
di Giorgio Cattaneo
«Non voglio più essere complice del genocidio. Sto per compiere un atto di protesta estrema: che però non è estrema per nulla, se si considera la sofferenza che sta subendo la gente, in Palestina, per mano dei suoi colonizzatori». Poi, la benzina sugli abiti. E il rogo. La fine, drammatica, di un vero eroe. Un ragazzo di 25 anni, militare dell’Us Air Force. Un giovane dal nome ebraico: Aronne. Si è bruciato vivo a Washington, davanti all’ambasciata di Israele, al grido “Palestina libera”.
Nelle stesse ore, a Pisa, la polizia antisommossa usava la mano pesante contro i ragazzini accorsi a migliaia per protestare contro il massacro di Gaza. Bilancio: 18 feriti, tutti giovanissimi (dieci di loro ancora minorenni). Giustamente, il ricorso alle maniere forti da parte degli agenti, forse provocati non si sa bene da chi, è stato comunque censurato dal presidente della Repubblica.
A ruota, il coro dei politici che stanno all’opposizione. In quel caso, l’ipocrisia ha raggiunto vette inarrivabili: dura condanna per l’operato del governo, ma non una parola sulle elementari ragioni umanitarie agitate dei manifestanti, indignati per l’ignobile strage di Gaza (non più giustificabile in alcun modo: si protrae dallo scorso 7 ottobre, nell’indifferenza generale, dopo l’atroce mattanza inaugurata dai macellai di Hamas).
A Kiev il terzo atto dell’inquietante farsa: la premier italiana Giorgia Meloni, che non ha ancora trovato modo di commentare i fatti di Pisa, si è lasciata “spiegare” da Zelensky come schedare e poi zittire – letteralmente – gli italiani non schierati con l’Ucraina. Tra le perle del regime di Zelensky, il sito semi-ufficiale che indica gli oppositori da colpire. Una volta morti, accanto al loro nome compare la scritta “eliminato”.
Non ha fiatato, Giorgia Meloni, di fronte ai “consigli” di Zelensky su come gestire la democrazia e la libertà di espressione in Italia. Non ha avuto nulla da ridire: si è lasciata usare, come zerbino, dal tizio che in Ucraina vinse le elezioni facendo chiudere i media non amici ed escludendo dal voto tutti i concorrenti fastidiosi.
Il mondo, nel frattempo, guarda. E vede che l’Italia, già eclissatasi da decenni, ha ora un governo guidato da una donna che accetta senza fiatare le lezioni di quel rinomato paladino della democrazia. Non è sola, Giorgia Meloni: nessuno, in patria, si è scandalizzato per un simile affronto. L’Italia – se ne deduce – è un paese al quale si può impunemente rivolgere qualsiasi insolenza.
L’Italia di oggi, silente periferia imperiale (mai così sordomuta e zelante), prende ordini da una piramide al cui vertice, almeno formalmente, siede un figurante del calibro di Joe Biden. Un gaffeur di fama planetaria, capace di definire “figlio di puttana” Vladimir Putin, accusandolo di aver fatto assassinare Navalny, un attimo prima che gli stessi servizi segreti di Kiev confermassero la versione ufficiale russa (la morte naturale del detenuto).
In questo infernale caos, l’unica certezza vistosa è la catastrofica inadeguatezza degli attori occidentali: proprio loro, che a buon diritto si vantano delle virtù del sistema liberale, partecipano – come comparse – all’inarrestabile morte lenta della politica, infiltrata e dominata dai grandi poteri invisibili e dai loro strumenti visibili, economici e finanziari.
È proprio la latitanza della politica a generare mostri, a partorire drammi e tragedie. In tanti hanno protestato per la repressione dei ragazzi di Pisa, dimenticando il clima del lockdown del 2020, gli anziani a spasso con il cane inseguiti dai droni, le mazzate distribuite ai cittadini inermi che l’anno seguente manifestavano contro il Green Pass, i portuali di Trieste spazzati via con gli idranti. E non è questione di colore politico: Conte o Draghi, i manganelli sono sempre bipartisan.
Opportunamente, Mattarella ricorda che il ricorso alla forza rappresenta ogni volta un fallimento. In modo speculare, poi, emerge l’esasperazione: che può anche trasformarsi in vera e propria disperazione. Accade di fronte al vuoto cosmico della politica, di una coscienza civile orfana di voci autorevoli. Accade nel silenzio di un’opinione pubblica fuorviata dal mainstream media e raggirata dall’abuso sistematico della censura, ormai dilagante.
Dire la verità è diventato proibitivo. E l’implacabile damnatio memorie miete vittime illustri, da Ed Snowden allo sventurato Julian Assange. Nessuno più ricorda il giovanissimo soldato israeliano Udi Segal, finito in carcere per sottrarsi all’ennesima operazione militare contro la popolazione di Gaza. E oggi a rimetterci la pelle è l’altrettanto giovane Aaron Bushnell, pronto a trasformarsi in torcia umana per contestare l’abominio.
Nel 1969, a darsi fuoco erano ragazzi come Jan Palach, martire di Praga: protestava contro la repressione sovietica. Ora i tempi sono cambiati: molto cambiati. Sono orrendamente cambiati, anche se la domanda resta la stessa: com’è possibile che certe nobili anime non trovino altro modo per gridare al mondo la loro verità? E perché il mondo non le ascolta? Per quanto tempo ancora la nostra civiltà politica continuerà a dormire, ignorando i roghi umani e gli sterminati cimiteri di innocenti?
Tra le fiamme di Washington non è caduto solo l’eroico Aaron Bushnell. Il tragico bagliore del suo rogo illumina un altro funerale: quello delle anime morte che hanno accettato la deriva universale come irrimediabile. Nessuno alza la mano per dire: adesso basta. La conoscono, questa buia strada senza onore, ma fingono di non vedere dove porta.





