l’iniziativa americana porta con sé anche un rischio evidente: quello di forzare un equilibrio fragile, costruendo una cornice di unificazione prima ancora che esista un consenso politico pieno e inclusivo tra gli attori libici.
Il segnale più evidente di questa nuova fase è arrivato da Washington, dove il segretario di Stato Marco Rubio ha ricevuto Saddam Haftar, vicecomandante dell’Esercito nazionale libico (ENL) e figlio del comandante Khalifa Haftar.
Secondo il dipartimento di Stato, il colloquio ha riguardato gli sforzi “guidati dalla Libia” per unificare le istituzioni militari, economiche e politiche del Paese, oltre ai possibili ambiti di cooperazione per promuovere unità e pace.
Da parte sua, Saddam Haftar ha presentato l’incontro come un passaggio di rafforzamento del partenariato con gli Stati Uniti, esprimendo apprezzamento per gli sforzi del presidente Donald Trump e ribadendo il sostegno dell’ENL a un processo volto a preservare l’unità della Libia e a unificare le istituzioni statali.
Non è un dettaglio che Saddam Haftar arrivi a Washington dopo una sequenza di incontri internazionali di alto profilo. Nel giro di pochi giorni il vicecomandante dell’Enl ha visto il presidente francese Emmanuel Macron, il premier greco Kyriakos Mitsotakis, il capo delle Forze armate del Pakistan, feldmaresciallo Asim Munir, e ora Rubio. Per un dirigente militare ancora trentenne, non è poco.
La sua esposizione diplomatica conferma il tentativo della famiglia Haftar di presentarsi non solo come attore militare dell’est, ma come interlocutore nazionale e internazionale indispensabile per qualsiasi assetto futuro della Libia.
In altre parole, Washington sembra prendere atto un rapporto di forza già consolidato sul terreno: senza gli Haftar, difficilmente può esistere un processo realistico di unificazione militare; con gli Haftar, però, il processo rischia di apparire a una parte dell’ovest come una normalizzazione politica del potere armato della Cirenaica.
La presenza contemporanea negli Stati Uniti del presidente della National Oil Corporation, Masoud Suleiman, aggiunge un ulteriore tassello al quadro. Suleiman ha incontrato i vertici di Chevron per discutere le prossime fasi operative dei progetti congiunti nel settore del petrolio e del gas, dopo i memorandum d’intesa firmati nei mesi scorsi sul blocco offshore NC 146 e sul potenziale delle risorse non convenzionali.
Il dossier energetico non è separato da quello politico: in Libia la produzione, l’esportazione e la gestione delle rendite petrolifere restano il cuore materiale dell’unità statale.
Parlare di unificazione delle istituzioni senza affrontare il nodo della NOC, della Banca centrale, del bilancio e della distribuzione delle entrate significa lasciare intatto il meccanismo che negli ultimi anni ha alimentato la divisione.
La sovrapposizione tra attivismo diplomatico degli Usa e rinnovato interesse delle compagnie statunitensi per il settore energetico libico è però un passaggio delicato. La coincidenza temporale può alimentare sospetti in un contesto dove le risorse petrolifere sono da sempre al centro della competizione tra istituzioni rivali.
Per Washington, il ritorno degli investimenti può essere presentato come parte della normalizzazione economica del Paese; per una parte degli attori libici, tuttavia, il rischio è che la mediazione americana venga percepita anche come funzionale alla riapertura di spazi per le proprie compagnie energetiche.
La linea statunitense sembra quindi muoversi su più piani paralleli. Da un lato c’è il canale politico, incarnato da Massad Boulos, consigliere senior del presidente Trump per gli Affari arabi e africani, ben attento a definire in più occasioni l’iniziativa statunitense “complementare” alla roadmap dell’ONU e al lavoro della rappresentante speciale Hanna Tetteh.
Dall’altro c’è il canale militare, con il coinvolgimento di Africom e i contatti con le strutture di sicurezza dell’est e dell’ovest. Nei giorni scorsi, il sottosegretario alla Difesa del Governo di unità nazionale, generale Abdul Salam al Zoubi, è stato a Washington per colloqui con Boulos e con il vicecomandante di Africom, generale John W. Brennan.
Al centro degli incontri: unificazione dell’istituzione militare, programmi di addestramento, costruzione delle capacità, sicurezza delle frontiere, lotta al terrorismo e contrasto alle minacce transfrontaliere.
È proprio qui che si intravede il disegno statunitense. Washington non sembra voler ripartire dalla sequenza classica del processo libico – accordo politico, governo unitario, base costituzionale, elezioni – ma da una logica inversa e più operativa: prima creare convergenze tra apparati militari, istituzioni economiche e centri di potere effettivi; poi trasformare queste convergenze in una cornice politica; infine ricondurre il tutto dentro il percorso ONU e verso le elezioni.
L’ambizione, nelle letture più ottimistiche circolate negli ultimi giorni, era arrivare addirittura a un accordo di pace tra est e ovest, con una firma a Washington il 29 giugno.
Il quotidiano “Il Foglio” aveva evocato in questo senso la possibilità di un nuovo successo diplomatico per Trump, il “nono accordo di pace” rivendicabile dalla Casa Bianca. Quella firma, tuttavia, almeno per il momento non c’è stata.
Resta invece una strategia che può produrre risultati più rapidi rispetto ai lunghi negoziati multilaterali del passato, ma che rimane esposta a un’obiezione di fondo: chi garantisce che un’intesa tra élite, famiglie e strutture armate si traduca davvero in un processo politico legittimo e non in una nuova spartizione del potere?
Le indiscrezioni sul cosiddetto “piano Boulos” vanno lette dentro questa cornice. Secondo ricostruzioni circolate sul quotidiano libico “Al Wasat”, la bozza punterebbe a un “quadro per il ripristino del governo nazionale unificato”, con l’obiettivo di arrivare a una firma a Washington entro il 30 settembre 2026.
Tra i punti indicati figurerebbero l’unificazione dell’esecutivo, il rilancio del percorso elettorale, un ruolo rafforzato per la commissione elettorale e una ridefinizione dell’architettura istituzionale, con Tripoli capitale politica e Sirte capitale amministrativa. Il testo, tuttavia, non è ufficiale e viene presentato come documento esplorativo.
La cautela è necessaria: in Libia, ogni bozza che appare troppo definita prima di essere politicamente digerita rischia di diventare essa stessa un fattore di polarizzazione. Il nodo decisivo resta il rapporto con le Nazioni Unite.
Boulos insiste sul carattere complementare dell’iniziativa Usa rispetto alla roadmap dell’UNSMIL, ma una parte degli attori libici teme che l’accelerazione di Washington possa trasformarsi in un percorso parallelo.
Il punto non è solo formale. Senza un “ombrello ONU”, qualsiasi intesa rischierebbe di essere percepita come un accordo tra poteri di fatto, sostenuto dagli Stati Uniti e dai principali sponsor regionali, ma privo di una legittimazione sufficiente a reggere nel medio periodo.
Al contrario, se l’iniziativa statunitense riuscisse a produrre convergenze concrete e poi a incardinarle dentro il percorso Onu, potrebbe dare alla crisi libica ciò che finora è mancato: una pressione politica esterna abbastanza forte da obbligare gli attori locali a scegliere tra compromesso e isolamento.
Anche la missione, tutt’ora in corso, di Khaled Haftar in Angola va letta in questo quadro. Khaled, figlio del comandante dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar, e fratello di Saddam, è una delle figure centrali della nuova architettura militare costruita negli ultimi anni dalla famiglia Haftar in Cirenaica.
A differenza di Saddam, sempre più esposto sul piano diplomatico nei contatti con Stati Uniti, Francia, Grecia, Egitto e altri partner regionali, Khaled è considerato il profilo più legato alla dimensione operativa dell’apparato militare orientale e, tra i fratelli Haftar, quello percepito come più vicino ai canali russi.
Proprio per questo, la sua presenza a Luanda per partecipare alla conferenza internazionale dei capi di Stato maggiore organizzata sotto l’egida di Africom assume un significato rilevante.
Secondo fonti libiche interpellate da “Agenzia Nova”, all’evento potrebbero prendere parte anche il capo di Stato maggiore delle forze del Governo di unità nazionale, generale Salah al Namroush, o rappresentanti dello Stato maggiore di Tripoli.
Se confermata, la presenza di delegati militari delle due amministrazioni libiche nello stesso contesto coordinato dagli Stati Uniti avrebbe un valore politico non trascurabile: non ancora un’unificazione, ma una prova tecnica di coabitazione istituzionale sotto regia americana.
Per Washington, coinvolgere anche Khaled Haftar significa provare a intercettare non soltanto la componente più presentabile e diplomatica della famiglia, incarnata oggi da Saddam, ma anche quella più interna al dispositivo militare e ai rapporti di forza sul terreno.
La partita in Libia, ormai, non è più soltanto diplomatica. È militare, energetica, finanziaria, simbolica e politica. Gli Stati Uniti sembrano voler costruire una cornice in cui gli attori libici possano riconoscere che la divisione non conviene più a nessuno, o almeno non conviene quanto un accordo garantito da Washington.
Ma proprio la necessità di parlare con tutti i centri reali di potere – inclusi quelli più ambigui, più militarizzati o più esposti a relazioni concorrenti con Mosca – mostra quanto il processo resti fragile. Resta da capire se questa pressione produrrà un “compromesso nazionale” o soltanto un’intesa tra vertici che, peraltro, verrebbe immediatamente contestata dagli esclusi.
La differenza è decisiva: nel primo caso, l’iniziativa USA potrebbe aprire una fase nuova; nel secondo, rischierebbe di spostare qualche duna nel deserto libico, lasciando però intatta la sostanza della divisione.





