Ogni tradizione religiosa non è altro che il racconto mitico di dati scientifici, legati all’analisi e alla ricerca della mente umana ordinata alla misurazione di tutto ciò che è.
Questo è ciò che ci dice espressamente anche Plutarco nel suo “Iside e Osiride”.
E, tuttavia, la migliore indagine dimostrativa, per quanto ritengo e capace di comprovare ciò, è inscritta in “Il mulino di Amleto” di Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend.
La storia, questa vera, si snoda attraverso i millenni e concerne tre sistemi metrici, due dei quali regolano il funzionamento del Grande Giroscopio dell’universo – mondo, prima della scoperta della “Precessione degli equinozi”, dichiarata ufficialmente da Ipparco nell’anno 127 del regno antico.
Il primo sistema metrico è fondato sulla levata eliaca dell’astro, principalmente la stella più luminosa, come Sirio o la Polare, ritenuta in origine occupare una posizione fissa nel cielo, che “pur si muove”.
A muoversi, originariamente nel cielo, sono considerati i pianeti.
E, tuttavia, si credeva che, prima che il cielo avesse iniziato a muoversi, fosse esistita un’età dell’oro in cui Saturno – Amleto e tutti gli enti fossero vissuti in pace, lungo l’asse verticale della Via Lattea, simboleggiato dalle costellazioni della Vergine in alto e dei Pesci in basso.
Viceversa, l’asse orizzontale dell’eclittica, dapprima unificato alla linea dell’equatore, quando il cielo cominciò a muoversi, formò con questa un coluro, doppio, a est e a ovest.
Ai vertici opposti dei due assi, solare e terrestre erano posizionati, sin da principio, le costellazioni del Sagittario, in possesso di arco e freccia, e dei Gemelli, pianeti in rotazione mediante un sistema di moto ritenuto piuttosto alternato.
L’indagine scientifica rappresentava, quindi, un modello basato sull’osservazione della levata eliaca – simboleggiata da una freccia, nell’età dell’oro originariamente rivolta verso l’alto in direzione della Vergine – e sull’osservazione dell’arco della curvatura del sole – con la freccia del tempo in direzione dei due Gemelli, il sole e la terra, e gli altri pianeti, allorquando il cielo aveva iniziato a muoversi e a girare.
Il moto arcuato del sole, per una grandezza di 23,5° intersecando i due opposti assi in movimento, generò le storie fantastiche di contese tra opposte divinità. Ma, per coloro che sapevano, non si trattava di “superstizione”, alla maniera che dice ancora Plutarco, bensì del moto (ritenuto in principio) alternato dei pianeti.
Il Grande Giroscopio aveva ora una struttura non definita, ma “pensata” o “creduta” tale. Ovvero una struttura affidabile, alla quale prestare fiducia o fede che le cose accadessero in quell’esatto o giusto modo, secondo numero, grandezza, peso e, quindi, misura.
E, principalmente, servendosi della misura aurea solare, com-partecipe sia dell’uno che dell’altro metodo di misurazione: l’elevazione e la curvatura. L’idea di un cosmo interamente circolare prendeva ora forma nello Zodiaco. Simile forse al clamore suscitato dalla scoperta della ruota.
Tutto questo prima della scoperta del moto della “Precessione degli equinozi”, ufficialmente, come detto, datata al 127 e.a. con Ipparco. Ma, è del tutto evidente che fosse stata sperimentata e, quindi, appresa intuitivamente, già da millenni prima; dato che, nell’arco di 100 anni, così si credeva, la curvatura del Giroscopio misurasse 1°, e cioè la misura di un secolo.
Nell’arco di mille anni, lo spostamento di 10° (in realtà, sappiamo ora che ne occorrono 720) sarebbe stato certamente osservato e, dunque, ecco la novità, la scienza diventava piuttosto oggetto di una trasmissione o di un moto “per generazione”; una trasmissione tra “anime”, secondo il linguaggio usato da Platone.
La scoperta della Precessione accomunava e regolava stelle e pianeti in un unico movimento, conforme, non più alternato ma continuo, in cui il Sol invictus fu eretto a Re del cosmo.
Dalla tradizione orale alla tradizione scritta, dall’osservazione alla tradizione, dal canone antico di Gilgamesh, “colui che vide tutto”, al canone – verum et certum est – della scienza e della fede moderna; fu così che “il verbo si fece carne”. Ma gli uomini non hanno compreso che si trattava e si tratta di ciò che accade in cielo – è il cielo che si muove – e trova riflesso sulla terra: sicut in caelo et in terra.
Non uno, ma tre diversi sistemi di misurazione, che non seguono un ordine cronologico ma semplicente metrico (maat, me, G): gli antichi fisici e sacerdoti non avrebbero mai creato un cosmo, riconoscendo come vero il fatto che, in quanto uomini, non abbiamo la possibilità di una misura che possa dirsi “certa”.
Gli Autori pensarono di titolare l’opera, “L’arte della fuga”, ma poi la titolarono “Il mulino di Amleto”, giammai dimentichi del ruolo di “Signore” a cui, sia pure in quanto uomini, prendiamo parte nel cosmo, attraverso l’alternarsi delle stagioni e delle diverse epoche (dal greco ἐποχή) di gloria e decadenza.





