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TECNOCAPITALISMO E CRISI DELLA DEMOCRAZIA

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di Maurizio Ballistreri

Quanta tristezza nel vedere i leader politici europei, radunati attorno al tavolo del tycon che siede alla Casa Bianca, come scolaretti in attesa della lezione del maestro sul conflitto russo-ucraino.

Altro che multipolarismo con l’Europa protagonista, le immagini dei media plasticamente evidenziano la subalternità dell’Europa – simile al “Cavaliere inesistente” di Italo Calvino – agli Stati Uniti ed alla dottrina trumpista dell’”American first”,

E la subalternità dell’Europa, che nel conflitto russo-ucraino appare, peraltro, al traino del premier di quell’Inghilterra uscita con la Brexit dall’UE, avviene nel mentre a livello planetario si vive la fase più deteriore del capitalismo e della crisi della democrazia.

Se i dazi di Trump segnano la fine del paradigma della globalizzazione senza regole che ha provocato drammatici fenomeni di secessione sociale in tutti gli Stati, il nuovo “Tecno-capitalismo” è imperniato sulla subalternità della democrazia rispetto al capitalismo.

Il rapporto tra capitalismo e democrazia è stato e sarà sempre conflittuale ebbe a scrivere Norberto Bobbio, e il prevalere del primo sul secondo ha provocato, alla lunga, i guasti sociali ed economici che stiamo vivendo e che non sappiano ancora dove ci condurranno.

Negli anni che vanno dal crollo del Muro di Berlino ad oggi, abbiamo assistito, quasi impotenti, con il sostegno non solo della cultura politica ferma al vecchio liberal-liberismo dello “Stato minimo”, ma anche di certa sinistra sedicente “riformista”, alla “privatizzazione della politica”, con il denaro trasformato in valore assoluto, nel mentre la cosiddetta “classe dirigente” mondiale è stata sostanzialmente omologata: tutti i dirigenti dicono e sostengono le stesse idee e proposte all’insegna dell’idola tribus del mercato, espressione di costose macchine di potere e di comunicazione di massa.

Questa condizione è diventata ancora più grave, con l’avvento delle oligarchie tecnologiche, che stanno progressivamente sostituendo le istituzioni e le procedure democratiche, generando un sistema di controllo totale mascherato da innovazione e libertà individuale, ma in realtà dittatura digitale.

Come profeticamente, all’alba di questo XXI secolo, ebbe a scrivere lo storico Eric Hobsbawm “politica, partiti, giornali, organizzazioni, assemblee rappresentative, Stati: niente più funziona nel modo in cui funzionava e si supponeva avrebbe ancora funzionato a lungo”.
E allora, per uscire dalla drammatica crisi democratica globale non bastano solo le ricette economiche e sociali, ma serve, in primo luogo, la restituzione alla democrazia del ruolo fondamentale che deve avere nelle nostre società moderne.
Già, perché rispetto agli albori del capitalismo industriale nell’800 la dicotomia non è tra una società liberale ed una socialista, ma tra la democrazia e l’oligarchia, tra il benessere collettivo e la tirannia economica di pochi. In questa prospettiva è opportuno ricordare l’elaborazione teorica di un grande sociologo riformatore come T.H. Marshall nel dopoguerra, che ha consentito la declinazione dei diritti sociali in termini di cittadinanza e, quindi, di democrazia e partecipazione popolare.

Nel suo bel libro “Il diritto di avere diritti” Stefano Rodotà, prestigioso giurista e politico italiano purtroppo scomparso, scrisse una frase amara che ben si attaglia alla tristezza del nostro tempo: “Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero”.

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  • Redazione

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