
DRAGHI: UN GRANDE PROFESSIONISTA A CONTRATTO
di Lucio Leante
Mario Draghi si conferma un tecnocrate neo-dirigista al servizio della politica dell’attuale establishment europeo. Le politiche di quest’ultimo sono per lui un dato scontato. Non ci si può aspettare da lui una visione politica davvero innovatrice, una vera uscita dalla profonda crisi dell’Unione europea e dei suoi maggiori stati. Europeismo tecnocratico neo-dirigista. Così si potrebbe definire in sintesi la filosofia da lui esposta nel suo intervento al Meeting di Rimini.
“Evaporata” – secondo lui solo “quest’anno” (sic!) – l’illusione che la dimensione economica portasse con sé potere geopolitico e commerciale, l’Unione europea cosa deve fare per non mostrarsi più mera spettatrice e “contare di più” nella geopolitica del mondo?
La sua risposta (un po’ scontata) è “riforme economiche” razionalizzatrici, come l’abolizione delle barriere interne (veri e propri esosissimi dazi interni) al fine di realizzare davvero un mercato unico, alle quali vanno aggiunti massicci investimenti pubblici in pochi, ma grandi progetti nel settore “tecnologie critiche” con ricorso al debito comune.
“Questo – dice Draghi- vale per la difesa, soprattutto per ciò che riguarda la ricerca e lo sviluppo; per l’energia, per gli investimenti necessari nelle reti e nell’infrastruttura europea; per le tecnologie dirompenti, un’area in cui i rischi sono molto alti ma i potenziali successi sono fondamentali nel trasformare le nostre economie” – ha aggiunto.
Un debito davvero “buono“ capace di ripagarsi da sé., non come quello “cattivo” che indebita ed affligge le prossime generazioni (come, per esempio, quello creato dal superbonus al 110% da lui avallato e prorogato quando era premier!).
Secondo il neo-dirigismo di Draghi non si può più contare sulle forze di mercato, come nel passato neo-liberista: “sono i governi che devono definire su quali settori impostare la politica industriale…Devono mettersi d’accordo su come finanziare i giganteschi investimenti necessari in futuro, stimati in circa 1,2 trilioni di euro all’anno. E devono disegnare una politica commerciale adatta a un mondo che sta abbandonando le regole multilaterali”. Peccato che le politiche industriali dirigiste e dall’altro non funzionino mai e creino di solito distorsioni di mercato e folli sprechi come quelli dovuti alla transizione verde.
Ma per fare tutto ciò – dice Draghi allineato anche in questo all’opinione comune – l’UE “soprattutto deve dotarsi di “nuove forme di integrazione”. “Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici”.
Draghi non si sofferna – da tecnico ligio ai suoi limiti – su quale forma di integrazione politica egli raccomandi. Da grand commis d’état, lascia all’establishment di decidere. A lui basta segnalare la sua disponibilità di alto funzionario fedele all’attuale establishment europeo, riarmista, europeista e anti-trumpiano quanto basta.
Il suo cruccio è infratti che “L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace – ha proseguito… e “le proteste europee hanno avuto poco effetto”, In più l’Ue “è stata spettatrice anche quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava”, “Questi eventi hanno fatto giustizia di qualunque illusione che la dimensione economica da sola assicurasse una qualche forma di potere geopolitico”.
Il suo cruccio è anche che quella evanesccnza europea abbia diffuso un notevole scetticismo soprattutto tra gli europei.
Fraghi on si chiede se quello scetticismo non sia per caso dovuto alle politiche suicide della maggioranza politica che da decenni gestisce l’UE, come la transizione verde ed un sostegno ad una guerra sbagliata e perduta come quella ucraina. No, Egli attribuisce lo scetticismo a questioni tecniche e propone aggiustamenti tecnici. Non gli si può chiedergli di più. Egli resta un alto funzionario a cui l’establishment, tra cui il Presidente della Repubblica italiana, ha fornito per un certio tempo un certo potere anche politico, ma subalterno all’etsbalishment. E che oggi forse offre a quello stesso establishment la sua candidatura per una fedele presidenza della Commissione UE in sostituzione della periclitante Ursula von der Leyen. Draghi non è un politico, anche perchè non è mai stato eletto e non è dotato di forza politica propria, omogeneo alla tecno-burocrazia europea espressione della sua attuale maggioranza.
Di lui si può dire quel Bettino Craxi disse di Giuliano Amato: “è un grande professionista a contratto”.





