
di Alessandro Cavallini
Spesso sentiamo parlare di postmodernità come termine per indicare l’attuale civiltà, grosso modo quella iniziata nel XXI secolo, e che seguirebbe la modernità, parola con cui si tende ad identificare il Novecento. Secondo questa visione, perciò, il rapporto tra postmodernità e modernità è unicamente di natura temporale, la prima succedendo alla seconda.
A noi questa sembra però una spiegazione alquanto grossolana, tipica di un pensiero, come quello attuale caratterizzato dai social, che vuole semplificare sempre e comunque ogni cosa. In realtà, andando ad analizzarne in profondità le rispettive essenze, è molto semplice accorgersi di come postmodernità e modernità siano molto differenti tra di loro e non unicamente due tempi successivi lungo lo stesso unicum lineare.
Partiamo dalla modernità. Cosa contraddistingue quest’ultima rispetto a ciò che siamo soliti definire antichità? In estrema sintesi, il prevalere della Materia rispetto allo Spirito. In tutte le civiltà premoderne l’aspetto spirituale dell’esistenza umana rispetto a quello materiale, ritenuto inferiore al primo, aveva netta predominanza.
Con l’avvento della modernità il rapporto si capovolge, la Materia prevalendo sullo Spirito. Le visioni religiose e spirituali vengono additate come anacronistiche superstizioni ed in ambito politico-filosofico si arriva addirittura a teorizzare il cosiddetto “materialismo storico”: secondo Karl Marx non è la coscienza degli uomini a determinarne l’essere ma è il loro essere sociale che ne determina la coscienza.
Secondo l’ideologo di Treviri l’uomo è un semplice animale mosso da istinti biologico-materiali interessato unicamente a soddisfare i propri bisogni e quindi, de facto, interessato unicamente alla propria condizione economica-sociale. Opinione, per altro, condivisa anche dal capitalismo industriale che differisce con la teoria marxiana su un solo punto: riconosce come giuste le differenze economico-sociali e non punta ad eliminarne. Ma il punto di vista materialista è il medesimo.
Con la postmodernità vi è un cambio di paradigma. La Materia appare come qualcosa di ancora troppo pesante e limitante per l’essere umano, una sorte di forma moderna degli antichi idoli religiosi. Molto meglio una visione fluida e destrutturante dell’esistenza, per cui nessuna categoria aprioristica ha più alcun valore: l’identità etnoculturale, quella sessuale, quella familiare e così via.
Anche nel mondo lavorativo è un continuo elogio del precariato, dipinto come una continua opportunità che permette di affrontare nuove sfide e vivere nuove situazioni di vita quotidiana. Ci vogliono tutti nomadi, sempre con la valigia pronta in attesa di salpare verso nuovi lidi e senza più confini o limiti “materiali” da dover sopportare.
Da qui il diffondersi a livello planetario del mondo virtuale e dei social media che permettono di costruire dei veri e propri avatar ed un mondo parallelo che non ha più alcun contatto con quello reale e materiale. Senza scordare il valore fortemente simbolico che, negli ultimi decenni, il gas sia stato l’elemento principale degli scontri geopolitici tra le varie potenze mondiali.
Tutto questo per dire come la postmodernità non sia un semplice periodo temporale ma un vero e proprio modo di essere, di fondo nichilista, dell’umanità contemporanea. E a chi vi si voglia opporre non rimane che una strada da percorrere: ri-spiritualizzare l’attuale fluidità. Altrimenti il rischio, oggi altamente probabile, è che, dopo essere scesi dalla Materia al non-materiale, l’uomo postmoderno riesca a trovare qualcosa di ancora più infero ed oscuro. Ma, per non essere troppo pessimisti, ricordiamoci sempre quanto scritto da Hölderlin: “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”.





