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LA GRANDE FINZIONE MEDIO ORIENTALE

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Giovanni Negri, su questo stesso numero del giornale, pone con efficace sintesi due elementi di riflessione: la morte del vertice di Hamas e la questione dei 144 ostaggi che Hamas non restituisce, cosa che secondo Negri metterebbe Nethanyau con le spalle al muro.

Negri accenna poi alle manifestazioni pro Palestina, altro argomento sul quale è necessario riflettere.

Partiamo dagli ostaggi. Non ho alcuna prova per affermare quanto affermo, se non un ragionamento logico. Hamas sta per essere messa fuori gioco. Se avesse in mano 144 ostaggi avrebbe qualcosa da scambiare, ma se non si arriva mai ad una trattativa seria è perché, con molta probabilità, i 144 ostaggi sono, per la maggior parte, morti.

Non lo può dire Hamas, in quanto perderebbe la faccia e non lo può dire Netanyahu, in quanto la notizia susciterebbe un’andata di protesta all’interno di Israele.

Quindi, gli ostaggi sono diventati ostaggi di un alibi, o, meglio di una menzogna che serve agli uni e agli altri per fingere che si possa trattare, quando da trattare non c’è proprio nulla.

Gli ostaggi sono dei fantasmi che servono a coprire quanto c’è davvero in discussione nel Medio Oriente, ossia la sopravvivenza di Israele, non solo per se stesso, ma anche come ombrello atomico dei Paesi arabi sunniti.

Hamas, longa manus dell’Iran, ha messo in discussione uno degli elementi intoccabili della deterrenza israeliana, ossia l’impossibilità, per chiunque, di attaccare Israele senza finir male.

La deterrenza israeliana, che è la sopravvivenza di Israele, è: chi tocca muore.

Hamas ha messo in discussione la deterrenza, dimostrando che Israele si può attaccare, penetrando nel suo territorio, prendendo ostaggi, massacrando inermi cittadini e rompendo così un tabu.

Il tabu va restaurato secondo la regola: chi tocca muore.

Lo vuole solo Israele? No. Lo vogliono anche gli Stati arabi sunniti, che temono la possibile espansione dell’Iran e, soprattutto, la bomba atomica degli ayatollah.

E qui arriviamo alla questione delle questioni, ossia l’Amministrazione Usa guidata dai democratici e da un vecchio ormai non perfettamente compos sui e in mano a una cupola finanziaria che si agita di fronte alla perdita di un potere che immaginava intoccabile dopo la fine dell’Unione Sovietica.

L’Iran ha raggiunto la soglia della possibilità di dotarsi di un’arma nucleare. Joe Biden, in perfetta sintonia con la logica di Obama (e dei democratici, progressisti e socialisti europei), continua a perseguire la strada di resuscitare un accordo con Teheran che è stato cancellato, in quanto totalmente inefficace, da Donald Trump.

Questo atteggiamento degli Usa, uno dei tanti contraddittori e a volte assurdi che si notano nella politica estera, sempre più oscillante e incomprensibile di Washington, destabilizza il rapporto con i Paesi arabi sunniti e con lo stesso Israele.

La politica dei piedi in due scarpe non regge più, anche se consideriamo che la possibilità che l’Iran si doti della bomba atomica non piace nemmeno alla Russia, che l’Iran lo ha come vicino di casa e non è certamente felice che un vicino e alleato (per ora) che è uno Stato teocratico che alimenta il terrorismo internazionale, possa un domani farne uso come elemento di ricatto nei confronti di Mosca.

L’eliminazione del presidente Raisi, nella poco convincente narrazione ufficiale, ha tolto di mezzo uno degli elementi più estremisti del regime e indebolito il vertice teocratico, ma l’Iran rimane un pericolo costante per la stabilità mediorientale e, soprattutto, per gli interessi che accomunano l’Occidente con i Paesi arabi sunniti.

Un altro elemento che vede gli Usa con i piedi in due scarpe riguarda il Qatar, sede di una delle più importanti basi americane nell’area, ma anche Paese che ospita Hamas e non solo e che si è sempre posto come sponda a tutte le parti estremiste dell’Islam, a cominciare dai Fratelli Musulmani.

Non va dimenticato il Qatar gate, ossia la storiaccia di corruzione che ha coinvolto esponenti dell’Unione Europea di sinistra, pagati per favorire gli interessi qatarini.

In questo quadro si inserisce il movimento dei Pro-Pal. Come lo definisce Negri, che, in America è finanziato dagli stessi che finanziano i Democratici, a cominciare dal solito George Soros.

In piazza ci sono sempre gli stessi, una volta verdi, una volta pro-pal, un’altra pro-Ong e via elencando.

Il problema, anche qui, è nell’ambiguità dell’Amministrazione Usa, che tiene i piedi in due scarpe: da un lato manda armi a Israele e dall’altro continua a mantenere rapporti con finanziatori che appartengono alla cupola finanziaria e che finanziano anche le proteste.

In Italia, tanto per gradire, ci sono movimenti politici, partiti e Ong finanziati da Soros & Co. e non è, pertanto, difficile pensare che le proteste facciano parte di una tecnica propagandistica che poco ha a che fare con la solidarietà a chi muore e molto alle questione di destabilizzazione di linee politiche non gradite ai sedicenti filantropi e alla cupola finanziaria.

La grande finzione mediorientale, che si avvale di 144 fantasmi come alibi per non portare alla luce i veri interessi che stanno dietro alle varie guerre per procura, non potrà durare a lungo.

Va però affrontata la questione del dopo conflitto di Gaza, che ormai volge verso la totale eliminazione della presenza fisica e militare di Hamas e che necessita della conseguente l’eliminazione politica dello stesso Hamas, che non si ottiene con le armi, ma con una netta linea politica Usa, con gli Stati Uniti che non possono più sottrarsi alle loro responsabilità: o si sta con Israele e con gli Stati arabi sunniti o si sta con l’ambiguità nei rapporti con l’Iran, che di fatto significa stare con l’Iran.

Il destino della Palestina è se il futuro Stato palestinese deve essere garantito dai Paesi arabi sunniti, con l’eliminazione totale di Hamas o se continua il gioco delle tre carte.

Non va dimenticato che gran parte della destabilizzazione del Nord Africa, giusto per ricordare le malefatte di un’Amministrazione Usa guidata dai Dem, è stato l’appoggio alle Primavere arabe gestite dai Fratelli Musulmani.

E qui, probabilmente, c’è il nodo dei nodi. Vuole l’America recidere definitivamente i legami con i Fratelli Musulmani? Di conseguenza, è in grado L’Europa di fare la stessa cosa?

Il resto è cipria.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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