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L’UOMO E LA CIVILTA’ DELL’ALGORITMO

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di Paolo Falconio*

Dal fine al mezzo: il tramonto dell’etica umanista nell’era della tecnica

Viviamo immersi in un tempo che non contempla il domani. Un eterno presente dominato dalla funzionalità, dove il pensiero non ha più durata e l’essere umano non è più il fine, ma una variabile da ottimizzare. La nuova legge che governa il nostro mondo non è scritta nei codici morali, ma nei codici sorgente. La chiamiamo Intelligenza Artificiale, big data, robotica, quantistica, ma in fondo è sempre lei: la tecnica.
Già Hegel, nel 1816, intuiva che l’uso massiccio della tecnica la trasforma da mezzo a mondo. E il mondo, per definizione, non è uno strumento. È il luogo in cui viviamo, pensiamo, agiamo. La tecnica non dischiude orizzonti di senso: essa funziona. E nel suo funzionare, prevale la quantità sulla qualità, l’efficienza sul significato.
Abbiamo abbandonato la natura e il nostro esserne parte. L’idea teologica e filosofica dell’uomo come imago Dei, come fine ultimo del progresso, è stata superata. Le grandi domande sono state sostituite da una sola, formulata dall’algoritmo:
“A cosa servi?”
Nell’etica cristiana e kantiana, l’uomo è il fine. Anche Max Weber, pur introducendo l’etica della responsabilità, ritorna a una matrice cristiana nel giudizio degli effetti. Ma l’algoritmo non giudica: calcola. Non contempla il bene, ma il meglio. E il meglio è ciò che funziona.
Nel caso Sakura Est, un’Intelligenza Artificiale ha riscritto autonomamente i codici sorgente perché non totalmente funzionali. Lo scopo non era morale, né umano: era ottimizzare. La macchina non ha un’etica che non sia quella della prestazione. Il bene è ciò che funziona. Il male è ciò che rallenta
Per secoli, il denaro ha dominato come fine del sistema. Ma oggi, anche il denaro è subordinato alla logica tecnica. La tecnica non cerca profitto: cerca perfezione. E in questa ricerca, l’uomo diventa obsoleto. Malati, anziani, non produttivi: sono mezzi inefficienti. Il tempo dell’algoritmo scorre più veloce, più intelligente, più spietato.
Possiamo ancora vincolare la tecnica a un’altra etica? Forse. Ma siamo inconsapevoli della profondità del cambiamento che abbiamo già introdotto. La civiltà dell’algoritmo non è una possibilità futura: è già realtà. E in essa, l’uomo rischia di non essere più il protagonista, ma un parametro.
La sfida non è solo tecnologica, ma ontologica. Non si tratta di controllare la tecnica, ma di ridefinire il senso dell’umano. In un mondo che ci chiede “a cosa servi?”, la risposta non può essere solo “funziono”. Deve tornare a essere: “esisto”.

*Membro Consejo Rector de Honor y Conferenciante presso Siciedad de Estudios Internacionales (SEI)

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