Ma basterà contro gli Houthi?
Il Cairo si trova davanti a una doppia pressione strategica la crisi del Mar Rosso, che erode le entrate del Canale di Suez, e la necessità di garantire una transizione politica ordinata in vista della fine del mandato di Abdel Fattah al-Sisi, annunciata per il 2030.
La disponibilità egiziana a sostenere militarmente l’Arabia Saudita e il piano per formare una nuova classe dirigente attraverso l’Accademia militare sono due sviluppi distinti, ma rivelano il peso che le forze armate continuano a esercitare nella sicurezza e nella governance del Paese.
Il primo fronte è economico prima ancora che militare. Gli attacchi degli Houthi contro la navigazione nel Mar Rosso hanno spinto numerosi armatori a circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza, riducendo i transiti a Suez e privando l’Egitto di entrate essenziali in valuta estera.
Secondo le stime citate da Al Jazeera, le perdite accumulate dal 2023 ammontano a circa 11 miliardi di dollari. Non si tratta di una chiusura del Canale, ma di una vulnerabilità strutturale, il Cairo controlla il passaggio, non tutte le condizioni di sicurezza che ne determinano l’utilizzo.
Il 18 ottobre il Consiglio di difesa nazionale egiziano ha dichiarato il proprio sostegno all’Arabia Saudita, mentre il presidente ha chiesto l’autorizzazione parlamentare per un eventuale intervento qualora il regno lo richieda.
La decisione politica non equivale ancora alla conferma di un dispiegamento di truppe ma il punto strategico è che la sicurezza saudita e quella egiziana convergono; la prima riguarda la protezione del territorio e delle infrastrutture energetiche, la seconda la tenuta economica di un Paese che dipende anche dalla continuità dei traffici fra Oceano Indiano e Mediterraneo.
Gli Houthi non devono sconfiggere militarmente l’Arabia Saudita per ottenere un risultato strategico, è sufficiente che mantengano credibile la minaccia contro aeroporti, impianti energetici e navigazione commerciale, costringendo gli avversari a sostenere costi crescenti di difesa.
È questa l’asimmetria decisiva, sistemi d’attacco relativamente economici possono imporre l’impiego di intercettori costosi, sorveglianza permanente e protezione simultanea di infrastrutture distribuite su territori vasti.
La precedente esperienza saudita in Yemen dimostra quanto sia difficile convertire la superiorità convenzionale in un risultato politico duraturo.
Un sostegno egiziano limitato alla difesa aerea, all’intelligence e alla sicurezza marittima potrebbe rafforzare la protezione del regno; un coinvolgimento terrestre diretto esporrebbe invece il Cairo al rischio di un conflitto prolungato, con costi militari e finanziari difficili da prevedere.
La memoria dell’intervento egiziano nello Yemen degli anni Sessanta costituisce un precedente storico da considerare, non una previsione automatica del presente.
La seconda variabile riguarda il futuro politico dell’Egitto, Al-Sisi ha dichiarato che il suo mandato terminerà nel 2030 e ha annunciato un programma di formazione di futuri dirigenti presso l’Accademia militare, con un percorso di 30 mesi.
Non è stata indicata una successione nominativa, né è dimostrato che il prossimo presidente sarà necessariamente un esponente delle forze armate.
Tuttavia, affidare a un’istituzione militare la preparazione di candidati destinati ai vertici dello Stato segnala la volontà di preservare un ruolo centrale dell’apparato militare anche oltre l’attuale presidenza.
La concomitanza dei due annunci merita attenzione, senza accertare ed autorizzare a stabilire un nesso causale diretto.
La crisi del Mar Rosso pone un problema di sicurezza economica e regionale; il programma del 2030 riguarda la continuità del sistema politico.
Il loro punto di contatto è il ruolo delle forze armate come struttura portante dello Stato egiziano, tanto nella proiezione esterna quanto nella formazione della futura classe dirigente.
Il rapporto bilaterale fra Il Cairo e Riyadh e tra Bab el-Mandeb e Suez costituiscono le due estremità di un corridoio essenziale per i traffici fra Asia ed Europa.
Se il rischio marittimo rimane elevato, le rotte alternative continueranno a esercitare pressione sui costi logistici e sulle entrate egiziane.
La risposta non può limitarsi all’invio di truppe richiede intelligence condivisa, difesa delle infrastrutture, coordinamento navale e una soluzione politica capace di ridurre la capacità degli Houthi di utilizzare la navigazione come leva negoziale.
La questione decisiva è quindi se l’Egitto possa contribuire a stabilizzare il corridoio senza essere trascinato in un nuovo conflitto terrestre, mentre prepara una transizione presidenziale che dovrà garantire continuità istituzionale senza trasformarsi in una successione controllata esclusivamente dall’apparato militare.
Gli Houthi dimostrano che non occorre controllare un’intera rotta commerciale per condizionarne il funzionamento. Basta conservare la capacità di renderla insicura.
La sua sfida non consiste soltanto nel sostenere l’Arabia Saudita, ma nel farlo senza aggravare le vulnerabilità che rendono strategicamente esposto lo stesso Cairo.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


