
Nel confermare che Assad ha lasciato la Siria, la Russia ha annunciato che il rais “si è dimesso dal suo incarico” di presidente.
“A seguito dei negoziati tra Assad e alcuni partecipanti al conflitto armato sul territorio della Siria, Assad ha deciso di lasciare la carica presidenziale e ha lasciato il Paese, dando istruzioni per effettuare pacificamente il trasferimento del potere”, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri russo, che afferma, inoltre, che “la Russia non ha partecipato a questi negoziati”.
Le affermazioni di Assad, già in fuga a Mosca, fanno capire il motivo per il quale all’avanzata degli insorti non è stata opposta alcuna resistenza. Evidentemente Mosca ha fatto capire al suo alleato che ormai non c’era più alcuna via d’uscita e che era meglio andarsene.
Il fatto che Mosca si premuri di far sapere che non è intervenuta nei negoziati, in primo luogo ci fa sapere che ci sono stati dei negoziati, la qual cosa fa capire le non resistenza dell’esercito siriano, e che, evidentemente, il Cremlino ha già cambiato interlocutore, presumibilmente identificabile in Erdogan.
Nel frattempo, con l’eliminazione di fatto di Hezbollah e delle sue basi nel retroterra siriano e nell’esclusione dai giochi di Teheran, si cominciano a vedere i primi effetti del nuovo equilibrio che sta nascendo con la fine di Assad.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha, infatti, annunciato di aver ordinato all’esercito israeliano di “prendere il controllo” della zona cuscinetto del Golan al confine con la Siria e delle “posizioni strategiche adiacenti”.
“Questa regione – ha dichiarato – è stata sotto il controllo di una zona cuscinetto stabilita dall’accordo di separazione delle forze del 1974 per quasi 50 anni”.

“Questo accordo con la Siria è caduto“, ha dichiarato Netanyahu, l’esercito ha abbandonato le sue posizioni, ha aggiunto, assicurando che Israele “non permetterà a nessuna forza ostile di stabilirsi sul nostro confine”. “Si tratta – ha concluso – di una posizione difensiva temporanea fino a quando non si troverà un accordo adeguato”.
Interessante anche il fatto che i curdi abbiano salutato con manifestazioni di gioia la fine di Assad. I curdi, nemici di Erdogan, controllano più di un terzo della Siria e sono sostenuti dagli Usa. È da presumere che questa parte della Siria non entrerà nelle disponibilità degli insorti che si sono insediati a Damasco.
In questo momento quel che si vede proporsi nel breve (forse anche lungo) periodo è una spartizione della Siria, l’allontanamento dal suo territorio di Hezbollah e dell’Iran, un rafforzamento di Israele, un indubbio protagonismo di Erdogan e una posizione sibillina della Russia che, evidentemente, qualche accordo che ancora non comprendiamo, lo avrà sicuramente fatto, probabilmente da tempo, visto che anche le sue truppe si sono defilate.
Va notato che Israele non è nemico della Russia e non si è mai sbilanciato sulla questione ucraina e che lo stesso Erdogan, pur essendo membro della Nato, è in ottimi rapporti con Mosca.
Il fatto che Trump abbia detto a chiare lettere che la questione siriana non è affare degli Usa, fa capire che la priorità della sua futura amministrazione è la salvaguardia di Israele e l’estensione degli Accordi di Abramo che, con la sconfitta nell’area dell’Iran, possono riprendere, con tutto quel che comporta per i traffici commerciali, a cominciare dalla Via del Cotone.
Chi è come poi avrà il compito di tenere a bada i rivoltosi, che ora festeggiano, ma che potrebbero, fra non molto, dividersi essendo un insieme di fazioni per ora riunite contro Assad, sarà da vedere. In ogni caso sarà una questione che riguarderà gli Stati sunniti, i quali hanno tutto l’interesse a mantenere la Siria in una situazione che impedisca, in ogni modo, la ripresa di potere del mondo sciita e, segnatamente, dell’Iran, il vero sconfitto di questa situazione ancora in via di definizione.





