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L’Italia del no a tutto

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Il noista che difende l’immobilismo

Sono come quei bambini che a due anni scoprono la parola “no” e non la mollano più. No alla pappa, no al bagnetto, no a tutto.

Solo che questi bambini non sono mai cresciuti, si sono moltiplicati, siedono in Parlamento, riempiono piazze e domani puntano a bocciare una riforma della magistratura che la maggior parte di loro non ha nemmeno letto.

E chi l’ha letta non l’ha capita. Del resto, non sarebbe una sorpresa: secondo l’ultimo rapporto OCSE-PIAAC, il 35% degli adulti italiani è analfabeta funzionale.

Oltre un terzo della popolazione tra i 16 e i 65 anni sa leggere, ma non è in grado di comprendere un testo articolato. Un contratto, un grafico, un quesito referendario. Era il 28% nel 2012: in dieci anni il Paese non è migliorato, è peggiorato.

Ultimo tra i grandi Paesi industrializzati. Quando non capisci quello che leggi, dire No è la scorciatoia più comoda.

E il Termometro Politico lo conferma: il 58,5% degli italiani deciderà il proprio voto in base alle indicazioni del partito o al giudizio sul governo. Solo il 18% ragionerà nel merito della separazione delle carriere.

Per loro il No non riguarda la giustizia. Il No è un’identità. Un riflesso condizionato. Una militanza permanente contro qualsiasi forma di cambiamento.

La genealogia del No italiano ha radici profonde. Negli anni Cinquanta L’Unità tuonava contro l’Autostrada del Sole: “opera per i ricchi”, “motorizzazione forzata”, “non esiste uno studio serio sulle conseguenze economiche”. Parole che oggi fanno ridere, ma che all’epoca mobilitavano piazze.

Nel 1987 il primo No al nucleare, replicato nel 2011: risultato, l’Italia paga l’energia il triplo della Francia e compra elettricità atomica d’importazione.

Nel 1995 nasce il movimento No TAV in Val di Susa: trent’anni dopo il progetto è slittato al 2034 fra costi esplosi, guerriglia e militarizzazione di un’intera valle. Dal 2002 il No Ponte sullo Stretto tiene in ostaggio il Mezzogiorno: a Messina, nell’agosto 2025, sfilavano ottanta sigle con bandiere No TAV e Pro-Pal intrecciate, dal PD al Partito Marxista-Leninista.

Poi il No TAP in Puglia, il gasdotto osteggiato per anni che dopo l’invasione dell’Ucraina è diventato l’infrastruttura che ci ha salvato dalla dipendenza energetica russa. Il No MUOS contro le parabole satellitari americane in Sicilia. Il No rigassificatore a Piombino. Il No Dal Molin a Vicenza.

Cambiano le sigle, cambiano le latitudini. Non cambia mai il copione. Stesse piazze, stesse bandiere, stessa matrice ideologica: un filo rosso che dal PCI arriva al Movimento 5 Stelle passando per centri sociali, collettivi e ambientalismo da salotto.

Settant’anni di ostruzionismo elevato a sistema.

Se un neuropsichiatra come Vittorino Andreoli potesse mettere sul lettino il noista cronico, la diagnosi sarebbe immediata. Il suo “Homo incertus” descrive questa patologia: l’uomo paralizzato dalla paura del cambiamento che trasforma l’insicurezza in aggressività.

Daniel Kahneman, Nobel per l’economia nel 2002, ha dato un nome scientifico a questa paralisi: bias dello status quo. Il cervello umano percepisce ogni cambiamento come una perdita e la perdita pesa il doppio del guadagno equivalente.

Il noista non valuta i dati, non legge le carte, non confronta i costi. Reagisce. Un riflesso limbico, non un ragionamento. La paura dell’ignoto sovrasta qualsiasi analisi. E quando la paura non basta, scatta l’arma retorica perfetta: il benaltrismo.

I 13,5 miliardi del Ponte? “Vanno spesi per gli ospedali.” I miliardi della TAV? “Servono per le scuole.” La separazione delle carriere? “Prima bisogna ridurre i tempi dei processi.” Il benaltro è il capolavoro dialettico del No: trasforma ogni proposta concreta in un’astrazione irraggiungibile.

Non serve risolvere il problema, basta indicarne un altro più grande, più urgente, più nobile. Gli ospedali non si costruiscono, le scuole non si finanziano, i processi non si accorciano. Ma il No è salvo. Sempre.

Poi c’è chi dice No per pura ideologia politica. Come fanno i bambini che non vogliono sentire: si tappano le orecchie con le mani e fanno rumori con la bocca per coprire il suono. Non importa cosa dici, non importa quali dati porti, quali evidenze metti sul tavolo.

Il No è deciso prima ancora che la domanda venga formulata. Se la proposta arriva dal governo, è sbagliata. Se arriva dal centrodestra, è pericolosa. Se arriva da Nordio, è un attacco alla democrazia. La riforma è un pretesto. Il referendum è un’arma. Il merito non esiste.

Eppure sono perfettamente consapevoli che dietro la retorica sull’indipendenza della magistratura si muovono interessi di bottega: le correnti del CSM, il sistema di potere interno all’ANM, un’architettura corporativa che il sorteggio e la separazione delle carriere minacciano alla radice.

Lo ha detto senza giri di parole la senatrice Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia: questa riforma non incide sui tempi e sull’efficienza dei processi. Incide sull’autogoverno. E chi quell’autogoverno lo gestisce non ha nessuna intenzione di lasciarlo.

Basta coprire gli interessi con una caciarata di affermazioni che non stanno in piedi, agitare lo spettro del governo che vuole sottomettere i giudici e il gioco è fatto. Non serve che le argomentazioni reggano un’analisi seria. Basta che reggano uno slogan. E per il 35% di analfabeti funzionali che abbiamo in casa, uno slogan è più che sufficiente.

L’Italia che dice No a tutto finisce per dire No a se stessa. Ogni infrastruttura bloccata è un pezzo di competitività regalato ai concorrenti. Ogni riforma affossata è un decennio perduto. Ogni cantiere sabotato è un posto di lavoro che non nascerà mai.

Chi domani voterà No alla separazione delle carriere non boccerà una riforma della magistratura: perpetuerà un sistema. E il sistema è l’immobilismo. Il vero partito trasversale italiano non è il centro, non è la sinistra, non è la destra. È il Partito del No.

Non ha mai vinto un’elezione e non ha mai perso una battaglia. Perché distruggere è sempre più facile che costruire. E dire No non richiede né competenza, né coraggio, né visione. Solo un riflesso. Quello di un bambino che non è mai cresciuto.

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