Home Cultura LE RECENSIONI dell’OSTE: “C’è ancora domani” di P. Cortellesi

LE RECENSIONI dell’OSTE: “C’è ancora domani” di P. Cortellesi

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di Giulio Galetti
Tra le ragioni per vedere “C’è ancora domani” (e ce ne sono diverse), quella che più colpisce è la perfezione estetica raggiunta nel descrivere un’epoca perduta.Vale il biglietto ritrovare i luoghi di una Roma popolare tra il 27 Maggio e il 3 Giugno 1946, scandita da un calendario a slitta, assai evocativo che (per me) è l’immagine stessa di questo film. Un oggetto diffuso e dimenticato nella sua semplice essenzialità, come la forza di un profumo in grado di sbloccare ricordi ed emozioni.
Questo e altri oggetti simili, costruiscono un piccolo capolavoro di ricerca e di scrupolosa attenzione ai particolari nel ricreare la piú credibile ambientazione possibile, realizzato da Paola Comencini affiancata in questa operazione sulla memoria, da Beppe Moretti per costumi, trucco e acconciature in voga nel primo dopoguerra.
Su tutto la fotografia di Davide Leone che sfrutta al meglio i tagli netti di luce che solo il bianco e nero é in grado di esprimere.
Paola Cortellesi si dimostra piú che adeguata nel triplo ruolo di regista, Protagonista e sceneggiatrice. Ho usato, non a caso, il maiuscolo per Protagonista a sottolinearne l’impegno e la capacità espressiva che ha raggiunto nella marurità.
Tecnicamente il formato Academy (1,37:1) usato in questa pellicola contraddistingue solo l’inizio e la fine di una settimana di vita al Testaccio, un quartiere popolare di Roma Sud. Il resto del film usa il formato classico (1,85:1) mentre i movimenti macchina ricorrono spesso alle carrellate laterali, senza cambi di profondità, ricordando, a tratti, “Roma” del maestro Alfonso Cuaròn.
In queste lunghe carrellate Paola Cortellesi ci porta lì, quasi camminando a fianco di Delia, (la protagonista) sulle pietre e i gradini consumati del quartiere dirimpetto a Trastevere.
Non menziono nulla della storia perché va guardata con l’attenzione dovuta alle testimonianze d’epoca.
Mi si concea solo un cenno riguardante l’equivoco che tiene banco nella parte finale. Un coup de theatre che sorprende e meraviglia, e non sarò certo io a disvelarvelo. Una ulteriore menzione per la delicatezza espressiva, in grado di rendere il clima dell’epoca, intriso da una misogenia brutale e diffusa in ogni ceto sociale.
Ivano, Il maschio alfa, il combattente delle due guerre che si innervosisce e poi mena la moglie Delia, è un ruolo odioso e difficile che Valerio Mastandrea ha sostenuto al suo meglio, senza suscitare un facile odio, bensì una commiserazione amara per l’idiozia della brutalità tramandatagli da un padre piú idiota, gretto e vigliacco di lui, quest’ultimo interpretato da un grande Giorgio Colangeli che qui esce dal suo ruolo di consolidato caratterista.
Una menzione a parte per Romana Maggiora Vergano al suo primo film importante. È una credibilissima Marcella, la figlia di Delia.
Mossa dall’inquietudine critica nei confronti di una madre vessata che pare non sia in grado di reagire. Romana Maggiora Vergano è intensa e a tratti dura, resa perfettamente dalle luci, dai costumi, dal trucco che la rendono splendida soprattutto nella sequenza finale.
É un capolavoro? No… ma é sicuramente un grande, anzi ottimo lavoro di scenografia, costumi e fotografia che svettano rispetto alla sceneggiatura. Quest’ultima risente di eccesso di citazioni. Il vulnus principale è rappresentato da un buco nella storia che perde di credibilità quando Delia (la protagonista) ricorre a una forzatura inverosimile per evitare il matrimonio di Marcella (sua figlia) con Giulio, che si è rivelato simile ai maschi maneschi e prevaricatori della sua famiglia. Ma non è mio compito spiegarvelo, andate a vederlo e fatemi sapere se ha colpito (o meno) anche voi.
La colonna sonora viene selezionata con criteri misteriosi alternando pezzi coevi con altri che non c’azzeccano per niente. Vale, su tutto, la pena di citare “A bocca chiusa” la canzone interpretata da Daniele Silvestri nel finale (quasi epico) che chiude degnamente questo racconto accompagnandoci verso i i titoli di coda
L’impressione è quella di aver assistito a una storia raccontata con un didascalico trasporto votato a smuovere, commuovere e costruire un prodotto fruibile anche dai bambini, facendo solo immaginare le violenze, il dolore e le umiliazioni subite dalle donne di ogni classe sociale negli anni del loro accesso al suffragio universale.
A ben vedere siamo di fronte a un’operazione simile a quella di Roberto Benigni ne “La vita è bella”, ovvero un’opera da annoverare tra i film “didattici” che insegnano alle giovani generazioni a non sterminare gli ebrei e a non picchiare le donne, pur nella consapevolezza che gli sforzi formativi si infrangono al cospetto dei media correnti, costellati da Stories e Reels da 30 o 60 secondi.
Al termine un Sangue Morlacco o un Aurum a piacer, degni coevi dei tempi che furono, del tutto indegni di memoria.

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  • Redazione

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