L’Italia ha auto i suoi campioni, li ha costruiti, poi li ha fermati
OpenIndustria, l’associazione da me fondata per contribuire a elevare la cultura industriale italiana a punto di riferimento per il Paese, nacque nella mia testa durante un 2 giugno. Era il 2022.
Guardando le celebrazioni ufficiali mi chiesi: quanti giovani italiani sanno davvero chi furono Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Mario Tchou, Felice Ippolito, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
La risposta fu amara: troppo pochi.
Eppure, questi uomini hanno costruito l’Italia moderna molto più di quanto raccontino spesso libri, televisioni e dibattiti pubblici.
Il 2 giugno 1946 quasi 25 milioni di italiani andarono alle urne. Per la prima volta votarono anche le donne. Con oltre il 54% dei voti nacque la Repubblica. Ma quel voto non fu soltanto una scelta istituzionale: fu un atto di emancipazione nazionale.
Negli anni Sessanta quell’Italia sembrò davvero voler diventare protagonista del proprio destino. Il PIL cresceva oltre il 5% annuo. Il Paese, uscito distrutto dalla guerra, era tra le prime potenze industriali del mondo.
Nel 1963 l’Italia era il terzo Paese occidentale per sviluppo del nucleare civile. Con l’Elea 9003 di Olivetti e Mario Tchou eravamo tra i pionieri mondiali dell’informatica. Con Mattei l’ENI sfidava le grandi compagnie petrolifere internazionali e costruiva una politica energetica autonoma.
Poi qualcosa si spezza.
Olivetti muore nel 1960. Tchou nel 1961. Mattei nel 1962. Ippolito viene travolto da scandali nel 1964 e il nucleare italiano viene ridimensionato.
Poi arrivano l’assassinio di Moro, che con Berlinguer immaginava un’Italia più autonoma anche in politica estera; la morte di Pasolini, che tentò di scavare nelle ombre del caso Mattei; infine, le stragi contro Falcone e Borsellino, simboli di uno Stato che voleva rialzare la testa.
Una domanda resta lì, pesante come piombo nella storia italiana: perché così spesso i progetti che puntavano a rafforzare l’autonomia energetica, tecnologica, industriale, politica e civile del Paese sono stati interrotti, abbandonati o dimenticati?
Oggi importiamo energia, usiamo piattaforme digitali straniere, compriamo tecnologie prodotte da altri e spesso ignoriamo chi aveva immaginato un percorso diverso. Senza il veneto Federico Faggin, senza Olivetti, senza quella stagione italiana dell’elettronica, la Silicon Valley non sarebbe stata la stessa.
Mentre noi rinunciavamo all’elettronica, altri costruivano Sony, Panasonic, Samsung, Apple, Microsoft e i colossi che oggi governano il mondo.
Il compito di OpenIndustria non è coltivare nostalgia. È costruire consapevolezza.
Il 2 giugno dovrebbe essere un invito a ricordare la sovranità, quella vera.
È energia. È tecnologia. È industria. È cultura. È conoscenza.
Studiate la storia d’Italia. Raccontatela ovunque: a scuola, all’università, al lavoro, a teatro, al bar. È il nostro patrimonio. Se non lo spieghiamo ai giovani, avremo un futuro grigio, piatto, senza estro e dipendente da terzi.
Oggi riflettete.
Ne avete facoltà grazie agli italiani del 1946.





