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PERCHÉ MEMPHIS – 1

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di Shabbat Menkaura

Qualche tempo fa sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla domanda che mi ha posto una giovane persona interessata ai riti di ispirazione egizia; la sua curiosità riguardava il motivo per il quale il gruppo di cui faceva parte Marconis de Négre avesse scelto proprio il nome di Memphis per il rito e se tale scelta si potesse ancora considerare adeguata, visti i grandi progressi intervenuti nello studio dell’Antico Egitto dai primi decenni del XIX secolo sino ai giorni nostri.

Il quesito si presentava complesso, insidioso e meritevole di una risposta articolata.

La mente umana, a volte, accetta notizie o concetti senza verificarne i fondamenti unicamente perché tali nozioni derivano da fonti ritenute aprioristicamente corrette.

A maggior ragione ciò accade in relazione ai dati che provengono dalle nostre strutture tradizionali, dati che riceviamo con lo stesso atteggiamento di reverente accoglienza che spesso è riservato ai dogmi di fede nelle religioni rivelate.

Questo atteggiamento non risulta però iniziaticamente corretto, sia in quanto l’iniziato possiede una personale fonte di ‘conoscenza’ diretta delle cose divine (concetto su cui molto insistono i Sufi) sia perché l’iniziato stesso dovrebbe mantenere nei confronti della tradizione un atteggiamento di irrispettoso rispetto.

Tornando al valore della conoscenza tralatizia, come ci insegnano i Saggi, in nessuna istanza possiamo abdicare al nostro discernimento, perché non ci è concesso farlo.

Qui risiede l’essenza del libero arbitrio che deve sempre essere esercitato al meglio delle nostre possibilità.

Precisato ciò, l’accoglimento fiducioso degli insegnamenti e delle regole tradizionali è fondamentale per chi segua un percorso iniziatico, soprattutto nei primi tempi, con il limite però di non accettare supinamente eventuali errori, anche se vengono da lontano, magari per non apparire presuntuosi o irriverenti, ovvero per paura di sbagliare.

Un errore resta un errore punto e basta anche se proviene da fonti autorevoli e se si nutrono dubbi su di una questione, si abbia il coraggio di domandare, questo è il diritto/dovere dell’iniziato.

Nella tradizione poi, intesa nel senso latino di trasmissione, gli errori accadono, come la storia ci insegna.

Con grande probabilità, Gesù non parlò mai di CAMMELLI che passavano allegri per la cruna di un ago, bensì di GOMENE, cioè di spesse corde usate sulle imbarcazioni.

Grazie all’errore di un copista, la bella ed efficace immagine della fune grossa che non entra nell’ago è stata sostituita da quella un po’ dadaista del simpatico animale che chissà per quale motivo cerca di infilarsi in un così stretto pertugio.

Di questi esempi nelle Scritture ce ne sono diversi e se ciò è accaduto alla Parola Sacra, figuriamoci se non può essere avvenuto anche per i rituali e le scelte degli iniziati nostri predecessori.

Nella tradizione iniziatica esistono numerosi percorsi che si richiamano espressamente all’antico Egitto ed è preciso dovere di chi percorre il sentiero tracciato da tali tradizioni di porsi le giuste domande sulla correttezza dell’apparato simbolico e delle strutture spirituali che formano il veicolo, per utilizzare un termine che viene dall’oriente, per ottenere l’ascesa della Scala di Giacobbe.

Inoltre, abbiamo la responsabilità di saper spiegare al meglio gli elementi presenti nei nostri rituali, soprattutto senza dare per scontato che i riferimenti simbolici in essi contenuti raggiungano sempre menti ove la storia e la simbologia proveniente dalla Khemet sia sufficientemente chiara, seppur per sommi capi.

Allo scopo di fornire alcuni elementi fondamentali a chi sia interessato da tali questioni e senza possedere alcuna velleità scientifica o accademica, appare opportuno analizzare le scoperte e le interpretazioni, anche recenti, degli studiosi per rispondere al quesito specifico e nel contempo meglio comprendere il contesto culturale ed esoterico dei nostri riferimenti rituali, nei quali la tradizione egizia si fonde con quella giudaico-cristiana.

Non si tratta di dar sfoggio di erudizione: concetti come maat o heka, per fare degli esempi concreti, sono così complessi che ogni minimo contributo può risultare prezioso per illuminare aspetti sempre più profondi di tali strutture.

Come vedremo innanzi, le apparenti contraddizioni e inconsistenze nella teologia dell’Antico Egitto, sono appunto solo apparenza e non sostanza, anche se spesso possono confonderci.

Al tempo dei faraoni non la pensavano come noi e poiché questo spazio temporale è durato per millenni, gli stessi faraoni non la pensavano in modo eguale l’uno all’altro, essendo separati da secoli e secoli di storia.

Analizzeremo in seguito la lapide che un faraone nubiano, uno dei famosi faraoni neri, dedicò ad una teologia che lo precedeva di mille e cinquecento anni, pretendendo di essere un devoto discendente chiamato dal cielo a fungere da salvatore della venerata tradizione menfita, negletta dagli egiziani ‘veri’ (simboleggiati da un papiro roso dai vermi lasciato a marcire nel tempio di Memphis).

A parte il valore propagandistico del gesto, se facessimo lo stesso percorso logico di Shabaka (2023 minus 1500), per noi ciò significherebbe aderire tout court a fatti e idee del 500 d.c. come se fossero attuali e contemporanei.

Premesso ciò abbiamo tutto il diritto di domandarci perché il più diffuso rito di ispirazione egizia porti Memphis nella sua intitolazione e non, per fare un esempio, Tebe “la possente” che da un punto di vista storico ha ricoperto un ruolo anche più importante della stessa Memphis e per un tempo .

Si noti, ad esempio, che nelle titolature reali di molti faraoni è ben presente l’appellativo heqa Waset (che regna in Tebe) chiamata anche Heliopolis del Sud (Iunu shemau) per sottolinearne la santità pari a quella dell’antico luogo della creazione.

Si aggiunga che visitando il sito oggi denominato Mit Rahina (probabilmente dall’antico nome tardo egizio mjt-rhnt (Strada delle Sfingi con la testa d’ariete), la strada rituale che collegava Memphis e Saqqara, come avveniva peraltro a Tebe tra i due templi principali, visto che le criosfingi sono uno dei simboli del dio Amun-Ra) non è che si rimanga proprio folgorati dall’importanza dei monumenti (quasi inesistenti) e dei reperti (pochi) conservati nel museo locale.

Si aggiunga che il sito di Memphis è appunto molto vicino alla meravigliosa Saqqara e al luogo chiamato Dahshur ove si trovano le piramidi sperimentali di Snefru e non è lontano dalla stessa piana di Giza, per sottolineare come il visitatore medio dei monumenti egizi possa provare un po’ di delusione per le rovine della città e l’annesso museo in confronto con ben più augusti scenari.

Malgrado la capitale del nord, contrapposta alla più meridionale Tebe, abbia raggiunto il proprio zenith sotto la VI dinastia (Antico Regno, dal 2350 a.C. al 2190 a.C.) nel museo di Memphis il pezzo forse più pregiato risale alla XIX dinastia (Nuovo Regno, 1291-1185 a.C.), circa mille anni dopo il periodo di massimo splendore della città ed è costituito da una statua colossale di Ramses II, non proprio una novità per gli amanti delle cose egizie che di tali esempi di glorificazione del famoso faraone ne possono reperire a bizzeffe in molti luoghi della ‘Terra Nera.’

Ma per quale motivo i Ramessidi, i quali ebbero per capitale Pi-Ramses (Casa di Ramses), citata nella Bibbia come le città deposito di Pitom e Ramses, il luogo di nascita di Mosè e il punto di partenza dell’esodo del popolo ebraico dall’Egitto:

«Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro vincoli, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses.» (Esodo 1,11)

Per quale motivo, dicevamo, i Ramessidi che si erano trasferiti da Tebe ad un luogo come Pi-Ramses, ancora più a nord (nordest) di Memphis, al fine di contrastare la minaccia Hittita e non solo quella, trovarono della somma importanza attestare la loro legittimazione collocando le loro statue in Memphis?

Una risposta la possiamo trovare nella titolatura reale del più celebre dei faraoni della XIX Dinastia, forse di tutti i faraoni, cioe’ Ramses II.

La sua titolatura è stata rinvenuta ovunque in Egitto e presenta numerose versioni dei cinque nomi reali che la compongono; eccone alcuni, rilevanti per il nostro discorso, tratti dalle varianti del primo nome della titolatura quello di Horus, il più importante per la legittimazione divina del faraone:

Variante B5: Ka nakht mery Maat neb habu sed mi itef Ptah Tatenen

Il forte toro, amato da Maat, possessore delle feste di Sed come suo padre Ptah-Tatenen

Variante C6: Ka nakht sa Tatenen

Il forte toro, figlio di Tatenen

Varianti C7-C8-C9: Ka nakht sa Ptah

Il forte toro, figlio di Ptah

Variante F: Ka nakht mery Ptah

Il forte toro, amato da Ptah

Variante I3: Wer habu sed mi Tatenen

Grande delle feste Sed come Tatenen

Come si può rilevare molti sono i riferimenti a Ptah-Tatenen e, per associazione, a Memphis.

E i riferimenti ad Amun e Tebe?

Variante C1-C2: Ka nakht sa Amun

Il forte toro, figlio di Amun

Variante W: Ka nakht seqa Waset

Il forte toro, che ha innalzato Tebe

Variante Y: Ka en heqau mery Amun

Il forte toro dei governanti, amato da Amon

E sebbene negli ultimi due nomi della titolatura, quello del trono (User Maat Ra – La giustizia di Ra è potente) e quello di nascita (Ramessu mery Amun – Ra lo ha plasmato, amato da Amon) di Ramses II, troviamo la variante User Maat Ra, heqa Waset (La giustizia di Ra è potente, sovrano di Tebe), per ben due volte si rinviene la variante Ramessu mery Amun, netjer heqa Iunu (Ra lo ha plasmato, amato da Amon, sovrano divino di Eliopoli) un chiarissimo memento che Ramses sarà anche stato l’amato da Amun, ma Ra lo ha generato (e non Amun) e sebbene regni su Tebe (ci mancherebbe!), lui e’ soprattutto il divino sovrano di Heliopolis e di Memphis, associato al dio Ptah-Tatenen.

Confrontando questa grande titolatura con quella, ad esempio, di Amenophi III o di Amenophi IV (Amenhotep – Amun è contento) prima che divenisse Akhenaton, le differenze sono evidenti: Amun e Tebe sono assolutamente predominanti nelle titolature di questi due faraoni.

La XVIII dinastia inizia con uno sbilanciamento evidente a favore del culto tebano di Amun-Ra e, conseguentemente del suo clero, e termina con il vecchio generale Horemheb (Horus è in giubilo) che passa le consegne al suo fido visir Ramessu ed alla sua discendenza.

Ma Horemheb non aveva legami con la famiglia reale, quindi quale poteva essere il suo nome di Horus, quale legittimazione poteva invocare per il suo regno questo militare che era uscito indenne da una delle crisi più gravi nella storia della monarchia egizia, crisi apertasi con la morte del celebre faraone Tutankhamon?

Ka nakht seped sekheru – Il toro forte, i cui piani sono intelligenti

Se non puoi rivendicare l’appoggio divino almeno usa la testa …

Quanto sopra esposto è già una chiara dimostrazione che, se risulta vero che con la fine della VI dinastia termina anche l’Antico Regno e si apre il primo periodo intermedio, periodo nel quale Memphis vede grandemente scemare la sua rilevanza politica, è anche vero che la città rimase comunque un punto di riferimento essenziale non solo per la tradizione religiosa, ma anche quale luogo di legittimazione del potere del sovrano per altri millecinquecento anni almeno.

NELLA FOTOGRAFIA: Pietra di Shabaka, proveniente da Memphis, Antico Egitto, XXV dinastia, 710 a.C.

SEGUE

 

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