di Francesco Pontelli
La scelta di Intel di avviare un centro di produzione di microchip in Germania con un investimento di circa 60 miliardi e la contemporanea ricerca da parte di un’altra azienda di Singapore di un nuovo sito produttivo, che stanno ipotizzando anche nel Piemonte o nel Veneto, dimostrano come la percezione relativa allo scenario internazionale da parte delle imprese risulti piuttosto netta nelle sue problematiche gestionali.
Ogni azienda avente dimensioni globali opera in una logica di sviluppo, ma anche di semplice sopravvivenza, che porta peraltro ad elaborare dei piani programmatici futuri, i quali dimostrano implicitamente quanto la visione e la percezione della problematica relativa alle dinamiche globali sia importante già nel breve termine.
Mentre le istituzioni europee si dimostrano giustamente attente alla deriva bellica della crisi russa ucraina, gli attori economici del mercato globale si dimostrano più sensibili verso i possibili effetti disastrosi per le complesse filiere produttive, a causa dell’atteggiamento politico e militare della Cina.
Quest’ultima, infatti, in caso di una guerra tradizionale ha affermato che si affiancherà alla Russia come alleato all’interno di un potenziale campo bellico.
Quello che veramente preoccupa gli operatori economici e finanziari internazionali è, quindi, legato più all’atteggiamento belligerante del Colosso cinese che si potrebbe estendersi anche nei confronti di Taiwan, vero polo della produzione di microchip di alto livello, rendendo questa isola già ora il centro di un potenziale scenario di crisi bellica e quindi economica prossimi anni.
In questo contesto gli investitori non possono attendere, e quindi immediatamente molti tendono ad allontanarsi da questa potenziale crisi, adottando delle politiche di reshoring produttivo, che possono offrire l’opportunità di preservare l’integrità delle filiere esposte ai rischi di conflitti.
La stessa crisi del Mar Rosso rende maggiore questa percezione da parte degli operatori economici relativa all’impossibilità di mantenere filiere così lunghe tra gli Stati occidentali e l’estremo Oriente, rafforzando la convinzione degli operatori di riallocare le produzioni all’interno di continenti (Europa r Stati Uniti) i quali possano assicurare una stabilità politica ed economica.
In altre parole, tanto a livello politico ma soprattutto economico si sta erigendo un nuovo muro, simile a quello che divideva tanto le economie quanto la cultura occidentale da quella Sovietica e della Europa orientale, in questo caso molto più lontano da Berlino ma decisamente molto più esteso.
Un muro virtuale certo, ma basato sulle scelte strategiche ed operative le quali stanno riportando alcune produzioni all’interno del perimetro politico e geografico della politica e cultura occidentale.
Tutto questo ovviamente viene favorito dalla raggiunta indipendenza energetica della quale gli Stati Uniti possono usufruire, a differenza della Unione Europea impegnata in una riconversione energetica, priva di basi economiche che la espone a rischi aggiuntivi nel già problematico scenario attuale.
In questa nuova e progressiva divisione dello scenario globale si dovrebbe aggiungere, a livello strategico, la necessità di un rafforzamento dell’alleanza con l’India, in chiave di contrasto alla potenza cinese, anche all’interno del raggiungimento di un maggiore peso economico e politico dei Brics.
Questi accordi con la Nazione indiana risultano comunque preferibili anche nell’ottica di sviluppo economico, in quanto il mercato indiano presenta dei tassi di crescita molto importanti anche rispetto alla Cina.
E comunque rimane preferibile ai pericoli rappresentati dalla dittatura cinese, sottostimati a lungo per meri interessi speculativi, nel complesso scenario internazionale.
Tornando al concetto di muro, quindi, quello che già ora si sta realizzando a livello economico e politico non risulta troppo differente da quello esistente a Berlino, ma di dimensioni e soprattutto con effetti globali maggiori.
All’interno di questo scenario globale una potenziale divisione si sta manifestando ed è resa operativa, non più da una volontà politica espressa con
un muro di mattoni come a Berlino ma con caratteri economici aventi i parametri di sostenibilità tipici delle supply chain.




