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Storie incredibili di sedute spiritiche e di agenti del KGB

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sedute spiritiche

Il delitto Moro e la sceneggiata del piattino che indica Gradoli

Il 16 marzo 1978 Moro viene rapito e il suo corpo, dopo settimane di trattative segrete e di ricerche, verrà trovato il 9 maggio 1978 in via Caetani.

La mattina del rapimento Giulio Andreotti si sarebbe presentato alle Camera per il dibattito sulla fiducia ad un governo che avrebbe visto entrare nella maggioranza il Pci.

È del tutto evidente, per i più e per una lettura superficiale del problema, che il rapimento di Moro sia stato l’atto con il quale si chiudeva drammaticamente un processo di normalizzazione del Paese, con la fine della conventio ad escludendum.

È proprio così? “Già, è il Pci il problema? O, piuttosto la Dc? O, più precisamente, il suo leader più prestigioso che ne ispira la politica interna di apertura a sinistra e quella estera di puro stampo matteiano?”. L’interrogativo è posto da Mario José Cereghino e da Giovanni Fasanella nel libro “Il golpe inglese” (Chiarelettere).

“L’Italia – scrivono i due autori – sta per emanciparsi definitivamente dalla sua condizione di paese sconfitto in guerra, soggetto al diktat delle potenze vincitrici, in modo particolare della Gran Bretagna” e lo sta facendo secondo le linee matteiane, che non hanno mai escluso un rapporto non conflittuale con l’Unione sovietica.

I due autori riportano le rivelazioni in merito di Francesco Cossiga, il quale, due anni prima di morire, consegnò a Panorama, che lo pubblicò nel marzo 2008, un documento proveniente dai servizi tedeschi.

“Il punto è – scrivono Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella – che né i magistrati né il parlamento conoscevano il ruolo della Nato, della sua intelligence e della sua rete clandestina Stay Behind (in Italia conosciuta come Gladio) durante il sequestro.

Un ruolo cruciale, decisivo. Che di fatto esautorava le autorità italiane, affidando la gestione dell’intera vicenda, sia sul piano militare che su quello politico, a «unità speciali» di Stay Behind, in quel periodo coordinata da un direttorio di cui facevano parte Gran Bretagna, Francia, Usa e Germania. E dal quale era esclusa l’Italia”.

Italia alla quale fu ricordato il suo status “di nazione sconfitta in guerra, e quindi soggetta – scrivono ancora Mario José Cereghino e da Giovanni Fasanella – in base al trattato del 1947, al controllo delle potenze vincitrici. In primo luogo, naturalmente, la Gran Bretagna”.

Nella vicenda Moro, intricatissima, come si può evincere dai brevi cenni alle molte mani che hanno agito, direttamente o indirettamente, si è svolta una storia che continua ad essere misteriosa ed emblematica: l’interrogazione spiritistica di un gruppo del quale faceva parte Romano Prodi per sapere dove fosse prigioniero Moro.

La storia è narrata nella relazione di maggioranza della Commissione parlamentare Mitrokhin.

“Al celebre numero 96 di via Gradoli – si legge nel testo firmato dal Presidente Paolo Guzzanti -, vi è l’appartamento della signora Bozzi, frequentato dalla Giuliana Conforto, figlia dell’agente Dario. Il giorno 18 marzo 1978 [due giorni dopo il rapimento, ndr] vi si recano cinque agenti di polizia, guidati dal brigadiere Merola, per perquisire gli edifici della strada, in esecuzione delle disposizioni generali impartite dalla Direzione generale di PS. L’interno 11 non viene perquisito perché “trovata chiusa la porta, il sottoufficiale di pubblica sicurezza incaricato dell’ispezione e gli altri agenti si fidarono dell’assicurazione dei vicini, secondo la quale gli inquilini erano persone tranquille” (in realtà su questo aspetto le testimonianze non saranno affatto univoche). Se qualcuno voleva avvertire gli inquilini di un covo, ubicato al numero 96, quando non c’erano telefonini, come avrebbe potuto fare? Un vero rompicapo”.

Primo punto fermo. Due giorni dopo il rapimento c’è una perquisizione in via Gradoli, ma l’interno 11 non viene perquisito. Perché?

A questo punto cominciate le ricerche di Moro e mentre arrivano i comunicati delle BR, “il 12 aprile 1978 – continua la relazione della Commissione -, a Zappolino in provincia di Bologna, a casa del professor Alberto Clò, si incontra un gruppo di amici, per lo più professori universitari con mogli e figli. Secondo i convenuti, è una giornata piovosa. I dati forniti dal servizio idrografico del Ministero dei lavori pubblici, smentiscono questa affermazione. Erano sicuramente presenti Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo, Adriana, Alberto, Carla e Licia Clò, Gabriella e Mario Baldassrri, Francesco e Gabriella Bernardi, Emilia Fanciulli e cinque bambini”.

La Commissione Mitrokhin pare non credere alla seduta spiritica, ma la descrive minuziosamente basandosi sulle testimonianze.

Questa la scena della interrogazione spiritistica, dalla quale emerge in nome Gradoli.

Francesco Cossiga, audito dalla Commissione Mitrokhin, come si legge sempre nel documento della Commissione stessa, dichiarerà: “Io mi recai a piazza del Gesù per consolare Zaccagnini e per essere da lui consolato e un vostro collega senatore, il dottor Luigi Zanda, va nella stanza di Cavina. Tornato al Ministero mi disse che Cavina gli aveva dato un biglietto secondo il quale il Presidente Aldo Moro si sarebbe trovato nel paese di Gradoli, strada statale n. 404, Albinia. Gli dissi di scrivere subito al capo della polizia, cosa che lui fece ….Allora io gli dissi di informarsi su come avevano avuto questa informazione e lui disse che Romano Prodi gli aveva riferito che era stata fatta una seduta spiritica alla quale era presente anche il prof Clò, mi sembra fosse questo il nome, e altri professori. Da una parte c’era Andreatta che non partecipava”.

Il testo delle commissione prosegue descrivendo minuziosamente quanto accaduto: “Nella grande casa di campagna di Clò quel 2 aprile 1978 a Zappolino, c’è anche quindi Beniamino Andreatta, maestro e protettore di Prodi nella sua carriera universitaria, fondatore dell’Arel, futuro Ministro della difesa del Governo Prodi del 1996 e in quella veste, responsabile insieme al Presidente del Consiglio della gestione politica del dossier Impedian [primo nome del dossier Mitrokhin, ndr], nonché una giovane studentessa di medicina. La seduta spiritica durò 3 ore e mezzo secondo alcuni, 2 ore, 2 ore e mezzo secondo altri, e occupò gran parte del pomeriggio”.

Prodi, spiega la Commissione Mitrokhin, venne interrogato in sede di testimonianza formale dalla Commissione Moro e dichiarò che “in una giornata piovosa trascorsa in campagna [il 2.4.1978, a Zappolino, vicino Bologna] con diversi amici […], per non annoiarsi, su iniziativa del padrone di casa (professor Alberto Clo’), si era fatto il predetto «gioco del piattino», consistente nello stendere su un tavolo un foglio di carta con le 21 lettere alfabetiche sparse a caso, collocarvi sopra il piattino di una tazza da caffé, fare delle domande, dare impulso al piattino non spingendolo, ma solo sfiorandolo assieme con un dito da parte di diversi dei partecipanti: dopo di che il piattino ruotava «spontaneamente» e talvolta vorticosamente per il tavolo, soffermandosi sulla varie lettere in modo da compone una parola. Testualmente: «Vi era un piattino su un foglio, e il piattino, muovendosi, formava le parole e indicava si o no»; si metteva un dito sul piattino, per cui il piattino si spostava ed andava in una lettera; verso la fine furono interrogati La Pira o don Sturzo, «ma le prime risposte, in un primo momento, erano soltanto si o no»; all’inizio l’interlocutore era ignoto «poi vi furono anche interlocutori vari, tra cui per quel che ricordo, don Stuno»;
il piattino aveva segnalato i nomi di Bolsena, Viterbo e Gradoli, e poiché nessuno dei presenti conosceva quest’ultimo paese, egli aveva “per ragionevolezza» pensato di informare il dottor Umberto Cavina [funzionario

della Segreteria nazionale della D.C., il cui vertice era allora l’on. Zaccagnini, e che a sua volta informò gli organi di polizia], ed occasionalmente il proprio collega professor Balloni, criminologo (perché aveva conoscenze in Questura); non trattavasi di una seduta spiritica (o

parapsicologica come definita dalla CommissioneMoro)”

Le domande, come riporta la Commissione Mitrokhin erano relative a dove era Moro, se era vivo o morto, in quale provincia, ecc.

“Interrogato subito dopo – prosegue il testo della Commissione Mitrokhin – il professor Alberto Clo’, riferì quanto segue: nell’aprile 1978 aveva invitato diversi amici nella sua casa di campagna, sita a circa 30 km da Bologna; pranzarono e nel pomeriggio, essendo peggiorate le condizioni atmosferiche e non potendo uscire, si trovavano in una stanza in 17 persone (12 adulti e 5 bambini), e per passare il tempo fu fatto il “gioco” del piattino; «vennero fuori delle indicazioni,

alcune prive assolutamente di senso compiuto, altre con senso compiuto, anche se queste non furono logicamente connesse; insomma vennero fuori indicazioni di tipo geografico come Viterbo, che venne in maniera chiara; voi sapete che il piattino si muove su una carta su cui sono segnate le lettere e nei punti in cui appare che il piattino si fermi, più o meno a lungo, si prende nota della lettera. Alcune indicazioni, quindi, avevano un senso compiuto, altre assolutamente no; oltre le indicazioni tipo Viterbo o Bolsena, note, venne fuori anche questa espressione, Gradoli, a tutti ignota, sia come entità geografica, sia per qualsiasi altro significato. Ad un riscontro che si fece successivamente (e qui ci fu l’elemento di sorpresa) si vide che esisteva questa località geografica nel viterbese. Questa coincidenza certamente colpì i presenti e fu la ragione per la quale ne parlammo, nei giorni successivi, come ne parliamo adesso»;le domande fatte erano di carattere geografico;
il piattino si spostava, anche velocissimamente e si bloccava, magari su una lettera; delle volte passava su una lettera e pareva che si fosse fermato su di essa; fu chiesto dove si trovava il presidente Aldo Moro e venne la parola Viterbo; poiché trattavasi di una zona vasta, evidentemente fu chiesta la località e venne fuori Bolsena”.

Clò spiega che furono poste domande a La Pira e a don Sturzo e successivamente, mettendo il piattino su una carta geografica, i partecipanti trovarono la località Gradoli.

“Le altre persone presenti al “gioco” – spiega la Commissione Mitrokhin – tra quelle (12 in tutto) interrogate dalla Commissione confermarono la versione di cui sopra, anche se il professor Fabio Gobbo parlò di un posacenere e non di un piattino”.

Fabio Gobbo, Flavia Prodi, Carlo Clo’, Adriana Clo’, Gabriella Bemardi e Gabriella Baldassarri esclusero che fosse presente qualche parapsicologo o persona che avesse particolari poteri magnetici; e la signora Baldassarri confermò che alla fine, in ultimo, venne fatto girare il piattino sulla carta geografica.

Ascoltato il 5 aprile 2004 dalla Commissione Mitrokhin, il presidente Prodi si riportò integralmente alla sua audizione alla Commissione Moro.

Ed eccoci arrivati al primo punto cruciale.

“Aldo Moro – spiega la Commissione Mitrokhin – non veniva tenuto sequestrato nel paese di Gradoli, ma in luogo non individuato (si ipotizzarono anche via Laurentina 501 e via Montalcini 8, di Roma); a Roma, in via Gradoli n. 96, interno 11 vi era un covo delle Brigate Rosse autrici del sequestro, occupato da tali Moretti e Balzerani, ma non sussistono prove per ritenere che ivi venisse custodito Moro”.

Rimane il fatto che il covo di via Gradoli fu abbandonato probabilmente in seguito ai rastrellamenti eseguiti nel paese di Gradoli il 6 aprile 1978, divenuti il medesimo giorno di dominio pubblico.

“Va anzitutto preso in esame – continua la Commissione Mitrokhin – allorquando esso [il covo Br, ndr] fu assai stranamente scoperto il 18 aprile 1978 (cioè 6 giorni dopo il “gioco del piattino”) a seguito di infiltrazioni idriche nell’appartamento sottostante” che provocò “l’intervento dei Vigili del fuoco, che scoprirono armi e documentazione compromettente, per cui chiamarono la polizia”.

Rimane il fatto che, scrive la Commissione Mitrokhin, “al celebre numero 96 di via Gradoli, vi è l’appartamento della signora Bozzi, frequentato dalla Giuliana Conforto, figlia dell’agente Dario”.

Chi è l’agente Dario? L’agente Dario è, come spiega sempre la Commissione Mitrokhin, Giorgio Conforto, agente dell’Unione Sovietica. Poteva l’intelligence italiana non sapere delle frequentazioni dell’appartamento della signora Bozzi?

La Commissione Mitrokhin, in ogni caso, dimostra di non credere troppo alla seduta spiritica e scrive, a proposito di Prodi: “Si è ipotizzato da taluni che egli avrebbe fatto ricorso all’espediente del gioco per non rivelare la fonte e l’identità della persona da cui in realtà avrebbe appreso il luogo di custodia del sequestrato. Ove così fosse, non si vede perché non abbia fornito in via confidenziale quanto meno solo gli estremi del posto in cui si sarebbe trovato il presidente Aldo Moro”.

Secondo punto fermo. Due giorni dopo il sequestro di Moro, l’interno 11 non viene, inspiegabilmente, perquisito. Il 18 aprile, 6 giorni dopo il gioco del piattino, viene scoperto che nell’interno 11 c’è il covo delle Br.

Terzo punto fermo: difficile non pensare che il gioco del piattino sia servito a indicare un paese, Gradoli, avviando ricerche che potrebbero aver indotto le Br ad abbandonare il covo di via Gradoli, a quell’interno 11 scoperto 6 giorni dopo e lasciato vuoto, con acqua aperta per indurre un’ispezione. Così come è difficile capire per quale motivo lo stesso interno 11 non sia stato perquisito durante le ispezioni al fabbricato due giorni dopo il rapimento.

Se Romano Prodi sapeva e si è avvalso del gioco del piattino per coprire la fonte, come ipotizza la Commissione Mitrokhin, perché non ha dato l’indicazione esatta, scatenando ricerche che hanno fatto fuggire dal covo le Br?

Se il gioco del piattino c’è stato, siamo di fronte a mosse irresponsabili, basate su uno spiritismo da quattro soldi, del quale si vergognerebbero gli spiritisti di fine ‘800 frequentanti le librerie del quartiere vicino al famoso cimitero di Père Lachaise.

Dove sia stato custodito davvero Moro non è ancora chiaro. C’è chi dice in Toscana.

Rimane il fatto che in via Gradoli c’era un covo delle Br e che accanto al covo c’era l’appartamento della figlia dell’agente del Kgb Dario.

Giorgio Conforto, nome in codice “Dario” (anche Bask, Spartak, Gau, Chestnyy e Gaudemus), è stato uno dei più importanti e controversi agenti del KGB in Italia.

Nato nel 1908, lavorava come tranquillo dirigente al Ministero dell’Agricoltura (e in precedenza al Ministero degli Esteri) ed è stato reclutato dal KGB nel 1932 su base ideologica (era comunista). Ha operato per decenni, reclutando altre fonti all’interno della pubblica amministrazione italiana. Nel 1975, lui e la moglie furono decorati dall’URSS con l’Ordine della Stella Rossa per i 40 anni di servizio. Nel 1978 circa fu “congelato” (messo a riposo) dal KGB.

Sua figlia Giuliana Conforto ospitò nel 1979, nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma, i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda (reduci dal caso Moro). Nell’appartamento furono trovati armi e documenti legati alle Brigate Rosse.

 

 

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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