Home Politica estera L’IRAQ TORNA ALLE URNE E CONFERMA AL SUDANI

L’IRAQ TORNA ALLE URNE E CONFERMA AL SUDANI

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A più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq torna alle urne con un’affluenza in caduta libera e un sistema politico ancora prigioniero delle proprie divisioni settarie. In un Paese stremato da corruzione, disoccupazione e disillusione collettiva, il voto appare più come un esercizio di sopravvivenza istituzionale che come un momento di reale partecipazione democratica.

Mohammed Shia al-Sudani, premier uscente, cerca e ottiene un secondo mandato all’insegna di un equilibrio difficile: mantenere la posizione dell’Iraq tra le due grandi forze che ne determinano da anni le scelte strategiche — l’Iran e gli Stati Uniti. È una linea di galleggiamento politica e diplomatica che si regge su fragili compromessi, nel tentativo di evitare che Baghdad torni a essere un terreno di confronto diretto tra potenze.

L’Iraq del 2025 resta infatti sospeso in una geografia strategica densa di contraddizioni. Da un lato Teheran, che continua a esercitare un’influenza capillare attraverso le milizie sciite e una rete di alleanze politico-religiose radicate nei centri di potere della capitale. Dall’altro, Washington, ancora presente con basi militari, interessi energetici e una costante attenzione alla sicurezza regionale, in particolare in chiave di contenimento dell’Iran. Al-Sudani si muove in questo spazio stretto, cercando di salvaguardare la sovranità nazionale senza compromettere gli equilibri esterni da cui il Paese dipende.

Nelle regioni settentrionali, il voto ha messo in luce un’altra faglia di instabilità. La regione autonoma del Kurdistan, senza un governo stabile da oltre un anno, si presenta divisa dalla rivalità interna tra il Kurdistan Democratic Party (KDP) di Masrour Barzani e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) guidata da Bafel Talabani. È una sfida diretta che indebolisce la voce curda a livello nazionale, frammentando il potenziale ruolo di mediazione del Kurdistan tra Baghdad e gli attori internazionali.

Nonostante ciò, il KDP ha conseguito un risultato molto forte nella regione autonoma, ottenendo una posizione dominante nelle province settentrionali. Questo rafforza la capacità dei curdi di porsi come terzo polo di influenza nel complesso mosaico politico iracheno, ma rischia anche di accentuare la divisione interna che priva la regione di una linea coerente verso il centro del Paese.

Sul piano geopolitico, la posta in gioco è ampia. La stabilità energetica resta il primo nodo: l’Iraq è il secondo produttore dell’OPEC e ogni oscillazione politica a Baghdad si riflette immediatamente sui mercati globali del petrolio. Segue la sicurezza regionale, minacciata dal possibile riemergere di tensioni settarie o di cellule jihadiste latenti, che potrebbero riaccendere il corridoio di instabilità tra Siria, Giordania e Golfo. Infine, la proiezione d’influenza delle potenze globali: Russia e Cina osservano con attenzione, pronte a inserirsi negli spazi lasciati dal progressivo disimpegno americano e dalle incertezze iraniane.

L’Iraq del dopo voto si conferma così un laboratorio del nuovo disordine mediorientale: un luogo in cui la logica della sovranità si intreccia con quella della dipendenza, e dove la politica diventa un esercizio di equilibrio più che di visione. La linea di al-Sudani, prudente e pragmatica, tenta di preservare una fragile neutralità, ma la neutralità, in Medio Oriente, è una parola che spesso dura il tempo di un mandato.

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  • Redazione

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