Home Cultura MASSONERIA: PATENTI, UNIFICAZIONI E SCISSIONI. TUTTO COME SEMPRE

MASSONERIA: PATENTI, UNIFICAZIONI E SCISSIONI. TUTTO COME SEMPRE

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Le vicende che travagliano la Massoneria, delle quali s’è avuta abbondante notizia a causa delle pubbliche accuse di una quantità di massoni (o sedicenti tali), i quali si sono dedicati al reciproco insulto sui media e sui social, non rappresentano niente di nuovo, se non nelle modalità inedite da rissa di cortile.

Iniziati? Sì, all’insulto mediatico, con ottimi risultati di discredito non solo della loro realtà istituzionale, ma, purtroppo, dell’intero mondo massonico, che subisce questa indegna gazzarra.

Tuttavia, al di là dello spettacolo indecoroso, è necessario capire quali siano le cause che regolarmente portano a dissidi, scissioni, reciproche espulsioni, scomuniche.

A volte ci sono cause molto profane: soldi, proprietà. A volte ci sono le rivendicazioni di patenti, certificazioni legittimanti, timbri e carte bollate che certificano l’incertificabile, essendo solo il lavoro iniziatico che ha un autentico valore. Si può avere in mano la patente rilasciata da un patentato e non avere la minima idea di cosa sia un percorso iniziatico.

Alcuni accenni alla storia della Massoneria italiana dovrebbero essere sufficienti a scoraggiare la perdita di tempo a rincorrere legittimazioni, patenti, pezzi di carta.

Il primo Grande Oriente d’Italia e il primo Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato nascono con la diretta influenza della Massoneria francese e con la fusione del Grande Oriente di Napoli con il Grande Oriente di Milano, ad opera del bresciano Giuseppe Lechi.

Nel 1805 giungono infatti a Milano alcuni alti dignitari inviati dal Supremo consiglio del Rito Scozzese Antico Accettato, tra i quali il bonapartista conte Alessandro Augusto de Grasse Tilly, per costituirvi il primo Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato in Italia. Il 20 giugno 1805, tre mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia, sono riuniti in Milano i Maestri Venerabili e i Sorveglianti delle logge: “Reale Napoleone”; “Reale Gioseffina”; “Reale Eugenio”; “La Concordia”; “Il Felice Incontro”; “L’Unione”. Il congresso, presieduto dal Fratello Calepio, già ambasciatore di Spagna e noto come giacobino, con a latere il Fratello De Grasse Tilly, il Gran Segretario pro tempore Luigi Caldarini e l’Oratore pro tempore Paul Vidal, membro del Supremo Consiglio dei 33 di Francia, rappresenta il momento solenne di fondazione della costituzione del Supremo Consiglio del 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato e della Gran Loggia Generale sotto la denominazione di Grande Oriente d’Italia, la cui sede è fissata in Milano. Il generale bresciano Giuseppe Lechi, Gran Maestro del Grande Oriente di Napoli, interviene alla seduta di fondazione dichiarando di essere incaricato di unire i due Grandi Orienti, quello costituito in quel momento a Milano e quello già operante presso la divisione dell’Armata d’Italia nel Regno di Napoli, “in uno solo e medesimo corpo” per fare della Massoneria un unico “centro di luce” in Italia. Le logge dipendenti dal Grande Oriente d’Italia sono all’epoca 13 in tutto: di cui cinque a Milano e una a Bergamo, una a Verona (l’Arena) e una a Taranto. Le altre, tutte militari, sono a Napoli.

Va detto che la denominazione già induce a confusione.

Ragon, infatti, in proposito, scrive: “Nel 1739, alcuni Fratelli recalcitranti si separarono dalla Grande Loggia di Londra, si unirono a dei resti di corporazioni di massoni-costruttori e formarono una Gran Loggia rivale, sotto la costituzione della grande corporazione di York. Questi dissidenti diedero alla Grande Loggia d’Inghilterra il titolo di «rito moderno» e presero quello di «Grande Loggia del Regime Scozzese Antico». Poi, essendo stati riconosciuti dalla Grandi Logge di Scozia e d’Irlanda, aggiunsero alla parola antico «e Accettato». Tale è l’origine del titolo: «Regime o Rito Scozzese Antico e Accettato». Ma tutte queste Grandi logge non praticavano che i tre gradi simbolici. È dunque un non senso assurdo dare questo titolo alla raccolta fatta, molto tempo dopo, dai trenta tre gradi del conte de Grasse”.[i]

De Grasse Tilly è il cofondatore, nel 1801, in America, del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

Il titolo “Rito o Regime scozzese antico e accettato” non riguarda pertanto un Rito sovrapposto alla Massoneria delle Logge praticanti i gradi simbolici (apprendista, compagno, maestro), ma specifica, nell’ambito della Massoneria l’appartenenza ad una tradizione specifica scozzese che non si identifica con quella imposta dagli Hannover con un atto d’imperio del tutto profano e relativo all’eliminazione degli Stuart.

Comunque, la storia ci dice che il primo Grande Oriente e il primo Supremo Consiglio del Rito Scozzese (quello americano) siano stati quelli del 1805, insediatisi in Milano.

Tuttavia, quando a Torino viene fondato il Grande Oriente d’Italia, già esistono più supremi consigli del Rito Scozzese.

Dal 26 dicembre 1861 al primo gennaio 1862, nella capitale sabauda, divenuta capitale del Regno d’Italia, si tiene l’Assemblea costituente massonica per la fondazione del Grande Oriente Italiano, durante la quale il generale Giuseppe Garibaldi viene proclamato primo massone d’Italia.

Il Grande Oriente del 1805, chiaramente, non era italiano, ma francese.  Dal 1805 al 1814, infatti, fondato da Napoleone Buonaparte, fu attivo il Regno napoleonico d’Italia, ufficialmente Regno d’Italia, del quale Napoleone si fece incoronare re.

Qualche mese prima dell’Assemblea costituente massonica per la fondazione del Grande Oriente Italiano, il 28 marzo del 1861, il Supremo Consiglio della Louisiana, aveva fornito patenti di Sovrano Grande Ispettore del Rito scozzese a Giuseppe Tortorici, che si sente pertanto autorizzato a fondare un Supremo Consiglio del Rito scozzese sedente in Palermo.

Scrive Maurizio Volpe: “Nel 1860 operava a Palermo un “Grande Oriente di Sicilia” nonché un “Supremo Consiglio del R\S\A\A\” capeggiato da Andrea Ribaudo che dapprima si unificò con un altro Supremo Consiglio, fondato nel 1861 dal capitano Giuseppe Tortorici, poi si separò di nuovo. Nel 1862 operavano, quindi, in Sicilia due Supremi Consigli: il “Supremo Consiglio Centrale d’Italia” del Ribaudo, con Sovrano Gran Commendatore il principe di Sant’Elia, ed il “Supremo Consiglio – Grande Oriente d’Italia di Rito Scozzese Antico ed Accettato di Palermo” del Tortorici”.[ii]

Non male, per chi cerca patenti.

Anche alcuni cenni alla storia successiva sono interessanti per i ricercatori di patenti.

Con la Costituente massonica del 24 aprile del 1879 sono riuniti sotto lo stesso tetto del Grande Oriente il Rito Simbolico Italiano, il Rito di Memphis e il Rito Scozzese Antico e Accettato, unito da accordi tra Roma e Torino, che saranno suggellati nel 1888 dalla delega conferita al Gran Maestro Adriano Lemmi di reggere la carica di Sovrano Gran Commendatore per nove anni.

A seguito della proposta di legge presentata da Leonida Bissolati per l’abolizione dell’istruzione religiosa nelle scuole elementari, nel 1908 si determinano le premesse della separazione dal Grande Oriente d’Italia, ad opera del pastore protestante Saverio Fera, di una parte di Massoni.  L’impegno del Grande Oriente a sostegno dell’ipotesi Bissolati crea il fatto scatenante della scissione, ma non è da considerare secondario, come motivo del divorzio dal Grande Oriente, anche il fallimento del tentativo di fondere il Rito scozzese antico e accettato con il Rito simbolico.

Nel 1907, infatti, per 4 mesi, il Supremo consiglio della Massoneria discute su tale argomento, acquisendo l’assenso del Rito simbolico, ma non quello del Rito scozzese.

Il Sovrano Gran Commendatore Ballori, a seguito del diniego all’unificazione, più per ragioni di forma che di sostanza, com’egli stesso ebbe a dire, si dimette e a reggere le sorti del Rito tocca a Saverio Fera, suo Luogotenente.

Allorquando il Grande Oriente è investito della questione Bissolati e, in particolare, della richiesta di prendere provvedimenti nei confronti dei Fratelli che avevano trasgredito la linea di palazzo Giustiniani, votando in Parlamento contro la mozione, la Famiglia si spacca.

La discussione evidenzia come i “Fratelli” del 33° grado, capeggiati dal pastore protestante Saverio Fera, Luogotenente Sovrano Gran Commendatore, siano contrari alla mozione proposta dalla maggioranza guidata da Ballori, all’epoca Sovrano Gran Commendatore dimissionario a causa, come s’è detto, delle difformità di opinioni sulla questione dei riti.

Questi i fatti principali precedenti la scissione ferana.

La crisi dunque fu l’effetto di più fattori concomitanti. Vi fu in primo luogo un fattore politico, determinato dalle tensioni interne alle forze politiche, rimbalzato all’interno di logge i cui lavori spesso si occupavano delle vicende del Paese.

A questo si aggiunse, come sua conseguenza diretta, la rivendicazione di un ritorno alla tradizione. Si fece largo tra i Fratelli l’esigenza, indotta anche dai nuovi orientamenti culturali generali, di un recupero della tradizione iniziatica nei lavori di Loggia, con la conseguente messa in secondo piano dell’interesse politico.

La politica veniva incalzata dalla tradizione.

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Di questo nuovo interesse per antichi valori fu esempio anche la vicenda umana e massonica di Edoardo Frosini, uno dei maggiori esperti di esoterismo dell’epoca, esponente del Rito simbolico, del Memphis e Misraim, del Martinismo, dell’Ordine Templare e del Rito di Swedemborg.

 Edoardo Frosini fondò nel 1909 il Rito Filosofico Italiano (sciolto nel 1919).[1]

“Le aspirazioni esoteriche sue e di chi come lui si raccoglieva nel Rito Nuova Scozia e in altri Corpi allarmati e disgustati dal panpoliticismo di Palazzo Giustiniani non avevano mai intaccato la sicurezza del Grande Oriente per il quale, lanciato com’era nella lotta politica, era scontato che i Fratelli “filosofici” andassero in sonno: sia pure a una media, affermava il Frosini, di 700 l’anno”.[2]

Di riti, di simboli, di correnti esoteriche, nel dibattito massonico si era persa la memoria. La valenza e la portata delle nuove esigenze non furono sufficientemente capite dal Grande Oriente, ancora impegnato a discutere gli orientamenti politici ai quali erano tenuti i Fratelli impegnati nei partiti, nelle associazioni, in Parlamento e teso alla promozione della coalizione organica tra tutti i partiti democratici e progressisti, compresi i socialisti, per la conquista e la gestione del potere pubblico al fine di realizzare quel governo di popolo al quale faceva riferimento il Gran Maestro Ferrari.

L’occasione, la goccia che fece traboccare il vaso, nella fattispecie, fu la proposta di legge presentata da Leonida Bissolati per l’abolizione dell’istruzione religiosa nelle scuole elementari.

L’iniziativa di Bissolati non ebbe successo e fu respinta alla Camera il 27 febbraio del 1908, ma il dibattito, in Parlamento e nel Paese, aveva aperto più di una falla nel fronte anticlericale, rivelando la nuova attenzione che da più parti veniva riservata all’entrata sulla scena della politica e delle amministrazioni locali delle masse cattoliche, che qualcuno pensava di poter utilizzare per frenare l’avanzata dei partiti della sinistra dello schieramento e in particolare di quello socialista.

La discussione vide i “fratelli” del 33° grado, capeggiati dal pastore protestante Saverio Fera (Luogotenente Sovrano Gran Commendatore), contrari alla mozione proposta dalla maggioranza guidata da Ballori, all’epoca Sovrano Gran Commendatore dimissionario a causa, come s’è detto, delle difformità di opinioni sulla questione dei riti. Il 26 giugno del 1908 Saverio Fera, di fronte alla messa in stato d’accusa di quei massoni che avevano votato contro la mozione di Bissolati, seguito da 21 Fratelli del 33° grado del Rito scozzese e da 2 delle 66 Camere Superiori diede vita alla Gran Loggia d’Italia, in via Ulpiana.

Si ebbero così due Supremi Consigli di RSAA, con sede a Roma: uno del Grande Oriente d’Italia, che riconosceva la Serenissima Gran Loggia del Rito simbolico italiano, presieduta da Adolfo Engel di Treviglio (Bergamo) e uno della Gran Loggia d’Italia, detta Massoneria di piazza del Gesù, dal nome della seconda sede dopo il trasferimento da via Ulpiana.

Saverio Fera, con una balaustra inviata alle Potenze straniere il 20 maggio 1912, conservata negli archivi del Supremo Consiglio di Francia, accusò il Grande Oriente d’Italia di aver ridotto la Massoneria ad essere un partito politico, una setta di ateismo; di imporre ai massoni che hanno funzioni politiche i voti che devono emettere; di immischiarsi nel funzionamento del Supremo Consiglio; di perseguire l’unificazione dei riti della Massoneria italiana.

La nuova Obbedienza fondata da Fera, scaturita da una scissione nel Rito, non ebbe per due anni un Ordine, finché il 21 marzo del 1910 Fera procedette alla fondazione della “Serenissima Gran Loggia d’Italia” assumendone la Gran Maestranza.

Alla scissione seguirono reciproche espulsioni e demolizioni di logge.

Nulla di nuovo sotto il sole.

Trarne le conseguenze, tuttavia, significa assumere l’onesto onere di allontanarsi il più possibile da emolumenti, possedimenti, ricerche di patenti, rivendicazioni di legittimità per tornare al lavoro massonico.

Altrimenti è meglio iscriversi al club delle bocce o del burraco.

 

Nella fotografia Edoardo Frosini

[1] Frosini cercò di formare nel 1924 un Grande Oriente Italiano ossequiente al regime fascista. Tentativi di risveglio del rito si avranno nel 1954, nel 1960 e nel 1973.

[2] A.Mola, Storia della Massoneria italiana, Bompiani

[i] Citazione in Boucher, La simbologia massonica, Atanor

[ii] Maurizio Volpe, Compendio storico della Massoneria scozzese in Italia, académia editrice

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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