
di Shabbat Mankaura
(piccoli suggerimenti metodologici)
Un altro esempio fondamentale sulla ricchezza e complessità del concetto di shalom, lo si trova nella celebre leggenda (haggadah) talmudica sui quattro rabbini che ascesero al Pardes.
Leggiamo assieme lo splendido commento del brano talmudico ad opera del grande Moshe Cordovero (1522 – 1570) uno dei sommi kabbalisti di Tzfat (Pardes Rimonim, Sha’ar Arachei HaKinuim, traduzione e commento di Moshe Miller):
Il Talmud (Chagiga 14b, Zohar I, 26b e Tikunei Zohar, Tikun 40) riporta il seguente episodio riguardante quattro saggi della Mishna:
I rabbini insegnarono: Quattro [saggi] entrarono nel Pardes [letteralmente “il frutteto”]. Rashi spiega che salirono al cielo utilizzando il [Divino] Nome [cioè, raggiunsero un’elevazione spirituale attraverso un’intensa meditazione sul Nome di Dio] (Tosafot, ad loc). Erano Ben Azzai, Ben Zoma, Acher [Elisha ben Avuya, chiamato Acher — l’altro — a causa di ciò che gli accadde dopo essere entrato nel Pardes] e Rabbi Akiva. Rabbi Akiva disse loro [prima della loro ascesa]: “Quando arriverete al luogo delle pietre di marmo puro, non dite: ‘Acqua! Acqua!‘, poiché è scritto: ‘Chi dice menzogne non resterà davanti ai miei occhi’ (Salmi 101:7)”. Ben Azzai guardò [la Presenza Divina – Rashi] e morì. Riguardo a lui il versetto afferma: “Preziosa agli occhi di Dio è la morte dei suoi pii” (Salmi 116:15). Ben Zoma guardò e fu danneggiato [perse la sanità mentale — Rashi]. Riguardo a lui il versetto afferma: “Hai trovato il miele? Mangiane solo quanto ti serve, affinché non ti sazi e lo vomiti” (Proverbi 25:16). Acher tagliò le piantagioni [divenne un eretico]. Rabbi Akiva entrò in pace e se ne andò in pace.
Il Ramak (Moshe Cordovero) ora cita il Tikunei Zohar[1] che aggiunge alcuni dettagli non menzionati nel Talmud.
L’antico Saba [un vecchio] si alzò e disse [a Rabbi Shimon bar Yochai]: “Rabbi, Rabbi! Qual è il significato di ciò che Rabbi Akiva disse ai suoi studenti: ”Quando arriverete al luogo delle pietre di marmo puro, non dite: ‘Acqua! Acqua!‘, per non mettervi in pericolo, poiché è detto: ‘Chi dice menzogne non starà davanti ai miei occhi’. Ma è scritto: ‘Ci sarà un firmamento tra le acque e separerà l’acqua [sopra il firmamento] dall’acqua [sotto il firmamento]’ (Genesi 1:6). Poiché la Torah descrive la divisione delle acque in superiori e inferiori, perché dovrebbe essere problematico menzionare questa divisione? Inoltre, poiché esistono [di fatto] acque superiori e inferiori, perché Rabbi Akiva li avvertì: “Non dite: ‘Acqua! Acqua!’”
La Lampada Santa [titolo attribuito a Rabbi Shimon bar Yochai] rispose: “Saba, è giusto che tu riveli questo segreto che la chevraya [la cerchia di discepoli di Rabbi Shimon] non ha compreso chiaramente”.
L’antico Saba rispose: “Rabbi, Rabbi, Lampada Santa. Sicuramente le pietre di marmo puro sono la lettera yud — una è la yud superiore della lettera aleph, e l’altra è la yud inferiore della lettera aleph [una aleph nella scrittura è formata da una yud verticale in alto a destra e da una yud capovolta in basso a sinistra, unite da una vav, la linea diagonale tra di esse]. Qui non c’è impurità spirituale; solo pietre di marmo puro, e quindi non c’è separazione tra un’acqua e l’altra; formano un’unica unità dal punto di vista dell’Albero della Vita, che è la vav al centro della lettera aleph. A questo proposito si afferma: “[affinché non stenda la mano] e prenda dall’Albero della Vita [e mangi e viva per sempre]… (Genesi 3:22)
Il Ramak inizia ora ad analizzare questi passaggi.
Il significato dell’esortazione di Rabbi Akiva è che i Saggi non dovrebbero dichiarare che esistono due tipi di acqua. Poiché non esistono [due tipi di acqua], si causerebbe una separazione. Questo è il significato di “non dire ‘acqua, acqua’” – non dire che esistono due tipi di acqua, per non metterti in pericolo a causa del peccato della separazione. Per questo motivo il vecchio ha posto due domande, entrambe reali: “Ci sarà un firmamento tra le acque e separerà…” (Genesi 1:6). Quindi ci sono due tipi di acqua e una separazione tra loro. In questo caso, non sembra ammissibile riferirsi a due tipi di acqua? Ancora più problematico è il fatto che la stessa Torah afferma: “Separi tra acqua e acqua” – l’acqua sopra il firmamento e l’acqua sotto il firmamento. Si tratta di una separazione completa.
Le pietre di marmo rappresentano la lettera yud. Il vecchio pose una seconda domanda: le acque sono infatti di due tipi: l’acqua del firmamento e l’acqua sotto il firmamento [nei fiumi, nei laghi e nei mari]. Perché allora Rabbi Akiva li esortò a non dire “acqua, acqua, per non mettersi in pericolo”? Al contrario, dovrebbe essere permesso menzionare due tipi di acqua, poiché ciò non è peggiore del linguaggio usato dalla Torah, ed è anche la situazione reale!
Ora, Rabbi Shimon non voleva spiegare questa questione da solo; voleva che i suoi discepoli lo sentissero dal vecchio. Il vecchio spiegò che ciascuna delle pietre di marmo rappresenta la lettera yud. Come abbiamo spiegato altrove, ciò significa una yud all’inizio e una yud alla fine, secondo la spiegazione mistica di “Io sono il primo e io sono l’ultimo” (Isaia 44:6). La prima yud rappresenta chochma, e la seconda yud rappresenta malchut, che è anche chochma secondo la spiegazione mistica della luce che ritorna dal basso verso l’alto (chiamata or chozer). La yud superiore è la yud del Tetragrammaton (Yud-Hei-Vav-Hei), mentre la yud inferiore è la yud del Nome Alef–Dalet–Nun–Yud.
Quest’ultimo è il concetto di “acque femminili” (Mayin Nukvin), mentre il primo è il concetto di “acque maschili” (Mayin Dechurin). Sono chiamate “acque femminili” perché ricevono dal basso, dall’adempimento dei comandamenti, e attraverso di esse una persona ha la capacità di influenzare i mondi superiori in modo che la luce risplenda e si rivesta di essi, come in un palazzo. Così la luce che viene suscitata [dall’adempimento dei comandamenti è come] un re nel suo palazzo.
Queste sono anche le chiavi degli aspetti interni ed esterni. L’aspetto interno è la luce del Tetragrammaton, che indubbiamente discende come or yashar dall’alto verso il basso. L’aspetto esterno è quello che ritorna secondo la spiegazione mistica di or chozer. Questo è il significato dell’affermazione relativa alle sefirot “dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso”, come spiegato altrove.
Ciò è indicato dalla yud superiore e inferiore dell’aleph. Questo è anche il segreto dell’intreccio (shiluv) dei due Nomi –Yud-Alef-Hei-Dalet-Vov-Nun-Hei-Yud – con lo yud superiore all’inizio e lo yud inferiore alla fine.
Questi due yud sono citati nel passaggio “pietre di marmo puro”. Ciascuno degli yud è una pietra perché la sua forma è rotonda come una pietra. Si chiama “marmo” perché il marmo è generalmente bianco, il che è indicativo dell’attributo della Misericordia (in ebraico rachamim). In questo senso è anche simile all’acqua [che rappresenta la gentilezza]. Ora, poiché queste due yud sono l’aspetto della compassione, proprio come l’acqua, che è chiamata “acque di gentilezza”, sono quindi indicate come “marmo”, come abbiamo appena spiegato.
Possiamo anche spiegarlo attraverso [la scienza] tzeiruf (combinazioni e permutazioni di lettere): la sefira di chochma è chiamata yesh — “essere” [poiché è la prima sefira immanente], scritta Yud-Shin in ebraico. La chochma inferiore [cioè malchut] è chiamata shai [Shin-Yud — le stesse lettere, ma in ordine inverso]. Quando entrambe le parole sono combinate formano la parola shayish — Shin-Yud-Shin (“marmo”). La yud è chochma, la fonte, e la shin è l’emanazione dei suoi rami [cioè, la ramificazione in sefirot secondo la spiegazione mistica di or yashar]…Malchut è chiamata shai secondo la spiegazione mistica della luce che si inverte (or chozer). Quando queste due parole, che significano questi due tipi di luce, sono combinate per formare la parola shayish (le due yud si combinano in una sola).
Sono la lettera yud… le yud superiore e inferiore dell’aleph sono unite da una vav diagonale. Sono chiamate “pure”, poiché esistono diversi tipi di acqua [menzionati nella Torah]; uno di questi è mei nida — letteralmente acque di impurità [perché sono usate per purificare una persona dopo che è stata contaminata dal contatto con i morti. L’acqua di una sorgente viva viene mescolata con le ceneri della giovenca rossa e poi spruzzata sulla persona impura]. La separazione e la divisione sono menzionate in relazione a questo tipo di acqua, come verrà spiegato. Queste acque [delle pietre di marmo pure] sono completamente pure e appartengono ad Atzilut.
“Sono la lettera yud – una la yud superiore della lettera aleph…” Abbiamo già spiegato sopra che il Nome Yud-Alef-Hei-Dalet-Vav-Nun-Hei-Yud ha gli aspetti superiore e inferiore di chochma [rappresentati dalle due yud] e sei lettere in mezzo, alludendo alla lettera vav [che ha un valore numerico di 6. Si noti che le yud superiore e inferiore dell‘aleph sono unite da una vav diagonale. Questo è il modo in cui uno scriba scrive tradizionalmente la lettera א]. Ciò simboleggia tiferet, che si ramifica in sei estremità [tiferet è la sefira centrale delle sei sefirot di Zeir Anpin]. La vav è situata tra le yud per unirle. Vale a dire che, attraverso tiferet, la figlia [malchut] è in grado di ascendere “alla casa di suo padre come nella sua giovinezza”.
È per questo motivo che Rabbi Akiva li avvertì di non dire che quelle due pietre di marmo erano separate l’una dall’altra, Dio non voglia, perché questo non è vero. Al contrario, il firmamento tra loro, che è tiferet, le unisce effettivamente e attraverso di esso sono unite insieme. Non c’è separazione se non in un luogo di impurità spirituale, come è scritto: “per separare l’impuro dal puro” (Levitico 11:47). Ma in un luogo di purezza – pietre di marmo pure – “non dire ‘acqua, acqua’”. Questo è ciò che spiegava il vecchio: “Qui non c’è impurità spirituale… provengono dall’aspetto dell’Albero della Vita…”. Queste acque sono in Atzilut e quindi non c’è separazione tra loro… al contrario, il firmamento le unisce…”
Quindi nella descrizione lapidaria relativa a Rabbi Akiva, che entrò nel Pardes be shalom e ne uscì be shalom, si riassume un mondo intero, anzi un universo intero, letteralmente.
Shalom, come già ma’at, rappresenta anche l’Harmonia Mundi, l’armonia celestiale di cui scrisse uno dei più grandi kabbalisti cristiani, il veneziano Francesco Zorzi, frate francescano dell’osservanza, autore di varie opere tra le quali proprio il “De harmonia mundi totius cantica tria” (1525).
L’opera del frate veneziano ci mostra come questa concezione “armonica” sia presente anche nel nostro retaggio culturale accanto a quello preponderanti di tipo manicheo relative al perenne scontro tra bene e male.
Poco sappiamo sulla biografia di Zorzi, soprattutto nella sua prima età.
Di nobile famiglia, la madre era la nipote del grande storico Marin Sanudo, entrò nel convento veneziano di San Francesco della Vigna ma, non sappiamo con certezza il luogo della sua formazione.
Forse Padova, anche sé lui come neoplatonico, più volte si scagliò contro l’averroismo in voga allora nell’ateneo patavino.
A parziale conferma dell’ipotesi padovana vanno però le sue simpatie per lo Scotismo, largamente insegnato in quell’università accanto alle dotrine aristoteliche.
Zorzi è quasi dimenticato nella cultura italiana contemporanea, come molte altri aspetti della cultura veneziana, che sembra infastidire molti, come spiegherò meglio appresso.
Eppure, come scrive Ruggero Lorenzin nella sua opera “FRANCESCO ZORZI VENETO – DE HARMONIA MUNDI TOTIUS CANTICA TRIA (VENEZIA, 1525) TEORIE MUSICALI E KABBALAH”
“A tutto ciò si aggiunge l’interesse grandissimo per gli scritti del Ficino e del Pico, la lettura dei testi dei talmudisti e dei cabbalisti, lo studio della lingua ebraica, la frequentazione di ambienti e dotte personalità giudaiche, per effetto del movimento di ripresa profetica che interessò la vita religiosa italiana prima del Cinquecento e che ebbe proprio a Venezia uno dei suoi centri maggiori. Va osservato anche che la lunga attività di studioso, predicatore, uomo di religione e filosofo permise allo Zorzi di occupare un posto importante nel vasto movimento «ebreizzante» e «cabbalistico» iniziato da Pico della Mirandola. Egli, infatti, considerava la kabbalah come l’unico strumento in grado di unire fra loro tutte le esperienze sapienziali e di fonderle in un’unica dottrina, al fine di decifrare il disegno divino di Dio creatore e rilevare la radice matematica e musicale dell’armonia dell’universo.”
Lo Zorzi ebbe incarichi molto importanti sia dalla Serenissima che dal suo ordine ed anche a Roma fu tenuto in grandissima stima.
Erano altri tempi, sotto certi aspetti più fecondi di quelli attuali.
Avendo fornito alcuni piccoli chiarimenti sul concetto di armonia nel tempo e nello spazio e sul peculiare contesto ebraico relativamente al concetto di shalom e ra, possiamo capire meglio le parole di Gesù.
In primo luogo il Cristo offre la salvezza attraverso la Sua Pace che è la partecipazione all’Armonia del Mondo, la contemplazione del divino che è tipica dell’Olam haBa ebraico, il Mondo che Verrà.
Ma l’attegiamento nei confronti del principe del mondo deve essere chiarito. Quest’ultimo possiede un ruolo per così dire “istituzionale” nella Creazione e, pur non potendo nulla contro Gesù, non deve essere direttamente confrontato dai discepoli.
Questo brano evangelico è perfettamente coerente con la concezione ebraica del male, del sitra achra, l’altro lato, quello opposto alla santità.
Perché in quel campo di iniquità solo la kelipat nogah è strutturata in modo da essere raffinata ed elevata, mentre le altre kelipot sono così e basta e l’uomo non può farci nulla perché non è in grado di mutare la Creazione.
Solo Moshiach potrà annientare queste kelipot, perché solo Lui avrà il potere di mutare la struttura stessa della Creazione.
L’essere umano, quindi, ha l’obbligo di tenersi ben lontano dalle kelipot maggiori e non deve nutrire vani sogni di gloria, individuali, o peggio collettivi, di conseguire il Tikkun Olam relativamente a tutti i mali del mondo.
Non parliamo, poi, di movimenti politici che abbiano questo scopo; infatti quando questi “idealisti” sono andati al potere, quasi sempre hanno scatenato l’inferno con il loro Tikkun fasullo, altro che redenzione.
Per chiudere questo lungo capitolo, piaccia o non piaccia, in Isaia 45,7 c’è scritto che è Hashem stesso che crea il male, come crea tutto il resto. E con quel IO SONO IL SIGNORE, ci mette anche una firma possente.
Non vi va bene? Più di una volta, commentando questo passuk mi è stato risposto da buoni cristiani di ogni denominazione:
“Il MIO D-o queste cose non le fa!” Accento sul mio …
Ovviamente ognuno è stato creato con il diritto/dovere di pensarla come meglio crede, ma per esprimere opinioni, con particolare riferimento a quelle su materie così complesse, vige l’obbligo di informarsi al meglio e ciò non risulta certo facile se, come ho cercato dimostrare, anche la traduzione delle parole di Isaia (45,7) diventa problematica e inaffidabile.
Con l’esempio sopra mostrato ho cercato di dare profondità ad un concetto banale che però, alla prova dei fatti, pochi mettono alla prova.
Lo scoglio linguistico ci mostra che, quando si persegue la conoscenza in qualsiasi campo dello scibile, è fondamentale comprendere come maneggiare correttamente i materiali dai quali si traggono le notizie che vanno poi organizzate ad opera del ricercatore nel suo lavoro.
Nel campo della metafisica poi, alle fonti documentali si aggiungono quelle esperienze personali che nascono dall’esprit de finesse di pascaliana memoria.
Di queste ultime è difficile discutere, come potrebbe testimoniare ibn al-ʿArabī con la sua famosa risposta ad Averroè, ma su come analizzare libri, dipinti, reperti archeologici siamo nel campo dell’esprit de géométrie e quindi, in un ambito ove il discorso, il logos, poggia su basi razionali più facilmente condivisibili.
Eppure, a causa della manchevolezze della scuola e dei suoi operatori, è solo ad altissimo livello che queste tecniche vengono insegnate, figuriamoci nella complessa galassia dei percorsi esoterici.
Non ci stupisca, quindi, dei tanti errori dilettanteschi che in buona fede si compiono nel trarre le proprie conoscenze da testi notissimi e del perché sarebbe assai meglio non perdere tempo, quantomeno all’inizio del cammino, con alcuni di essi in quanto il loro studio è sostanzialmente inutile e la scarsa comprensione che da ciò ne deriva, può risultare addirittura nociva.
Dopo questa necessaria premessa, vorrei passare ad alcuni esempi pratici per meglio illustrare altri aspetti dei concetti che sono a fondamento di questo breve lavoro.
Siamo autorizzati a fidarci dell’Accademia? In altre parole e correggendo parzialemente la regola generale sopra citata, dobbiamo aspettarci rigore scientifico sufficiente solo perché un testo proviene da un contesto universitario?
Purtroppo la risposta è prevalentemente negativa e per illustare ciò tornerò a parlare di Venezia, la Perla della Laguna.
Quando iniziai a studiare il mio primo argomento di grande rilevanza storica per quella città, cioè il peculiare sistema giudiziario della Repubblica di Venezia, per prima cosa diligentemente compulsai i lavori gia esistenti sull’argomento, apparentemente copiosi e che, modernamente, provenivano in grande maggioranza da una facoltà di lettere che, curiosamente, si era prodigata negli studi sul diritto criminale della Dominante, come Venezia veniva definita.
Per diritto criminale si intende sia il diritto penale che la procedura relativa, oggi oggetto di studi separati, ma facenti parte di un unico corpo sotto l’ancien regime.
Ad essere sinceri ero rimasto già molto deluso dai documenti più risalenti ed in particolare dalla Histoire du gouvernement de Venise (Parigi 1676), del celebre storico francese Nicolas Amelot de la Houssaye, il quale tra le sue fonti aveva ben presente anche Discorso sulla Inquisizione di Paolo Sarpi, pur travisandone il contenuto a sostegno della sua tesi.
Ecco una prima osservazione. Lo storico francese sentiva evidentemente un avversione potente contro la Serenissima e a tutti i costi ne volle provare i sordidi retroscena che riteneva nascosti da una facciata di splendida nobiltà.
Paolo Sarpi, quindi, diventa una fonte letta dal nostro Amelot a giustificazione delle nefandezze dell’inquisizione veneziana e del rito inquisitorio del massimo tribunale della repubblica, cioè l’eccelso Consiglio dei X.
In realtà non è per nulla così. Paolo Sarpi non contesta il rito inquisitorio in sé. Da veneziano si duole della tradizionale ingerenza della Chiesa e della sua Inquisizione nella vita della Repubblica ed auspica quella soluzione che, effettivamente, venne prescelta dalla Serenissima mediante l’istituzione di un autonomo tribunale chiamato i Tre Savi contro l’eresia.
Quindi, non possiamo dare credito al Paolo Sarpi letto da Amelot de la Houssaye ma siamo costretti ad analizzare quella fonte in modo autonomo.
L’influenza delle bugie dette dallo storico francese è durata a lungo, caratteristica comune a tutte le calunnie.
Ancora nel 1835 un autore serio ed impegnato del calibro di Victor Hugo scriveva un opera intitolata Angelo, tyran de Padoue, ambientata a Padova nel 1549, la cui trama avrebbe fatto sbellicare dalle risate qualsiasi veneziano dell’epoca.
Il racconto è foschissimo e in esso il Consiglio dei X è descritto in modo tale da far apparire Caligola come un semplice monello.
Anche il grande compositore russo Cezar’ Antonovič Kjui, uno del celebre Gruppo dei Cinque, scrisse un’opera in quattro atti, tra il 1871 e 1875, ispirata a quella di Victor Hugo e, quindi, culturalmente figlia delle stesse antiche bugie.
E siamo alla fine dell’ottocento.
Così nasce la “leggenda nera” di Venezia che contribuì, tra l’altro, alla mancata restaurazione della Serenissima al Congresso di Vienna.
Anticipando alcune conclusioni, nulla di ciò corrisponde alla verità storica.
Anzi, la Repubblica di Venezia fu un esempio di giustizia e di moderazione, soprattutto a paragone delle altre istituzioni europee e ottomane.
In sintesi, l’opera di Amelot de la Houssaye costituisce una fonte doppiamente inaffidabile, sia direttamente che indirettamente per le fonti secondarie in essa contenute.
Un testo, quindi, falsamente autorevole e fuorviante, che può solo testimoniare la propria nefasta influenza nella creazione di quella corrente culturale nota come “Italofobia.”
Ma anche le fonti moderne sono altrettanto insidiose.
Nell’esame di copose trattazioni, ad opera di vari autori, sulla giustizia veneziana, non tardai a notare un particolare curiosissimo.
Tutti questi lavori tendevano a sviluppare un unico tema, non molto distante da quello del citato storico francese, ma in salsa clerico-marxista.
La tesi fondamentale condivisa da questi testi era quella presupponeva l’esistenza di una feroce tirannia nella Dominante, fondata e mantenuta da un vero e proprio “terrore” giudiziario la cui massima espressione era rappresentata dal tremendo Rito Inquisitorio, tipico del Consiglio dei X, e da quest’ultimo delegato ad altri organi giudicanti sia a Venezia che sulla terraferma.
In altre parole si voleva dimostrare che questo Rito Inquisitorio, utilizzato con spregiudicatezza e durezza inusitate, avrebbe costituito uno degli strumenti principali di oppressione politico-sociale sulle masse popolari da parte degli aristocratici al potere.
Ci si sarebbe aspettati, per basilare rigore accademico, che tale giudizio fosse supportato da un’analisi attenta e completa di tale Rito e della sua applicazione nel corso di vari secoli, ma ciò, purtroppo, non corrisponde al vero.
Malgrado le centinaia e centinaia di pagine scritte da vari soggetti (tutti accademici) su questo argomento, il giudizio analitico, basilare e fondamentale, sul Rito inquisitorio dell’Eccelso Consiglio era da tutti (e dico tutti) questi autori demandato ad UNA SOLA pubblicazione citata a piè di pagina.
Orbene, anche questo argomento potrebbe non risultare pienamente probatorio.
Ci sono opere come “La tortura giudiziaria nel diritto comune” di Piero Fiorelli (1953-1954) su cui ci si può tranquillamente basare e lo fa tutto il mondo.
Lavori di tale levatura risultano pressoché definitivi e possono essere integrati o corretti in qualche particolare, ma è quasi impossibile che perdano la loro altissima qualità di testi di riferimento.
Sono casi rari, molto rari.
Ovviamente, rilevato che quest’unico testo sorreggeva tutto l’impianto di questa scuola di pensiero, mi adoperai per ritrovare cotanta opera, aspettandomi chissà che cosa (magari un volume corposo ricco di esempi tratti da una ricerca effettuata sulle fonti primarie, cioè sui documenti di quel tribunale) e mi ritrovai in mano un articolo piccolo, piccolo, nel quale si citavano pochi esempi tratti da fonti sì coeve, ma dottrinarie, cioè, in qualche modo secondarie rispetto alle carte ufficiali contenute in apposite buste all’Archivio di Stato di Venezia.
Mi spiego meglio.
Un manuale di diritto processuale civile non rispecchia necessariamente ciò che EFFETTIVAMENTE accade nei tribunali ove detto diritto processuale civile, in teoria, dovrebbe essere applicato alla lettera.
Ecco perché uno storico che si basasse unicamente su quel manuale non descriverebbe affatto l’effettivo svoglimento di un dato processo, ma solo il suo “dover essere.”
Di più, chi aveva letto quei manuali di diritto criminale per redigere quell’articolo li aveva anche letti malamente, oppure aveva deciso di sopprimere le parti che smentivano la tesi che si “doveva” dimostrare.
Per farmi capire devo qui fornire una piccola spiegazione e per fare ciò farò riferimento ad alcuni brani tratti dalle Lezioni di storia del processo penale del Prof. Ettore Dezza, che credo interessanti in virtù del forte dibattitto in corso in Italia proprio su questi argomenti.
“In materia di procedura penale, la tradizione giuridica europea appare segnata, tanto a livello dottrinale che in sede normativa, da una evidente contrapposizione tra forme processuali di natura inquisitoria e forme processuali di natura accusatoria…
… Esso – sempre da un punto di vista storico – si qualifica in primo luogo per l’iniziativa d’ufficio del giudice e per la notevole concentrazione di poteri, spesso di natura discrezionale, nelle mani di quest’ultimo. Il giudice infatti, oltre ad avviare il procedimento, lo conclude (con la sentenza o con deliberazioni di altra natura) e ne guida tutto lo svolgimento, in particolare nel decisivo momento della scelta e dell’assunzione delle prove.
Il procedimento inquisitorio si qualifica inoltre per i seguenti ulteriori caratteri:
a) concentrazione nell’unica persona del giudice delle funzioni di accusa e di giudizio (e nei casi estremi anche di difesa);
b) conseguente mancanza di un giudice terzo sovraordinato alle parti;
c) limitazione (e nei casi estremi annullamento) del ruolo processuale delle parti
private (vittima e imputato), segnatamente in ordine all’iniziativa probatoria;
d) limitazione del diritto di (auto)difesa;
e) assenza o presenza marginale della difesa tecnica (avvocato difensore o altra
forma di patrocinio);
f) ricorso ordinario alla detenzione preventiva (l’imputato viene privato della libertà personale sulla base di una presunzione di colpevolezza);
g) inversione dell’onere della prova (spetta all’imputato dimostrare la propria innocenza, sempre come applicazione della presunzione di colpevolezza);
h) segretezza (le risultanze probatorie e, nei casi estremi, la stessa imputazione non sono rese note se non dopo la conclusione dell’indagine svolta dal giudice);
i) scrittura (tutte le fasi processuali, e segnatamente le acquisizioni probatorie, sono rigorosamente verbalizzate in un apposito fascicolo processuale, che costituisce la base per la decisione della causa);
l) sviluppo di un sistema probatorio basato sulla prova legale (e cioè sul valore predefinito delle varie tipologie di prova), e di conseguenza finalizzato alla ricerca della ‘regina delle prove’ (regina probationum), la confessione dell’imputato, eventualmente anche mediante il ricorso alla tortura giudiziaria ad eruendam veritatem (‘per strappare la verità’);
m) formazione unilaterale della prova in sede istruttoria a opera del giudice;
n) mancanza di una fase dibattimentale;
o) modulabilità dell’iter procedurale (il giudice può modificare, dati certi presupposti ed entro certi limiti, l’ordine seriale della procedura onde renderla più rapida ed efficace);
p) modulabilità degli esiti della procedura (il giudice ha a disposizione un articolato ventaglio di modalità per ‘uscire’ anche provvisoriamente dal processo, non limitato alla condanna o all’assoluzione; può ad esempio condannare a una pena straordinaria inferiore a quella edittale e commisurata al cumulo indiziario e alla qualitas delicti et personae, può con l’absolutio ab instantia dimettere l’imputato a processo aperto, può esiliarlo per un tempo definito o perpetuamente con un provvedimento di bando o bannum, può disporne il rilascio cum cautione o cum fideiussione, può con l’ordine di amplius cognoscendum procedere a nuove acquisizioni probatorie, ecc.).
Il procedimento di natura accusatoria presenta a sua volta, al contrario di quello inquisitorio, meccanismi giudicati singolarmente adatti a realizzare la tutela dei diritti e a garantire il godimento delle libertà civili.
I suoi caratteri appaiono per lo più speculari rispetto a quelli inquisitori, innanzitutto per quanto riguarda l’impulso processuale.
Il procedimento può essere liberamente avviato – senza peraltro che l’ordinamento preveda alcun specifico obbligo al riguardo – da un privato qualsiasi (quivis e populo) che non rappresenta necessariamente la parte lesa.
L’accusatore, assumendosene ovviamente la responsabilità, costituisce innanzi al giudice un altro soggetto, lo indica come autore di un determinato reato e chiede che nei suoi confronti sia pronunciata la pena prevista dall’ordinamento e – se l’accusatore coincide con la parte lesa – che sia altresì definito il dovuto risarcimento (si noti che da questo principio discende la non obbligatorietà dell’azione penale in capo agli organi pubblici di accusa che ancora oggi contraddistingue gli ordinamenti penali a tradizione accusatoria).
Su questa premessa, il rito accusatorio si dipana, in base a un risalente e noto principio, come actus trium personarum (‘azione di tre persone’) e secondo forme spesso vicine a quelle del processo civile.
In altre parole, il procedimento accusatorio richiede per il suo svolgimento la necessaria e contemporanea presenza di tre distinti soggetti processuali, l’accusatore, l’accusato e il giudice (e dunque in linea di principio non ammette la possibilità di procedere in contumacia).
I primi due sono posti sullo stesso piano, godono dei medesimi diritti e hanno i medesimi doveri.
Il giudice è a sua volta un soggetto neutrale che si colloca in una posizione di arbitro super partes.
Egli è il pubblico garante del rispetto delle forme procedurali, ed è chiamato a chiudere la causa con una condanna o con una assoluzione.
L’iniziativa processuale e probatoria è invece strettamente riservata alle due parti; in particolare, l’onere della prova spetta a chi accusa.
Il modello accusatorio si dimostra inoltre assai più incline a fissare i principi della pubblicità e dell’oralità (e anche della partecipazione popolare all’amministrazione della giustizia: si pensi, nel caso inglese, alla giuria), che si riflettono nella centralità del dibattimento come momento di verifica e discussione del materiale probatorio individuato e fornito dalle parti, e dunque come momento di fissazione della prova e di formazione della verità processuale attraverso il contraddittorio.
Last not least, il modello accusatorio assicura ampio spazio al diritto di difesa e in particolare al ricorso alla patrocinio tecnico (ovviamente sia in favore dell’accusatore che dell’accusato), e tende a limitare i casi in cui l’imputato viene privato della libertà personale (secondo un principio che in progresso di tempo sarà definito e codificato come presunzione di innocenza).”
Preliminarmente vorrei precisare che nel nostro caso particolare, la Repubblica di Venezia, il rito inquisitorio veniva utilizzato meno che in molte realtà circonvicine.
Ecco che una più vasta conoscenza della materia, porta lo studioso a contestualizzare il rito inquisitorio da un punto di vista della sociologia del diritto concludendo che esso non risulta eccezionale in Europa né veniva considerato particolarmente crudele, vista la sua derivazione dal diritto canonico e, in particolare dalle riforme introdotte da Papa Innocenzo III.
Quindi, come si è dimostrato con questo esempio, anche la capacità di contestualizzare da parte dello studioso, la sua conoscenza generale delle questioni afferenti alla narrativa principale, influenzano moltissimo la sua capacità di comprensione del testo.
Venezia non è, quindi, “speciale” nell’applicazione del rito inquisitorio, anzi.
Molti reati penali ricadevano sotto la giurisdizione della Quarantia, poi Quarantia Criminal, che agiva con rito accusatorio.
Il rito inquisitorio, poi era “costituzionalmente” riservato al Consiglio dei X, quindi ad una magistratura prestigiosissima della quale, oltre ai dieci giudici, faceva parte anche il Doge con il Minor Consiglio.
Il Rito, poi, veniva delegato, in casi singoli o permanentemente, ad altre magistrature.
Ma il rito cd. “delegato” rimaneva comunque sotto la diretta supervisione dell’Eccelso Consiglio, cioè del vertice della Serenissima, altro particolare che fa escludere una sua applicazione indiscriminata capace di “terrorizzare” il popolo.
Anzi, studiando i processi si rileva che il popolo, ben lungi dall’essere “terrorizzato” collaborava attivamente con le indagini relative ai procedimenti del Consiglio dei X presentandosi spontaneamente a deporre, cosa inusitata negli ordinamenti ove il sistema penale risulti realmente terrificante.
Ho appena parla dello studio dei processi realmente svolti.
Quello che mi stupì di più in queste analisi accademiche relative ad un procedimento di carattere giudiziario di secolare persistenza, fu la mancanza assoluta di esempi tratti dalla prassi giudiziaria stessa.
Mi correggo. Come ho detto prima, l’analisi era una sola. Breve, fallace e largamente incompleta e anch’essa chiaramente priva di uno studio sistematico dei casi reali.
Apro una parentesi. Spinto da un po’ di nostalgia ho eseguito una ricerca sul web e ho rinvenuto un recente articolo di una giovane studiosa su questo tema.
Stessi problemi, stessa incapacità di leggere a fondo i documenti, stessa mancanza di ricerca delle fonti primarie cioè dei processi veri, quelli conservati all’Archivio di Stato. Troppa fatica?
Rilevato lo stato delle cose, mi accinsi a fare ciò non era stato ancora fatto, cioè recarmi a Venezia a studiare i processi conservati all’Archivio di Stato in grande numero, al fine di scoprire almeno una parte della verità storica.
Ma devo confessare che a venezia andai a colpo sicuro.
Sì, perché già nelle opere dottrinarie suppostamente “studiate” da quela scuola era già contenuta la smentita delle teorie proposte sul Rito dell’Eccelso Consiglio.
Nel principale e più famoso trattato citato dall’illustre accademico autore di quell’unica analisi sul Rito, alcune decine di pagine dopo aver descritto il procedimento inquisitorio nelle sue forme “ideali” (assenza di difesa tecnica e tutte le altre gravi limitazioni al diritto di difesa), il medesimo compilatore di questo trattato ammetteva come, nella prassi, le cose fossero completamente diverse.
Il caposcuola universitario già più volte citato, quell’opera di dottrina l’aveva letto davvero per intero? E se sì, come uno dovrebbe presupporre nei riguardi di un ricercatore universitario, era in malafede nel non citare la parte dello scritto avversa alla sua tesi di fondo?
Ecco, su un tema così importante della storia del diritto criminale europeo, l’unico articolino mai scritto, la punta della piramide rovesciata dei susseguenti lavori “a tema” in salsa catto-marxista, o fu frutto di mancanza di professionalità o di disonestà intellettuale. Scegliete voi l’ipotesi peggiore.
Dico ciò perché l’autore dell’antico trattato ammetteva, ad esempio, che gli avvocati erano assolutamente presenti nel procedimento inquisitorio veneziano.
La tortura? Praticata rarissimamente.
Anzi in pieno sedicesimo secolo il Consiglio dei X operò una feroce reprimenda al Conte di Traù (che amministrava tale territorio in nome della Serenissima) che, nel praticare il rito delegato, aveva utilizzato frequentamente la tortura come mezzo di prova.
Tra gli altri rilievi, il Consiglio affermava apertamente che sotto tortura i sospettati potevano ammettere qualsiasi circostanza pur di far cessare il dolore, vanificando così ogni sembianza di veridicità nel processo.
Poi c’è la composizione stessa del tribunale che avrebbe dovuto suggerire prudenza ai suoi detrattori.
Per secoli il Consiglio dei X rappresentò non solo il vertice giudiziario, ma anche quello politico della Serenissima.
Giudici potentissimi, quindi, provenienti dalle famiglie principali di Venezia.
Giudici poco corruttibili, quindi, e troppo altezzosi per utilizzare il proprio potere per schiacciare il popolino come sostenuto dalle posizioni marxisteggianti da me criticate.
Anche perché a Venezia esisteva una classe social in più, quella dei Cittadini Originari, ma ciò allargherebbe troppo il discorso.
Torniamo alla realtà delle fonti su questo argomento: i processi “veri” di rito inquisitorio giudicati da quell’eccellentissimo tribunale.
Aperte finalmente le buste (così si chiamano tecnicamente) ne uscì di tutto.
In primo luogo le difese, chiaramente scritte da avvocati, presenti in quasi tutti i processi.
Il rispetto del principio del difendersi da soli era rispettato unicamente nel senso che le difese non erano sottoscritte e il difensore non compariva palesemente.
C’erano anche perizie mediche, oltre alle difese, nei casi violenti ed in particolare in quelli di sospetto avvelenamento.
E il terrore dei cittadini? Smentito dalla vastissima collaborazione spontanea della popolazione che senza timore alcuno si presentava a testimoniare.
E la spietatezza dei giudici? Anche qui una grande sorpresa. Questi nobili potentissimi, spesso anziani e sicuramente acciaccati, spendevano ORE del proprio tempo in votazioni continue su casi di nessuna rilevanza politica e che coinvolgevano popolani o figure di scarsissimo profilo sociale.
Mi spiego meglio. Queste votazioni con regole complicatissime, determinavano ogni passo del procedimento, non solo il verdetto finale.
Ecco perché mi ha sempre stupito la disponibilità di questi giudici a “sprecare” tempo e salute per esaminare con minuzia prove e testimoni.
Altro che misure draconiane.
In pratica, quindi, tanti studi moderni, ben lungi dal gettare luce sulla Serenissima, altro non avevano conseguito se non il riproporre la “leggenda nera di Venezia” come cucinata dall’antica scuola francese, in salsa catto-marxista.
E se questa critica coinvolge intere facoltà universitarie, credete che nel campo dei cosiddetti “maestri di esoterismo” la situazione sia differente?
Semmai è molto peggiore, come il povero Arturo Reghini lamentava già moltissimi anni fa.
Quale sarebbe, quindi, la soluzione a questi problemi?
Smettere di leggere i testi della tradizione? Non proporli ai neofiti?
Ovviamente no. Quello che però è sicuramente opportuno affermare è che, contrariamente all’atteggiamento contemporaneo che utilizza le banche dati del web come soluzione a qualsiasi problema ermeneutico, il massimo scrupolo e la più grande umiltà nell’analizzare le fonti sono d’obbligo.
Bisogna far penetrare la consapevolezza che la conoscenza richiede fatica, tanta fatica. E tempo, molto tempo.
Che ha ancora senso imparare le lingue, vive e morte, se si possieda l’ambizione di voler penetrare nel testo al fine di trarne la propria interpretazione.
Che i commenti ai testi, sia antichi che moderni, vanno sempre controllati e non apoditticamente ripetuti come vangeli.
Che ci vuole, accanto all’umiltà, una grandissima pazienza.
Nel mondo della frenesia si deve riscoprire la lentezza.
La conoscenza, soprattutto in campo esoterico, va perseguita secondo ritmi armonici e con passo sicuro.
Una frase che non è chiara oggi lo sarà domani.
Un concetto che sfugge lo si afferrerà a tempo debito.
Infine, il percorso che riusciremo a seguire nell’apprendimento, non potrà non portare gioia e serenità al nostro Spirito.
Ecco perché vale la pena di spendere quotidianamente almeno un po’ delle proprie energie a questo fine.
Forse, e dico forse, questo è l’insegnamento “tradizionale” maggiormente rilevante che si possa impartire, non la discussione su testi tradizionali mal gestiti e malamente ricevuti.
[1] Il Tikkunei Zohar è un’opera cabalistica composta nella Spagna del XIV secolo, anche se tradizionalmente attribuita all’autore del Sefer Zohar, Rabbi Shimon bar Yochai.
Il Tikkunei Zohar (riparazione, integrazione dello Zohar, del quale si presenta come appendice) offre settanta interpretazioni della prima parola della Torah, bereshit. La base teologico-kabbalistica è probabilmente da porsi nel celebre principio “la Torah ha settanta facce” contenuto nell’opera risalente al XII secolo denominata Bemidbar Rabbah. Il Tikkunei Zohar considerava questo un principio teologico fondamentale e lo applicava in modo programmatico.





