
Il linguaggio della guerra e la retorica israeliana
Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz si collocano dentro una logica bellica totale, dove non si parla solo di sconfiggere un nemico militare, ma di “distruggere” una città, Gaza City, con i suoi abitanti. Quando afferma che “le porte dell’inferno si apriranno per Hamas” e che Gaza diventerà “una Rafah o una Beit Hanoun”, cita luoghi già devastati dai bombardamenti, evocando deliberatamente la trasformazione dello spazio urbano in macerie.
È un linguaggio che trascende la semplice operazione militare: mette in campo un’idea di annientamento simbolico, come se l’obiettivo non fosse soltanto Hamas, ma la possibilità stessa di Gaza come città abitata, viva, autonoma. Al tempo stesso, la narrativa israeliana insiste sull’idea che la responsabilità della catastrofe ricada unicamente su Hamas, accusata di essere non solo un gruppo armato, ma anche il motore di una strategia di sofferenza collettiva.
La richiesta del disarmo e del rilascio degli ostaggi diventa così la condizione sine qua non solo per la pace, ma per la sopravvivenza materiale della popolazione. La tempistica e la strategia militare. Secondo quanto riportano i media israeliani, l’offensiva sarebbe pianificata per metà settembre, a ridosso del richiamo dei riservisti. Questo dettaglio rivela la dimensione organizzativa di un conflitto che ormai non è più emergenziale, ma strutturale, pianificato come una campagna a tappe.
L’elemento interessante è la tensione fra politica e apparato militare: Netanyahu e i vertici politici spingono per accelerare, mentre l’esercito appare più cauto, preoccupato per gli ostaggi, per la gestione dei civili palestinesi e per la “legittimità internazionale”. Qui emerge un aspetto cruciale: non si tratta solo di vincere militarmente, ma di farlo mantenendo un minimo di consenso esterno.
In altre parole, la guerra si combatte anche sul piano della percezione internazionale, della diplomazia e della narrazione. La carestia come arma e come accusa Il rapporto delle Nazioni Unite, attraverso l’IPC, parla esplicitamente di carestia di origine “umana”, ossia non dovuta a fattori naturali, ma al blocco, alla distruzione delle infrastrutture e all’impedimento degli aiuti.
Questo è un punto drammatico: la carestia non è solo una conseguenza collaterale della guerra, ma diventa un effetto deliberato o quantomeno accettato come strumento di pressione. Per Israele, invece, si tratta di una narrazione “falsata” che si appoggerebbe su dati forniti da Hamas e che ignorerebbe gli sforzi umanitari israeliani.
La contrapposizione è netta: per l’ONU si tratta della prima carestia ufficialmente dichiarata in Medio Oriente, un evento storico e scioccante; per Israele, invece, è una “menzogna totale”, una “calunnia moderna” che serve solo alla propaganda nemica. Qui si intravede un conflitto non meno duro di quello armato: il conflitto delle versioni, delle narrazioni, delle fonti di legittimità. Chi definisce la realtà? L’ONU con i suoi dati, o Israele con la sua denuncia della manipolazione?
La guerra contemporanea è sempre anche guerra di interpretazioni.
Gli ostaggi israeliani, ancora nelle mani di Hamas, diventano il cuore simbolico della giustificazione israeliana. Netanyahu ribalta l’accusa: ”gli unici ad avere fame sono gli ostaggi”. È una frase forte, che sposta il discorso: invece di riconoscere la fame collettiva dei palestinesi, concentra l’attenzione sulla sofferenza dei propri cittadini sequestrati. È un modo per riaffermare che la priorità morale è la sorte degli israeliani, non quella dei palestinesi, e che ogni denuncia internazionale non fa che sminuire questa priorità.
Al tempo stesso tempo i media israeliani ammettono che esistono margini di accordo per un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi, ma che “tutto dipende da Netanyahu”. Questo mette in luce la dimensione politica e personale della decisione: non solo una scelta di Stato, ma una responsabilità diretta del premier.
Il quadro che emerge è quello di un conflitto che ha oltrepassato da tempo la dimensione militare per farsi conflitto totale: distruzione delle città, fame come strumento di pressione, uso degli ostaggi come leva politica, e battaglia di narrazioni sulla scena internazionale. Da un lato Israele cerca di legittimare la sua offensiva come lotta necessaria contro il terrorismo e come unico strumento per riportare a casa gli ostaggi. Dall’altro lato, le Nazioni Unite e gran parte della comunità internazionale denunciano una crisi umanitaria senza precedenti, con la carestia che assume i tratti di un crimine deliberato.
La verità, probabilmente, sta nel riconoscere che entrambe le cose coesistono: la guerra a Hamas e la sofferenza inflitta a un intero popolo, due realtà intrecciate che non si annullano a vicenda. In ultima analisi, ciò che si intravede è l’avvitarsi di una spirale tragica: la distruzione delle città, la fame e la disperazione non indeboliscono soltanto Hamas,ma rischiano di generare nuove generazioni cresciute nel trauma, pronte a radicalizzarsi ancora di più. La guerra, così, si autoalimenta, e ogni giorno di ritardo in un cessate il fuoco non è solo un giorno di sangue, ma un giorno che costruisce la prossima guerra.





