Home Politica IL RIFORMISMO E’ UNA COSA SERIA, NON FALCE E CILICIO

IL RIFORMISMO E’ UNA COSA SERIA, NON FALCE E CILICIO

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di Giuseppe Augieri

Leggo l’analisi di Renzi della realtà politica e sociale, affidata ai suoi blog e puntata alle sue tesi sul sovra nazionalismo necessario se si vuole avere un futuro. E leggo di un eccellente, per me, articolo di Silvano Danesi su questo giornale “Il riformismo non è un luogo, un posto o un ruolo, ma un progetto”. Noto correlazioni che propongo alla riflessione di tutti.
Il ragionamento di Renzi parte dalla convinzione che la dicotomia capitale/lavoro esiste ancora, ma si poggia su ragionamenti distorcenti. «Esiste solo in un bipolarismo identitario, che guarda alle antiche certezze e sicurezze, alla storia di due distinte comunità sentimentali.» E’ identità perciò senza proposte, difficili da elaborare perché «tra l’auto percezione della realtà lungo l’asse destra/sinistra e le condizioni reali del contesto in cui viviamo non c’è più corrispondenza». Infatti con la rivoluzione tecnologica il capitalismo non è quello di prima. Con il crollo dell’Unione Sovietica si è segnato la fine del comunismo. L’affievolimento della quantità e qualità del lavoro tradizionale ha fatto emergere nuovi lavori che non potranno mai assolvere la funzione conflittuale esercitata dal primo. Per questo «è caduto il nesso tra eguaglianza, lavoro e socialismo che caratterizzava la sinistra». O come lo intendeva la sinistra. A sua volta anche la destra ha perduto i riferimenti “classici” sui quali aveva costruito il suo pensiero e la sua azione.
Insomma «è il crollo del vecchio mondo, il lutto non elaborato di quella perdita che oggi spinge pezzi di società a polarizzarsi in una lotta sorda fino ad annientarsi. Una porzione di società chiede identità e sicurezza. Reclama ciò che aveva e ora non ha più. Di quel vecchio mondo rivendica anche simboli e certezze. E pretende che il discorso pubblico ne ri-legittimi princìpi, giudizi e riferimenti culturali. Ma c’è un’altra porzione di società, leggermente più ricca e istruita della prima, che chiede, invece, di liberarsi definitivamente dai ruoli assegnati dal vecchio mondo. E chiede che lo stato autorizzi a vivere in base alle preferenze individuali senza tener conto delle esigenze collettive». Gioco a parte fanno le élites, che si sentono al sicuro e guardano con distacco il doppio sommovimento. I partiti rispondono con ragionamenti fortemente retorici, una volta appoggiando le istanze di un gruppo e una volta quelle dell’altro. E i problemi restano là. «Il bipolarismo a cui danno vita non è quello dell’alternanza liberaldemocratica e della governabilità, ma è quello dell’alternativa di sistema, oltre i confini della democrazia liberale. Come scrive Luca Diotallevi sul “Messaggero” del 12 luglio, “le due rabbie sghembe stanno distruggendo il centro della società”».
Sono queste ultime considerazione che sento particolarmente vicine al mio pensiero. L’intero ragionamento sul “difetto” di immaginare e di voler gestire una società che non c’è più è, per me, vecchia storia. Nel Sindacato – 40 anni fa – ho sostenuto con forza che mantenere il focus della elaborazione progettuale sui Cipputi avrebbe portato a sconfitte pesantissime. Il richiamo alla 5° Direttiva, quella sulla partecipazione, una costante dei miei Congressi. L’ “obbligo” di gestire il lavoro fuori delle fabbriche altrettanto. Ma questo denunciato ritardo di aggiornamento, che è una linea culturale sostanzialmente poggiata sul timore di dover abbandonare tranquillizzanti panorama conosciuti per dover invece gestire indefinite trasformazioni epocali e dunque rivoluzionarie (!), già in atto da molti anni, si è trasferito, dal Sindacato alla politica dopo la scomparsa del PSI. Inutile ricordare quanto, nelle analisi della società, e nelle proposte, e nelle realizzazioni, c’era di innovativo nelle politiche del centro-sinistra. La caratteristica di quel periodo è che c’era un sinistra autonomista, che reggeva alle pressioni di ogni altra sinistra; ed un centro che, pur nelle sue variabilità di composizione, aveva chiaro il suo compito di “dovere di governo”. Ed infine una elaborazione (Martelli ed il suo progetto lib-lab docet, ma anche Benvenuto ed il suo “dalla protesta alla proposta”) che puntava a trasformare la contingenza della forma di governo del periodo verso una strutturalità culturale di un centro sinistra che non intendeva escludere nessuno, alla sola condizione che il socialismo messo in campo si allontanasse chiaramente dalle più o meno nascoste pulsioni marxiste. Senza il ciclone giudiziario, effettuato con il placet della “sinistra”, quella società e le sue trasformazioni, avrebbero portato al distacco di oggi tra popolo e politica? L’aggiornamento della cultura di sinistra avrebbe marcato le stesse divaricazioni di oggi nel contratto sociale?
Il richiamo ad Anna Kulisciof per il Psi e quello costante a Bruno Buozzi per la UIL, che Danesi ottimamente ricorda, non erano distinzioni fatte per allontanare o per distinguersi. ma per chiedere di guardare al bisogno, espresso dalla società, di politiche riformiste. Dunque non per motivi freddamente ideologici, ma perché era in atto, ed era stata compresa, quella trasformazione della società che qui è stata ripercorsa; e la convinzione che governare significa rappresentare quanta più società possibile. Il contrario delle barricate, degli steccati, del bipolarismo. Dell’odio.
«Il riformismo socialista è quello di Bad Godesberg, della partecipazione dei lavoratori alla conduzione delle aziende, della promozione del welfare, del benessere sociale, della salvaguardia e dell’estensione dei diritti dei lavoratori in un quadro di compartecipazione che valorizzi impresa e lavoro» dice Danesi. E prosegue: «Un Terzo polo, (quello che si era disegnato, e poi è anche fallito ndr) di questa natura di riformista non ha proprio nulla e, pertanto, è solo un posto, un ruolo, un luogo». Va riproposto in modo del tutto nuovo. A partire dai riferimenti internazionali. Perché il riformismo è progetto, non «è falce e cilicio».
Io resto di questa stessa idea.
 

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