
di Raffaele Romano
La dimostrazione della tesi di Giulio Andreotti sulle mille teste che governano gli Stati Uniti la diede involontariamente il nuovo ambasciatore a Roma John Volpe che, in tranquilla contrapposizione alla linea di Martin di cui aveva preso il posto, chiese con un suo dispaccio riservato “l’autorizzazione ad aprire un canale diplomatico col Pci …la risposta ufficiale del Dipartimento di Stato fu immediata e negativa” ma nonostante il parere contrario del Dipartimento di Stato John Volpe realizzò lo stesso una via comunicativa attraverso Martin Weenick con Luciano Barca, uomo di diretta fiducia di Berlinguer. In questa fantasiosa e disarticolata dinamica diplomatica fra gli USA e l’Italia si colloca il quadro politico interno che doveva fare i conti, oltretutto, con una situazione economico finanziaria molto pesante e difficile. Tenendo ben fermi e presenti i due architrave che l’Italia doveva assicurare ovvero garanzia di una stabilità politico economica interna e totale affidabilità in politica estera sul piano delle scelte e delle alleanze, si rileva che già dal 1975 anche la CIA ed alcuni gruppi del Dipartimento di Stato tessevano una linea politica di avvicinamento e di utilizzo del PCI come si evidenzia dal volume “L’Italia vista dalla CIA” di Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli.
L’Italia negli anni ’70 risultava, agli occhi degli Stati Uniti e dei Paesi della NATO, una nazione molto instabile e, pur essendo a tutti gli effetti un membro dell’Alleanza Atlantica, era un osservato speciale da porre e tenere sotto tutela. In un memorandum di quell’anno la CIA affermava che se il PCI fosse entrato al governo sarebbe stato, in molte decisioni, alla destra del PSI e tutto lasciava intravedere questo esito.
In quel periodo si insediarono a Roma come “capo della stazione della CIA” Hugh Montgomery, già nell’Office of Strategic Services (OSS) durante la seconda guerra mondiale, e Vincent Cannistraro, in seguito a capo del famoso anti terrorismo della CIA. In un gioco delle parti sempre più presente nella strategia statunitense marciavano parallele due linee: una anticomunista e l’altra dialogante. A confermare quest’ultima lettura, alla fine dell’estate del 1976 ci fu un incontro documentato in un articolo di Stefano Marroni “le cimici di Botteghe Oscure”: “Era una sera tiepida di fine estate del ‘76. Il tavolo apparecchiato per tre era di quelli buoni, in un angolo tranquillo di “Piperno”, alle porte del Ghetto a Roma. E in attesa di tre fritti alla giudìa toccò a Luciano Barca fare le presentazioni “Il compagno Gian Carlo Pajetta, mister Martin Wenick” (primo segretario USA). Barca era un po’ inquieto anche perchè non gli era stato semplice organizzare la cena, per lui che da tempo teneva i contatti tra l’ambasciata degli Stati Uniti e la segreteria del Pci che a giugno del 1976 era arrivato al 34% dei voti.
Certamente al primo segretario dell’ambasciata Usa farsi vedere in un luogo pubblico a cena con due noti dirigenti del Pci di primissimo piano e simboli del comunismo italiano non dovette piacere molto ma, si sa, la realpolitik fa superare ogni pudore e fu così che la cena con gli spioni ebbe luogo. Berlinguer ci teneva molto a questa presa di contatto per formalizzare i rapporti che Luciano Barca teneva già da tempo e che la presenza di Gian Carlo Pajetta avrebbe portato ad un altissimo livello.
Alla fine i fritti alla giudìa furono serviti ed il ghiaccio, come riporta Marroni, venne sciolto proprio da Pajetta che disse: “Proprio non capisco. Non vedo perché un membro della segreteria del Pci non debba aver paura di incontrare un alto funzionario della Cia, e invece un alto funzionario della Cia debba temere un incontro con un membro della segreteria del Pci… Wenick scoppiò a ridere, e la cena fu piacevole.”
Di cosa si discusse a quella cena ed in quelle probabili successive non è dato ancora sapere.





