Quanto sono plausibili le letture complottiste?
Le tensioni che hanno portato all’attuale guerra in Iran hanno radici profonde – storiche, religiose, geopolitiche – ma questa fase specifica del conflitto ha una data di inizio molto precisa: il 7 ottobre 2023.
Quella mattina, approfittando di una festività ebraica e di una preparazione meticolosa, miliziani di Hamas sono riusciti a penetrare in più punti il sistema difensivo israeliano. Hanno colpito civili, preso ostaggi, seminato terrore.
È stato, senza esagerazioni, il più grave massacro di ebrei dalla Seconda guerra mondiale e, al tempo stesso, una sconfitta umiliante per Israele, per il suo apparato di sicurezza e per il governo Netanyahu.
Da lì in poi, però, la dinamica del conflitto ha preso una piega molto diversa da quella che Hamas aveva immaginato.
Il giorno successivo, Hezbollah ha aperto un secondo fronte dal Libano, lanciando missili contro Israele e allargando immediatamente il conflitto, ma senza produrre il risultato strategico atteso da Hamas.
Il piano era provocare una reazione israeliana talmente dura su Gaza da alimentare l’indignazione nel mondo arabo e trascinarlo in guerra contro Israele. Ma questo non è accaduto.
I Paesi arabi non sono intervenuti per due motivi.
Il primo è che l’appoggio alla “causa palestinese” è sempre stato in parte strumentale, utilizzato contro Israele; da anni, però, molti di questi Paesi considerano il regime iraniano la più grave minaccia alla stabilità regionale e vedono Israele come un potente alleato in questo quadro geopolitico.
Nel frattempo, Israele ha condotto una campagna militare estremamente dura a Gaza, con costi umani altissimi per la popolazione palestinese – un dato tragico – ma anche con risultati operativi epocali. Hamas ha subito perdite pesantissime.
Hezbollah è stato disarticolato, anche attraverso operazioni mirate che hanno dimostrato una capacità di penetrazione delle reti nemiche davvero impressionante.
Nel frattempo, il contesto regionale è cambiato ulteriormente. Il regime di Assad in Siria, che per anni sembrava intoccabile, è caduto.
E, sul piano internazionale, Israele ha consolidato un asse politico e militare con gli Stati Uniti di Donald Trump, arrivando a colpire, l’anno scorso, i siti legati al programma nucleare grazie a capacità militari – come gli ordigni penetranti – che Israele da sola non possedeva.
E, infine, il coronamento di un progetto che Netanyahu aveva da anni: un attacco congiunto al regime iraniano.
In questo contesto stanno emergendo letture complottiste.
L’idea è semplice: possibile che un sistema di intelligence capace di colpire con tanta precisione i vertici di Hamas, Hezbollah e Iran sia stato completamente colto di sorpresa il 7 ottobre? Non sarà che qualcuno abbia “lasciato fare”?
È una domanda legittima e che colpisce, ma che non regge a un’analisi seria.
È un dubbio che ho sentito esprimere anche da un giornalista che considero estremamente serio, Fabio Martini, de La Stampa, attualmente alla conduzione di Prima Pagina Radio 3 questa settimana.
La base del ragionamento è questa: siccome oggi Israele dimostra una capacità straordinaria di colpire capi militari, infiltrare reti nemiche e intercettare comunicazioni, non sembra plausibile che si sia fatto completamente sorprendere il 7 ottobre.
Ma questo ragionamento confonde due cose molto diverse: la capacità di localizzare e colpire un obiettivo specifico e la capacità di scoprire e neutralizzare in anticipo un piano preparato per anni nel massimo segreto.
Sono due problemi completamente diversi.
È vero che, per via del conflitto, non è stata ancora costituita una commissione d’inchiesta, ma i rapporti e le ricostruzioni parlano di sottovalutazione di Hamas, di eccesso di fiducia nelle barriere e nella superiorità tecnologica e del convincimento errato che Hamas non volesse una guerra totale, non di una regia occulta.
Hamas, inoltre, non ha eluso la sorveglianza israeliana con qualche trucco cinematografico, ma con metodi semplici, pazienti e terribilmente efficaci.
Diverse analisi concordano sul fatto che abbia ridotto al minimo le comunicazioni elettroniche intercettabili, abbia compartimentato la preparazione – con miliziani che non sapevano per cosa si stavano addestrando – abbia nascosto uomini e materiali nella rete dei tunnel e abbia usato linee telefoniche cablate invece dei cellulari, proprio per sottrarsi al monitoraggio elettronico.
A questo si aggiunge il fatto che molte strutture di intelligence israeliane erano finite dentro una “concezione” rassicurante: Hamas deterritorializzato, interessato a governare Gaza, non a lanciarsi in una guerra esistenziale.
Quando un apparato di sicurezza si convince della teoria sbagliata, tende a reinterpretare tutti i segnali in modo da confermarla. È così che nascono i disastri.
E qui entra in gioco la storia, che dovrebbe renderci più cauti prima di gridare al complotto.
Israele era già stato colto completamente di sorpresa nell’attacco contemporaneo di diversi Paesi arabi nel 1973, durante lo Yom Kippur, sempre per arroganza analitica, cattive ipotesi e segnali letti male.
Lo stesso schema si ritrova in moltissimi casi celebri: prima dell’attacco, chi dubita viene spesso ignorato; dopo l’attacco, tutti si chiedono come fosse possibile non vedere.
Ma vedere prima, dentro il rumore di fondo, è immensamente più difficile che ricostruire dopo, quando ormai si conosce l’esito.
Questo è il classico inganno del senno di poi.
Prendiamo Pearl Harbor, che viene sempre evocato dai complottisti come prova regina. È vero che gli Stati Uniti leggevano parte del traffico diplomatico giapponese; è vero che c’erano segnali di ostilità imminente; è vero che arrivarono anche avvisi e allarmi che non furono compresi o trasmessi in tempo.
Ma è altrettanto vero che il codice navale giapponese JN-25 non era stato decifrato in modo tale da consentire di prevedere con chiarezza l’attacco a Pearl Harbor. La NSA ricorda che i continui cambi del codice e degli additivi costringevano i crittoanalisti americani quasi a ricominciare da capo e che, nell’estate del 1941, avevano recuperato solo una piccola parte del sistema.
Il National WWII Museum e gli Archivi Nazionali mostrano una sequenza molto più banale e molto più umana: segnali frammentari, ritardi di comunicazione, una catena di comando che non capisce in tempo. E la storia delle portaerei “salvate apposta” non regge a un esame serio.
Le portaerei americane non erano a Pearl Harbor quel giorno, sì, ma all’epoca le vere unità capitali della marina erano considerate ancora le corazzate, non le portaerei.
Se Roosevelt avesse davvero voluto mettere al riparo gli asset ritenuti decisivi, avrebbe avuto più senso preoccuparsi delle corazzate che delle portaerei, il cui primato strategico emerse in modo definitivo proprio in seguito all’uso che ne fecero i giapponesi a Pearl Harbor e poi nella battaglia delle isole Midway.
Il fatto che oggi sappiamo quanto le portaerei siano diventate centrali non significa che lo sapessero già allora.
Lo stesso vale per l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler. Stalin ricevette molteplici avvertimenti, anche molto seri, ma non li interpretò correttamente o non volle interpretarli correttamente.
Fonti storiche e analisi successive concordano sul fatto che ignorò o minimizzò ripetuti segnali di un attacco imminente fino a ridosso del 22 giugno 1941. Anche qui, nessun bisogno di evocare un complotto: bastano ideologia, sfiducia verso alcune fonti, paura di provocare il nemico e autoinganno politico.
A volte i leader non credono a ciò che non vogliono credere, ed è sufficiente questo a produrre catastrofi.
C’è poi un altro punto. I grandi segreti sono fragili. Il Progetto Manhattan, uno dei programmi più segreti della storia, fu penetrato dai sovietici in più punti: Los Alamos e altri siti furono infiltrati, informazioni cruciali passarono a Mosca e, col tempo, emersero nomi, reti e modalità.
Se perfino un apparato ossessivamente compartimentato come quello non riuscì a restare impermeabile, quanto sarebbe realistico immaginare un gigantesco complotto israeliano sul 7 ottobre?
Un complotto del genere avrebbe richiesto il silenzio coordinato di un numero enorme di persone, fra militari, intelligence, sorveglianza elettronica, comandi territoriali, analisti e governo.
Avrebbe richiesto non solo omertà, ma tradimento attivo su scala massiccia. E un tradimento del genere, in uno Stato come Israele, non ha senso strategico, non ha precedenti storici comparabili e soprattutto difficilmente sarebbe rimasto sepolto così a lungo. I segreti enormi, di solito, filtrano. Spesso presto.
Questo non significa assolvere Netanyahu né negare responsabilità politiche, militari o morali. Al contrario: significa volerle accertare sul serio. Ci saranno state sottovalutazioni, errori, forse negligenze gravissime.
Ma una cosa è parlare di fallimento, arroganza, cecità strategica; un’altra è parlare di complotto deliberato.
La prima ipotesi è tragicamente plausibile, e la storia ne è piena. La seconda, allo stato dei fatti, assomiglia molto più a un bisogno psicologico di dare un ordine nascosto al caos che a una spiegazione fondata.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


