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DRAGHI E IL SUO NUOVO INCARICO EUROPEO

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di Sergio Restelli

Mario Draghi, incaricato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen di redigere un report sulla competitività in Europa. 

Un vaso di coccio tra vasi di ferro. L’Unione europea tra Stati Uniti e Cina rischia di perdere la sfida della competitività ma non può permetterselo. «L’Unione europea è sotto pressione, dobbiamo rilanciare la nostra strategia per restare al passo» ha detto il vicepreside della Commissione Ue Valdis Dombrovskis al termine dell’Ecofin informale a Gand, a cui ha partecipato anche l’ex premier Mario Draghi, che è stato incaricato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen di redigere un report sulla competitività in Europa. 

Il rapporto sarà pronto per fine giugno e sabato Draghi ha posto alcuni interrogativi ai ministri in sala. «Come tutti sappiamo, negli ultimi anni si sono verificati molti cambiamenti profondi nell’ordine economico globale. Questi cambiamenti hanno avuto diverse conseguenze. Una di queste è chiara: in Europa dovremo investire una somma enorme in un tempo relativamente breve», ha detto Draghi al suo arrivo. Poi, a porte chiuse, ha invitato i ministri a guardare «ai nostri principali concorrenti e agli Stati Uniti in particolare». 

INVESTIMENTI PUBBLICI

Il «divario», ha sottolineato Draghi, «è ovunque: produttività, crescita del Pil, Pil pro capite, eccetera. Perché? Vanno considerate tre serie di fatti: l’ordine economico globale in cui l’Europa ha prosperato è scosso», perché faceva affidamento «sull’energia russa, sulle esportazioni cinesi e sulla difesa degli Stati Uniti. Questi tre pilastri sono meno solidi di prima». Inoltre, «la velocità nell’intraprendere la transizione verde sta imponendo un senso di urgenza nel cambiare le nostre catene di approvvigionamento». Gioca inoltre «la velocità di cambiamento impressa dall’intelligenza artificiale».

POLITICA ECONOMICA

i Paesi europei sono troppo piccoli da soli, devono capirlo anche gli isolazionisti

La globalizzazione, l’ingresso nel circuito economico mondiale di nuovi produttori, non sempre propensi a seguire le regole, e che alla fine ha indebolito i valori liberali, ha cambiato i paradigmi della politica economica e monetaria, ed il ruolo dei governi e delle banche centrali. L’ordine mondiale sta cambiando radicalmente, e occorrono risposte politiche nuove per affrontare la situazione. I governi dovranno essere più attenti alle politiche di riequilibrio, in particolare quelli europei per difendere i nostri valori comuni, e le banche centrali più concentrate sulla prevenzione dei rischi, scambiandosi in parte i compiti. 
Ieri Mario Draghi, alla Nabe economic policy conference, è stato insignito del «Paul Volker Lifetime Achievement Award» intitolato all’ex governatore della Federal Reserve americana. Dall’ex presidente della Bce, ex presidente del Consiglio e oggi consulente della Commissione europea, è arrivata ieri una nuova drastica sferzata alla politica europea.

CONGIUNTURA

La sfida della globalizzazione. Di fronte alla globalizzazione non gestita, che ha fatto alla fine insorgere i nazionalismi, l’Europa «deve avviare politiche di bilancio chiare e credibili, che si concentrino sugli investimenti e preservino i valori sociali europei». La politica di bilancio «sarà chiamata a svolgere un ruolo più significativo, il che vuol dire, a quanto posso aspettarmi, deficit pubblici persistentemente più alti. La politica di bilancio sarà chiamata a incrementare gli investimenti pubblici ed i governi dovranno affrontare le diseguaglianze in materia di ricchezza e reddito», ed in un sistema in cui prevarranno gli shock di offerta, più che di domanda, «è probabile che la politica di bilancio si trovi a dover svolgere un maggior ruolo di stabilizzazione, che in precedenza avevamo attribuito principalmente alla politica monetaria». 

Le rivalità geopolitiche. Un cambiamento che deve tener conto delle «maggiori rivalità geopolitiche», che sono competenza degli stati nazionali. In questo contesto, osserva Draghi, serve «un cambiamento della strategia complessiva» con un «policy mix adeguato: un costo del capitale sufficientemente basso, una regolamentazione finanziaria che supporti la riallocazione del capitale e l’innovazione», «politiche della concorrenza che facilitino gli aiuti di stato dove giustificati»

IL DEBITO COMUNE EUROPEO

In Europa, almeno, «deve esserci un percorso fiscale chiaro e credibile che si concentri sugli investimenti e al contempo, nel nostro caso, preservi i valori sociali europei. Questo darebbe alle banche centrali maggiore fiducia nel fatto che la spesa pubblica oggi, aumentando la capacità di offerta, porterà a un’inflazione più bassa domani. In Europa, dove le politiche fiscali sono decentralizzate, possiamo anche fare un ulteriore passo avanti finanziando una quota maggiore di investimenti in modo collettivo, a livello di Unione. L’emissione di debito comune per finanziare gli investimenti amplierebbe lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione, allentando così almeno in parte la pressione sui bilanci nazionali». I paesi europei sono troppo piccoli per resistere, altrimenti, alla globalizzazione. Devono ad esempio coordinare la politica di difesa, essendo l’Europa punto di riferimento per l’Ucraina, prima vittima della globalizzazione “politica”.

ILCOMPITO DEI GOVERNI

«Se i governi delineassero in questo modo percorsi di bilancio credibili, alle banche centrali spetterebbe il compito di assicurarsi che la bussola per le loro decisioni sia rappresentata dalle aspettative di inflazione» distinguendo bene tra «gli shock temporanei al rialzo dei prezzi, come ad esempio l’aumento dei prezzi delle derivanti da maggiori investimenti, dai rischi di inflazione generalizzata». «Le transizioni che le nostre società stanno affrontando, dettate dalla scelta di proteggere il clima, dalle minacce di autocrati nostalgici o dalla nostra indifferenza alle conseguenze sociali della globalizzazione, sono profonde. E le differenze tra gli esiti possibili non sono mai state così nette» avverte Draghi. Sappiamo tutti cos’è l’Europa anche negli ideali «e i suoi cittadini vogliono preservarlo, essere incluse e valorizzate. Sta ai leader ascoltare, capire e agire insieme per progettare futuro comune».

Per finanziare gli investimenti che servono alla Ue per affrontare le sfide che ha di fronte, le risorse pubbliche nazionali non saranno «mai» abbastanza; quindi, occorre anzitutto «mobilitare il risparmio privato», convogliandolo verso «investimenti produttivi». A livello nazionale, bisogna verificare quanto spazio concederà il nuovo patto di stabilità per questi bisogni, mentre a livello Ue si può pensare ad un «fondo dedicato», a un «prestito» o a «partenariati pubblici e privati», con un ruolo della Bei. Draghi ha ricordato che il fabbisogno stimato per la transizione verde e digitale è di almeno 500 miliardi all’anno, a cui vanno aggiunti i fondi per la difesa e gli investimenti produttivi, il divario si è ampliato soprattutto dopo il 2010: «Gli Stati Uniti hanno impiegato 2 anni per raggiungere il livello che avevano prima e noi 9 anni e da allora non siamo più risaliti», ha osservato l’ex presidente della Bce. 

Draghi ha concluso il suo intervento «sottolineando la necessità di azioni coraggiose se vogliamo finanziare i costi della doppia transizione e della difesa e mantenere i nostri modelli sociali e la coesione sociale». Dallo staff dell’ex premier fanno sapere che il confronto «si è rivelato utile e ha aperto la strada a ulteriori contributi da parte dei ministri. Hanno chiarito che nei mesi a venire saranno necessarie molte discussioni». Inoltre, «dalle discussioni sono emersi diversi punti di vista su come affrontare la questione degli investimenti pubblici: a livello nazionale e sull’impatto che le nuove regole fiscali dell’Ue recentemente approvate avrebbero sullo spazio fiscale degli Stati membri. Lo stesso vale per come il prossimo bilancio dell’Ue potrebbe essere strutturato per sostenere gli sforzi per gli investimenti nella doppia transizione». Il vicepresidente Dombrovskis ha spiegato che «stiamo compiendo tanti passi per fare sì che anche le nostre imprese restino attrattive e che generino investimenti, specialmente nel privato per realizzare i nostri obiettivi». E in questo ambito sarà rilevante il rapporto sulla competitività a cui sta lavorando Draghi.

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