
Vacanze finite. Negli occhi ancora il verde, i fiori, i colori e le forme, i contorni dei versanti e delle vette delle montagne intorno a Bressanone. Le Dolomiti sono la preghiera della terra rivolta al cielo. E si spingono in alto per questo. E tu lo senti.
Ma voglio dire di un ricordo ancora più forte, che sovrasta ogni altro.
A Ferragosto a Sant’Andrea in Monte, delizioso paesino alla base dalla cima della Plose dove ho soggiornato, la tradizione vuole la celebrazione di una messa con la presenza della banda e di un picchetto di militari, di donne ed uomini del popolo tutti con i vestiti tipici. E questo è il folclore. E’ un piacere per la vista come lo è, per le narici, l’incenso che, dopo, in chiesa, verrà bruciato a piene mani. Un profumo che sa della mia infanzia, stranamente e straordinariamente nitido.
L’emozione più profonda viene però da altro: dal cimitero posto intorno alla chiesa. Una distesa di verde e punteggiata di fiori, la pace fatta colore, con sepolture definite da piccole composizioni floreali. Coloratissime, come sono i ricordi delle persone care che ti hanno lasciato. E sormontate da piccole croci in ferro lavorato: semplici come in fondo semplice è la morte. Il “memento omo” detto con forme, colori, sensazioni di serenità. Umiltà che diventa gioia di vita in un camposanto. Uno dei paradossi della nostra esistenza. Ce ne sono tanti e non li vediamo.
E improvvisamente mentre guardi, e rifletti, e ricordi, e metti dentro al tuo animo quella pace, irrompe il suono della campana. Non una registrazione, non la musichetta di un suono. No, una campana vera, quella che senti vibrare colpita dal batacchio, che ti fa vibrare dentro all’unisono con la vibrazione del suo bronzo, trasmettendoti un tremore: che è stupore per la bellezza che la semplicità di un suono autentico possiede e contiene. E quando, ancora con quella vibrazione dentro di te, entri nella chiesetta e senti l’organo – non una spinetta, non un armonium, ma un vero organo – con il suo soffio che diventa suono; e quel suono che non perde la leggerezza del soffio da cui nasce ebbene quelle due vibrazioni si uniscono, si sommano, si completano, si fondono come speranza di bellezza da cercare nel mondo. E per qualche istante dimentichi brutture e avversità. E quella inumanità che ci sta pervadendo, allontanando tutti quella meraviglia che si chiama vita. E convivenza. E affetti.
Io ho sentito tutto questo. E non immaginavo di potermi ancor più stupire quando, intonando il coro una musica sacra, sopra ogni altra voce si è alzata quella di una soprano. Limpidissima, pulita. Alla mente, l’immagine della punta di una fiamma che attira a se tutto il fuoco di cui fa intimamente parte, eppure se ne distacca. E tende verso il cielo. Come una mano tesa. E ti emoziona: come il Confutatis o ancora più la Lacrimosa della messa di Mozart. E ti fa capire cos’è il Giusto.





