Antonio Focillo, che saluto con affetto, scrive sul Nuovo Giornale Nazionale che bisognerebbe sfidare Meloni a realizzare il programma economico che ha illustrato a Rimini e che metterebbe «al centro il lavoro». Concordo pienamente: anziché criticare a vuoto, anziché dichiarare che si tratta di bluff, l’argomento è di tale importanza che andare a vedere le carte – e incalzare, e perciò sfidare a realizzare – sarebbe molto più opportuno.
Il fatto è che questa sfida va fatta con un approccio di concretezza, cioè distinguendo il giusto dal possibile: il primo requisito fa morale, il secondo fa politica. Nella citata lettera dei Vescovi “Uno sguardo diverso”, per esempio, il segnalare come una pecca che Meloni consideri quasi ineluttabile il calo demografico mi sembra rientri nella categoria di un auspicio del giusto. Nei fatti sappiamo che qualsiasi inversione di tendenza non è attuale ed avrebbe comunque tempi di realizzazione incompatibili con un progetto economico. Sarà giusto, ma non è possibile. Questa è la logica di governo che penso sia migliore di ogni altra.
Ma al centro del discorso di Focillo vi è la constatazione dei bassi salari e delle differenze sociali che si stanno determinando. Il richiamo all’articolo 36 della Costituzione mi sembra giusto. Mi permetto però di integrare quanto riportato da Focillo con l’intero primo comma: la retribuzione deve essere adeguata «e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Che dice due cose: se per assurdo si volesse seguire la via giudiziaria, quasi tutto il trattamento retributivo esistente andrebbe considerato incostituzionale. E la strombazzata legge sul salario minimo a 9 Euro lo sarebbe altrettanto. Oppure l’ISTAT sta mentendo sui numeri della povertà assoluta e relativa.
Condivido poi del tutto la critica fatta ai Sindacati per il loro rifiuto di controllo degli investimenti, ed impieghi produttivi. Soprattutto condivido l’aver individuato nell’imposizione fiscale e contributiva abnorme, alimentata da lavoro nero ed evasione, la causa principale del costo del lavoro elevato che – e qui però la questione diventa molto più ampia, ma incisiva – produce basso livello retributivo perché questo è stato scelto come strumento per reggere alla competitività anziché spostare l’attenzione su produttività e efficienza gestionale. Condivido infine la strada indicata: un nuovo patto sociale.
Tra gli argomenti da affrontare nel patto, mi permetto perciò e però di aggiungere qualcosa: la lotta alla burocrazia.
Da sempre mio pallino, i modelli econometrici sono in grado di quantificare il costo dei ritardi negli impieghi delle risorse – che producono, a giro, effetti importanti sulle entrate dello Stato per la mancata ricchezza prodotta – e dei costi sostenuti dal sistema produttivo per attenersi agli iter previsti da leggi mal scritte, incomplete, soggette a interpretazioni discordanti, rinvii di applicazione. In Italia convive una pletora di testi normativi: si parla infatti di oltre 160.000 norme, mentre in Francia, Germania e Regno Unito se ne contano solo alcune migliaia. E’ l’humus sul quale cresce il “potere” del burocrate. E poi, c’è un atteggiamento giurisprudenziale particolarmente “cattivo”, soprattutto al livello delle responsabilità politiche delle strutture e dei funzionari di alto livello, che fornisce alibi perché si dia luogo ad una “burocrazia difensiva”. Si applicano cioè in modo ossessivo le procedure formali, ovvero, si omettono o si demandano le decisioni per il timore di essere chiamati a rispondere del proprio operato davanti ad un giudicante. Una sorta di “legittima difesa”: certo, per l’interesse del singolo rispetto alla collettività. Puoi dargli torto, visto cosa succede? Ma ogni accenno a ridurre i poteri del giudice sull’argomento desta scandalo. Così via libera ai NIMBY ed ai NIMTO. E amen. “L’importante è che tutte le carte siano a posto”. Perciò una impresa a Londra si crea in due giorni. e in Italia ci vogliono due anni.
Non è assolutamente vero che questo costo sia solo presunto. Un primo studio – basato cui modelli che richiamavo – attribuisce a questo andazzo il costo di 110 miliardi l’anno (il “Sole24Ore”, il “Post”, il “la Politica”, il “laVoce”…). Il 5% del PIL. Una somma che basterebbe per salvare tutto ciò che si vuole salvare.
E’ tanto difficile chiedere – ma soprattutto ottenere – che la selva di leggi, la loro scrittura, le leggi applicative, l’iter interpretativo in caso di dubbi, tutto questo si modifichi profondamente? E si può sfidare il Governo ad avviare tutto questo? Perché no?
Solo un avviso, e so che Focillo sarà d’accordo. Il tutto non sarebbe a costo zero. Lo zero vale forse per la spesa: ma c’è chi perderebbe un potere ormai divenuto per noi asfissiante. Un potere che non è nella e della maggioranza, ma in…. comune. E vuoi mettere?




