
di Raffaele Romano
Per chi accetta di entrare nella “Storia” accantonando la “Narrazione” che di essa, spesso e volentieri, se ne fa deve mettere in conto che potrà avere forti delusioni su personaggi e/o fatti che riteneva si fossero svolti completamente in modo diverso. Prendiamo il caso, assurto a verità storica, dell’avversione dei britannici nei confronti dei Borbone che regnavano a Napoli. Un concetto di forzata avversione coltivato e narrato negli anni ma che alcuni decenni prima dell’unificazione nazionale si era reso artefice nel rimetterli sul trono di Napoli allorchè ne erano stati defenestrati.
Il 22 gennaio, infatti, del 1799 fu proclamata la Repubblica Napoletana alla quale aderì, in prima persona, Eleonora de Fonseca Pimentel e che il 2 febbraio fece uscire il primo numero del “Monitor Napoletano” un periodico bisettimanale, di cui era diventata lei stessa direttrice il 25 dello stesso mese.
Dopo un po’ la Fonseca si rese conto che notevole, se non proprio agli antipodi, era la distanza fra l’élite della neo repubblica con il popolo sottolineando che “La plebe diffida dei patrioti perché non gl’intende”. Infatti il popolino napoletano si teneva totalmente distante da questa svolta politica filo rivoluzionaria francese. I suoi costanti e reiterati tentativi di rendere popolare il nuovo regime ebbero scarso successo. L’unico effetto palese fu quello di acuire il malanimo dei Borbone nei suoi confronti e di attirarle addosso la loro vendetta quando la Repubblica, nel giugno del 1799 fu completamente rovesciata e la monarchia restaurata.
Ed è qui che ci avviciniamo alla “Storia” quella documentata ed incontrovertibile nei confronti della “Narrazione” che se ne è fatta e di cui ancora si nutre. Ancor oggi vi sono molti napoletani che condannano, con molte ragioni, l’estromissione dei Borbone da parte degli inglesi servendosi di Garibaldi e dei Savoia nel 1860. Orbene bisogna ricordare che, con l’aiuto determinante dei francesi, Napoli aveva fondata una sua Repubblica sulla scorta delle esperienze della rivoluzione francese. Un tale e rapido sconvolgimento, e la de Fonseca Pimentel nei suoi scritti lo dimostra ampiamente, non era diventata popolare nei ceti umili in nome dei quali diceva di parlare.
Anche in quell’epoca la geopolitica era vitale per poter difendere il proprio spazio vitale da parte di ogni nazione e fu in questa chiave che i Borbone si avvalsero della loro alleanza con i britannici. Per risolvere la situazione e rimettere al loro posto i Borbone la Gran Bretagna inviò l’ammiraglio Horatio Nelson alla guida di una grande flotta nel golfo di Napoli con due precisi obiettivi rimettere sul trono il re deposto Ferdinando IV e, allo stesso tempo, ristabilire il suo dominio sull’intero Mediterraneo. Con tale strategia Nelson, in qualità di comandante della flotta britannica nel Mar Mediterraneo, si dimostrò un preziosissimo alleato per i Borbone durante la Rivoluzione napoletana del 1799 che gli consentì di ripristinare l’antico casato ed accrescendo la dipendenza geopolitica di Napoli con Londra.
Per dimostrare l’eterna gratitudine Ferdinando IV regalò a Nelson un feudo e che, consigliato dallo stesso Re, gli garantì quello di Bronte con una rendita annua di 6000 once su 15.000 ettari di terreno e lo esentò dal pagamento di una forte somma per diritti d’investitura alla Regia Corte come si era soliti fare all’epoca. Come ultimo tocco di infinita gratitudine Ferdinando IV concesse, all’ammiraglio Nelson, la facoltà con la quale tale ducato dopo la sua morte poteva essere lasciato a chi volesse. In tal modo il Re fece di Nelson uno dei più ricchi feudatari dell’intera Sicilia.
Il 30 giugno 1799 si concludeva, in maniera tragica, la vita del principe Francesco Caracciolo, già ammiraglio della regia marina borbonica e animatore di quella rivoluzione napoletana che il precedente 3 gennaio aveva scacciato i Borbone da Napoli. Caracciolo, in violazione dell’accordo firmato dal cardinale Fabrizio Ruffo, capo della rivolta sanfedista che prevedeva in cambio della resa l’amnistia per i rivoluzionari, dopo un processo farsa celebrato sul ponte della Foudroyant, nave ammiraglia della flotta inglese, veniva su ordine dello stesso Horatio Nelson, impiccato all’albero maestro della Minerva, una nave da guerra. Anche la De Fonseca Pimentel subì analoga sorte. Infatti Il processo a suo carico si celebrò il 17 agosto così disattendendo, di fatto, la firma regia già apposta all’obbligo derivante dal penes acta da lei accettato e firmato. Condannata a morte, venne impiccata a 47 anni insieme al principe Giuliano Colonna, all’avvocato Vincenzo Lupo, al vescovo Michele Natale, al sacerdote Nicola Pacifico, ai banchieri Antonio e Domenico Piatti.
Oltre i predetti, il 20 agosto 1799 venne anche giustiziato per decapitazione, a soli 27 anni, Gennaro Serra di Cassano nella storica Piazza Mercato. Eleonora de Fonseca salì al patibolo per ultima, dopo aver assistito all’esecuzione dei suoi compagni. Le sue ultime parole furono una citazione virgiliana: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit” “Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose“.





