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Le tangenti Enimont, giallo all’italiana – Parte 1

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Lo Stato padrone

La Montedison finanziava nel 1970 il terrorismo economico e i nostalgici del ventennio; e lo faceva con dei fondi neri gestiti direttamente dal presidente Valerio.

A riportare la notizia shock è un libro pubblicato nel 1971 da Angiolo Silvio Ori dal titolo: “L’affare Montedison, un giallo all’italiana”.

Questo interessante libro parte dalla storica fusione tra la Montecatini e la Edison nel 1966: nasceva, grazie anche alle sovvenzioni statali, il colosso della chimica Montedison.

Pochi anni dopo, lo Stato riuscì a centrare un colpo a sorpresa: comprò tante azioni dell’azienda da riuscire a conquistare il controllo del sindacato di amministrazione. La Montedison diveniva di fatto un’azienda di Stato, con ENI e IRI quali maggiori azionisti in assoluto con il 14% delle azioni.

Era il periodo di presidenza di Giorgio Valerio, ex presidente della Edison e promotore della storica fusione insieme a Giorgio Macerata, ex schermidore e manager della Montecatini. Valerio si portava dietro tuttavia anche una storia di fondi neri che non tardò ad emergere.

Fu il suo successore Merzagora a parlarne al consiglio di amministrazione: aveva trovato tutta una contabilità parallela sia in entrata sia in uscita per circa 17 miliardi di vecchie lire. L’ex senatore decise di formare una commissione d’inchiesta che però non centrò l’obiettivo di fare chiarezza e lo stesso accadde alla commissione Campilli.

La storia dei Fondi Neri, che secondo il giornalista Marchetti sarebbero serviti per finanziare il terrorismo economico e i nostalgici del fascismo, tuttavia non scomparve. Nel 1972 partì per caso un’inchiesta della magistratura che aveva messo le mani sulla contabilità sospetta della Montedison.

I miliardi contestati a Valerio divennero 50, ma la vera natura di quei finanziamenti non venne confessata e il 29 aprile del 1980 il tribunale penale di Roma assolse i 29 imputati, mentre Valerio era da poco deceduto. Secondo quei giudici non era reato “usare soldi extra-bilancio”.

L’andazzo invece riemerse ancora nel 1992-93 con l’inchiesta di Mani pulite sugli ingenti fondi che il presidente Montedison Garofano destinò ai partiti politici su volere di Gardini. E questa volta furono dolori, con Gardini che si suicidò.

Si stava scoprendo un tunnel di denaro che avrebbe portato molto lontano, al 1970, a qualche altra scoperta sconcertante forse; ma tanto lontano poi, dicono le sentenze, non si andò.

Quei “fondi neri” della Montedison che finanziavano il terrorismo economico

Quando il PM di Mani pulite Antonio Di Pietro interrogava Sergio Cusani, consulente di Ferruzzi e Gardini alla Montedison, avevo appena iniziato la mia frequentazione dell’Università di Lettere.

La sera a casa seguivo tutte le puntate dei programmi televisivi che trasmettevano le immagini dell’imputato più famoso d’Italia, quel Cusani appunto, il quale con grande tranquillità, con il suo sguardo fermo, gli occhiali da intellettuale, la sua consapevolezza di aver fatto qualcosa di molto grave, raccontava il modo in cui quella montagna di soldi passava dalla Montedison ai partiti politici.

Mi colpì molto il fatto che Cusani prese nel modo migliore possibile quella sventura capitatagli, affermando di meritare quella punizione e di andare in carcere serenamente. Ricordo proprio queste parole di Cusani. Capii, pur non conoscendo bene quei fatti, che il PM Di Pietro aveva scoperto veramente qualcosa; e anche gli altri cittadini, protestando in piazza e lanciando le monetine a Craxi, dimostrarono di approvare quella ventata di giustizia.

Indro Montanelli nel suo libro “L’Italia degli anni di fango” descrisse Di Pietro come un poliziotto di destra che aveva svolto tanti mestieri prima di riuscire ad approdare alla magistratura. Scrisse che quell’ondata di arresti del 1992-1993 era nell’aria, perché di quel clima politico non se ne poteva proprio più.

Tuttavia, non infierì su quegli uomini che si suicidarono, tra cui anche Gardini. Li considerava vittime sacrificali che potevano essere salvate; un prezzo eccessivo che i cattivi di Tangentopoli dovettero pagare per le loro malefatte.

Marco Travaglio nel suo libro più recente “La scomparsa dei Fatti” è stato più drastico del grande giornalista scomparso e ha detto di non accettare ridimensionamenti per la vicenda di Tangentopoli, fiutando nei processi che si trascinano stancamente in questi ultimi anni una sorta di “tana libera tutti”: le inchieste drammatiche di quel periodo, che ricordo come fosse ieri, stanno oggi diventando una farsa da operetta del teatro Alla Scala di Milano.

Credo che nessuno dei due giornalisti dicesse cose sbagliate. Mi sono andato a leggere con i moderni mezzi della tecnologia alcuni articoli, e anche un paio di libri, sulla Montedison a caccia della verità, dopo aver scoperto un filone aureo di notizie nell’altra azienda italiana del settore della chimica, comparto così importante in Italia, la SIR.

La differenza tra le due aziende ormai si perde nella fuga recente nel privato di ciò che un tempo era il settore di intervento pubblico dell’economia. La Montedison era in pratica un’azienda pubblica, la SIR un’azienda privata a tutti gli effetti.

Di cose ne ho scoperte parecchie, ma voglio prima chiarire le premesse ai fatti che riguardano più direttamente Tangentopoli. L’Italia era nota negli anni ’70 per essere un paese a economia mista, in quanto lo Stato con le Partecipazioni Statali tendeva ad occupare spazi sempre più importanti nelle aziende a capitale privato, di piccoli e grandi azionisti. Si cercava un difficile equilibrio all’interno delle stesse aziende.

Metà allo Stato e metà ai privati. Sono differenze che oggi sfuggono, sottigliezze che però nel 1970 scatenarono risse terribili nelle assemblee pubbliche della Montedison. L’economia mista era un ottimo sistema a mio avviso, ma il problema sentito dall’opinione pubblica e dal mondo culturale alla fine degli anni ’60 era totalmente inverso a quello attuale.

Oggi lo Stato tende a non voler avere più niente in mano, ieri accadeva l’opposto. Il problema di allora era che lo Stato non si presentava così generoso, come i privati, quando si trattava di elargire agli azionisti i dividendi.

E per dividendi intendo, come molti sapranno, quei soldi di interesse che l’azionista deve avere annualmente sul capitale investito per le singole azioni. L’aggressione del capitale pubblico insomma era molto temuta e direi osteggiata dai partiti politici estremisti, come l’MSI.

Quella fusione benedetta dallo Stato

Nel 1966 vi era stata una fusione storica tra due aziende tra le più importanti del paese, in un periodo, come ben sappiamo, di grande boom economico. L’azienda leader del settore chimico, Montecatini, si univa con la Edison andando a formare la Montedison.

Entrambe erano aziende con un passato storico alle spalle, avevano attraversato la guerra e la Montecatini aveva pagato maggiormente l’adesione al fascismo, tanto che il suo anziano proprietario, Guido Donegani, fu processato nel dopo-guerra dai partigiani e messo in carcere per un certo periodo.

Pare che non si sia mai ripreso da quella punizione, che riteneva ingiusta, poiché aveva aderito al fascio, sì, ma solo “per la Montecatini”, per il bene della sua azienda e dei dipendenti, ripeteva prima di morire alla fine degli anni ’40[i].

Negli anni successivi la situazione finanziaria si aggravò e la dirigenza, con a capo ora un ex campione sportivo di scherma come Giorgio Macerata, provò la strada della fusione, visti anche gli incentivi statali verso questo tipo di strategia economica.

La Edison fu invece avvantaggiata dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica[ii] e nello stesso periodo in cui la Montecatini perdeva prestigio e denaro, l’azienda diretta da Giorgio Valerio aveva messo da parte soldi importanti, quelli provenienti dallo Stato, appunto, per via della nazionalizzazione dell’elettricità, che facevano gola alla Montecatini in vista di un pareggio di bilancio.

L’idea di Macerata e Valerio fece storia e provocò un entusiasmo effimero[iii]. Negli anni successivi, mentre la dirigenza della Montedison passava a Giorgio Valerio, lo Stato varò un’operazione finanziaria che fu considerata spregiudicata, facendo comprare all’ENI, con i soldi dei contribuenti, una grande mole di azioni della Montedison che fosse sufficiente per far diventare lo Stato il maggiore azionista di quella grande azienda.

Quest’ultima veniva amministrata attraverso un sindacato di controllo, in cui la maggioranza, in pratica, aveva la facoltà di decidere le strategie per l’anno successivo e determinare anche la nomina del presidente e dei vari dirigenti.

Lo Stato attraverso l’IRI, l’istituto per la ricostruzione industriale, e l’ENI, l’azienda di Stato della chimica diretta anni prima da Enrico Mattei, nel 1969 aveva raggiunto il suo obiettivo di controllare in modo indiscusso la Montedison.

Fu una manovra fatta sottobanco che non piacque ai maggiori azionisti privati di allora, Pirelli e Agnelli, i quali appresero contrariati solo nella prima assemblea del sindacato la riuscita di quell’operazione di “scalata” dell’ENI.

Ma non erano solo i grandi imprenditori privati a storcere il naso in quel periodo. Nelle assemblee pubbliche volarono le monetine dei piccoli azionisti verso i dirigenti di Stato, proprio come più di vent’anni dopo sarebbe successo con Craxi.

Non piacque a tal punto che nacquero dei comitati, dei gruppi per la tutela del patrimonio dei privati cittadini. Lo Stato che nazionalizzava le aziende faceva paura ai risparmiatori, i quali pensavano soprattutto ai magri dividendi che sarebbero potuti arrivare con lo Stato al timone della Montedison.

Questi comitati non sbagliarono le loro nere previsioni. Successe anche di peggio. I conti della Montedison non migliorarono affatto, ma andarono verso una crisi da cui l’azienda di Foro Bonaparte si riprese solo per un breve periodo intorno al 1973-1974 quando alla dirigenza andò Eugenio Cefis, che era stato il successore di Mattei all’ENI.

Giorgio Valerio intorno al 1970 venne fatto fuori dalla sua carica e da quel periodo l’attenzione nelle varie assemblee si concentrò sulle nomine dei dirigenti, come spesso è capitato nella Prima Repubblica.

La presenza dello Stato rese preponderante la lotta per le poltrone, mentre per un certo periodo i dividendi vennero addirittura sospesi con la scusa che i bilanci non erano a posto.

Fu proprio questo l’altro nodo da sciogliere con la cacciata di Valerio dalla carica di presidente. I bilanci che lui consegnò ai suoi successori, Merzagora e Campilli, per un breve periodo, e poi Cefis, nascondevano delle grosse insidie che però solo un anno dopo, nel 1972, finirono nell’occhio del ciclone della Magistratura.

La storiaccia dei “fondi neri”

A questo punto si entra in uno dei più grandi misteri del nostro paese, quello dei fondi paralleli del bilancio Montedison, detti comunemente “fondi neri”.

Ed è qui che entra in ballo anche l’operato del famoso magistrato Antonio Di Pietro, il quale nel 1992/1993 riprese proprio la storia dei “fondi neri” Montedison e, dimostrando un passaggio di denaro dalla Montedison del presidente Garofano ai partiti politici, riuscì ad arrivare a delle condanne, cosa che nella precedente inchiesta non era avvenuta.

Perché, come dicevo in precedenza, nel 1972 c’era già stata un’inchiesta sui fondi della Montedison. Si parlò in quel periodo di 50 miliardi elargiti nell’arco di sei anni in vario modo dal presidente Valerio, uno dei maggiori accusati, verso alcuni non ben precisati suoi interlocutori; si parlò con insistenza anche di uomini politici.

Scrisse Guido Guidi su La Stampa il 4 aprile del 1978: “Gli uomini politici avevano bisogno di denaro per le esigenze dei loro partiti e l’ingegner Valerio è sempre stato molto comprensivo e generoso”.[iv]

L’accusa era partita da cinque azionisti della società e sul banco degli imputati ci erano finiti leader dei partiti quali: Rumor, Piccoli, Segni, poi altri nomi fra cui Folchi, Gino Colombo, Nencioni, Michelini, Malagodi, l’ex senatore Reale, Mauro Ferri, Pucci e Dosi.

Ad accusarli erano le dichiarazioni dello stesso Valerio riportate da La Stampa in quel 4 aprile 1978: “Ogni volta – disse – nelle erogazioni figura il nome di un personaggio politico, la destinazione della somma non era personale, ma riguardava il partito da lui rappresentato”. Tuttavia, alla domanda del magistrato su quale motivo avesse per elargire quel denaro, Valerio rispose a mio avviso con una bugia.

Disse che servivano a ritardare la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che nelle sue parole era vista come una minaccia, mentre sappiamo dal libro “L’affare Montedison, un giallo all’italiana” di Angiolo Silvio Ori, che è un libro molto documentato sui fatti interni, le assemblee, i bilanci della Montedison, che quella nazionalizzazione, come detto prima, permise a Valerio e alla Edison di realizzare una grande fortuna proprio con i soldi dello Stato, soldi che fecero gola alla Montecatini nell’ottica di una fusione. Insomma questa inchiesta della magistratura sembra, dati alla mano, molto superficiale e inattendibile.

Pare che quell’operazione del 1972 fosse stata scatenata da un controllo su una partita di ricetrasmittenti militari che una ditta, sull’orlo del fallimento, aveva venduto all’esercito italiano facendole passare per nuove, mentre erano state acquistate negli Stati Uniti e pare fossero del 1942.

Questa ditta appartenente ad un certo Aldo Scialotti era entrata nell’orbita della Edison e il magistrato, frugando tra le carte, scrisse La Stampa sempre in quell’articolo di Guido Guidi, aveva trovato anche questa miniera d’oro di fondi neri della Montedison e delle società ad essa collegate.

L’inchiesta però fu molto lunga: dal 1972 eravamo già arrivati, per i rinvii a giudizio, al 1978 e nel 1980 arrivarono delle assoluzioni; forse annunciate. Intanto però era stato fatto molto clamore sulla stampa.

Il 30 aprile del 1980 su La Stampa usciva la notizia[v] dell’assoluzione di tutti i 29 indagati, accusati di falso in bilancio. Erano state chieste condanne tra due anni e sei mesi e un anno, ma l’ottava sezione penale del tribunale di Roma non ne volle sapere proprio di condannare quegli intoccabili della politica.

Per di più il principale indagato, divenuto accusatore, Giorgio Valerio, era morto da poco; e dunque per lui era scattata la prescrizione per “morte del reo”.

L’articolo anonimo ricordava come durante l’inchiesta molti fossero stati i testimoni chiamati in causa, come l’ex ministro Valsecchi, l’ex presidente dell’ENI, Girotti, l’allora presidente della Montedison, Medici, ma anche Piccoli e Rumor e l’ex presidente della Montedison, Merzagora, il quale, come vedremo, era stato colui che in tempi non sospetti aveva sollevato all’interno dell’azienda il problema dei fondi neri.

Gli estremi per indagare c’erano, ma, chissà, forse questi testimoni non avevano voluto o saputo fornire ulteriori spiegazioni, che invece andavano date, perché come dirò dopo erano state scritte sul libro di Ori sulla Montedison, libro che uscì nel 1971 e quindi ben prima dell’avvio dell’inchiesta giudiziaria.

Le motivazioni di questa sentenza uscirono sui quotidiani a fine maggio del 1980 e vanno lette per bene poiché potevano creare un precedente, cosa che invece non accadde. Il titolo de La Stampa del 31 maggio 1980 fu “Non è reato usare soldi extra-bilancio” e la dice lunga sul parere dei giudici del tribunale di Roma sull’uso dei “fondi neri”.

Giusto o sbagliato che fosse, in una vicenda molto simile tredici anni dopo il PM Antonio Di Pietro fece finire in cella molte personalità del mondo industriale e della Montedison stessa. Questi sono dati di fatto.

Scrissero, i giudici del primo processo Montedison, che “Il saltuario uso da parte dei funzionari di un’impresa di somme degli amministratori non esposte in bilancio e su ordine di costoro, non costituisce reato e la conoscenza di quest’ultima circostanza è irrilevante”. Ad affermarlo era il presidente dell’ottava sezione penale di Roma, Marchionne.

Si chiudeva così una vicenda che a mio avviso, fortunatamente, non ha fatto giurisprudenza. Se poi il PM Di Pietro non fosse a conoscenza del precedente è un altro discorso.

Forse questpultima è una sua grande manchevolezza, poiché non ha saputo inquadrare i fatti da lui riscontrati (lo ammisero gli stessi giudici di Mani pulite in unpintervista televisiva che avevano scoperto solo un quinto degli imbrogli di Tangentopoli) in quello che era l’andazzo della politica della Prima Repubblica[vi].

Cioè, cerco di essere più preciso: è mancato il movente del delitto, perché pagare tanti soldi verso i partiti politici può significare tante cose. Può essere corruzione, ma anche concussione, nel caso in cui, in quest’ultima circostanza, fosse il politico a minacciare l’imprenditore per ottenere dei guadagni.

L’inchiesta sulla Tangentopoli degli anni ‘90 ebbe origine invece da una famosa legge, quella sul finanziamento pubblico ai partiti. I giovani della mia generazione l’hanno sentita nominare tante volte. Questa legge, la 195, nacque nel 1974 da una proposta del democristiano Flaminio Piccoli.

Essa doveva garantire che i partiti percepissero un finanziamento equo e trasparente attraverso lo Stato, senza collusioni con il potentato economico, soprattutto quello del settore pubblico di cui faceva parte l’ENI.

Si cercò così di evitare il ripetersi di grossi scandali, come quello delle banane e del petrolio. Nel 1965 il senatore della DC Giuseppe Trabucchi aveva permesso alla Assobanane di acquisire il monopolio delle banane. La stessa operazione era stata ripetuta per il mercato del tabacco e così ci si accorse che tutto era da ricondurre a un finanziamento ottenuto dal partito di Trabucchi[vii].

Nel febbraio del 1974 era scoppiato un nuovo scandalo. Stavolta a essere coinvolti erano stati tutti i partiti di quel governo: DC, PRI, PSI e PSDI, i quali avevano percepito una tangente del 5% sui vantaggi che l’Enel e le compagnie del petrolio ricevevano da una politica contraria alle centrali nucleari.[viii]

Era esploso in pratica il famoso scandalo dei petroli, quello scoperto dai pretori d’assalto come Mario Almerighi, i quali, nonostante questo nomignolo irriverente, erano davvero dalla parte della gente.

Se di fronte ad ogni inchiesta giudiziaria ci chiedessimo: “cui prodest?”, a chi giova veramente questo polverone? In quel caso la risposta sarebbe stata: alla gente, ai cittadini.

Lo scandalo dei petroli faceva infatti aumentare i prezzi della benzina, mentre i politici e i petrolieri si accordavano per nascondere le scorte di greggio e mettere in piedi un colossale giro illecito d’affari.

Dunque, Flaminio Piccoli cercò di offrire una via d’uscita da uno scandalo vero, sconcertante, di cui era colpevole il suo stesso partito. Poteva riuscirci? Ovviamente no.

Sarebbe come accettare che un assassino possa stabilire dopo il suo arresto le nuove leggi contro gli omicidi. Ci fideremmo poco della sua imparzialità. E, infatti, i radicali provarono nel 1978 a cancellare quella legge con un referendum.

Ma al momento del voto, l’11 giugno del 1978, la percentuale di adesioni all’ipotesi di abrogazione si fermò al 43,6%, a un passo dal quorum del 50%. E così si andò avanti con il palliativo. È solo in questo modo che la blanda legge sul finanziamento pubblico ai partiti poté giungere nelle mani di Antonio Di Pietro e del suo pool di Mani pulite.

Nel 1981 c’era stato un ulteriore alleggerimento. La nuova legge 659 aveva raddoppiato i finanziamenti legali e aveva lasciato immutati i divieti per aziende pubbliche o a partecipazione pubblica di erogare fondi ai partiti, mentre i partiti stessi dovevano redigere rendiconti annuali su entrate e uscite.

Solo nel 1993 queste norme furono finalmente abrogate da un altro referendum dei Radicali, che in seguito ai fatti di Tangentopoli si trasformò in un autentico plebiscito. Le adesioni raggiunsero il 90,3%. Infine, con la legge 2 del 1997 venne reintrodotto il finanziamento pubblico ai partiti attraverso il 4 per mille dei contribuenti.

Ma ora torniamo un attimo indietro con la storia. Non sappiamo se Di Pietro quella legge Piccoli nel 1992 se la fosse letta bene. Fatto sta che pensò di utilizzarla con lo scopo, utopistico, di incriminare i suoi stessi ideatori.

La norma su un punto era molto chiara, e a Piccoli va dato atto di questo: le imprese pubbliche o a partecipazione pubblica non potevano sovvenzionare i partiti. Potevano farlo solo, a patto che i partiti lo dichiarassero in bilancio, le imprese private.

Abrogando il “finanziamento pubblico” – spiegò lo stesso Flaminio Piccoli in un suo articolo sulla Stampa prima del referendum del 1978 – “mancherebbe una normativa che mantenga liberi i partiti dai pesanti condizionamenti che i potentati economici certamente cercherebbero di imporre”.

Come abbiamo visto in tempi più recenti le modifiche non mancarono, ma Di Pietro aveva ragione a voler scartabellare nei bilanci. Tuttavia bisognava capire meglio che azienda era la Montedison e chi ne fosse il vero proprietario. Era necessario in termini più semplici e diretti essere esperti dell’ambiente democristiano, o della Montedison.

Probabilmente Antonio Di Pietro non era e non è tutto questo. Non so se mi spiego: erano scomparsi, ma vado ovviamente a memoria, negli anni di Tangentopoli, tutti quei discorsi, tutte quelle polemiche di cui parlavo prima sulla presenza del denaro pubblico nelle aziende private.[ix]

La storia della Montedison è senza dubbio, dopo i primissimi anni ‘70 e quel brusco ingresso dell’ENI nel sindacato di controllo, la storia di un’azienda per metà pubblica e per metà privata.

L’equilibrio fu ricercato per tutti gli anni ’70, anni di difficoltà economiche per la Montedison che dovevano far capire ai magistrati dell’ottava sezione penale di Roma, prima, e di Mani pulite, poi, che la questione dei fondi neri era molto rilevante e forse si trascinava da tanto tempo.

Per ricostruire quegli anni si può fare riferimento al libro intitolato “Montedison: il grande saccheggio” uscito nel 1976/77 e scritto da Giuseppe Turani. La Montedison si era trasformata, secondo l’autore, in un mostro mangiasoldi, quando sulla poltrona di presidente c’era ormai Eugenio Cefis.

La sua lunga permanenza pare fosse stata salutare per i conti Montedison solo nei primi anni, quando le dichiarazioni fatte alla stampa erano trionfali: la Montedison aveva coperto il suo disavanzo e fatto quel salto in avanti investendo sul futuro. Però, nel 1976 nacque quell’operazione di rastrellamento di denaro che Turani chiamò appunto “grande saccheggio”.

La Montedison perdeva denaro a rotta di collo e non c’era rimedio che potesse risolvere la questione. Il sistema Cefis prevedeva la richiesta di prestiti dalle banche per pagare, a sua volta, gli interessi sui prestiti precedenti e magari pagare anche gli stipendi ai dipendenti. Così la caduta nel buco nero diventava inarrestabile.

Nel 1972 la grande azienda della chimica italiana divenne ufficialmente per metà pubblica, con ENI e IRI, e per metà privata, con grandi azionisti come Attilio Monti, poi proprietario del quotidiano Il Resto del Carlino, e le centinaia di migliaia di piccoli azionisti. Lo spiegò molto bene in una sua relazione alla commissione bilancio della camera il Ministro del Bilancio, Giulio Andreotti, il 16 aprile del 1975[x].

L’obiettivo dello Stato era quello di risanare e rilanciare il gruppo;  così in un secondo momento il sindacato di controllo venne aperto alla partecipazione di alcune banche: la Mediobanca, l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano) e l’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità.

Nel 1976, dice il libro di Turani, la Montedison cominciò a premere sui politici alla ricerca di un finanziamento. Vennero attivati dei contatti, prima delle cruciali elezioni politiche del 1976, anche con i comunisti, nell’ipotesi, poi non verificatasi, che questi ultimi potessero effettuare il sorpasso. I soldi da cercare nelle tasche dei cittadini erano tanti.

Per risanare i bilanci Montedison sarebbero serviti 2000 miliardi di vecchie lire. Una montagna di soldi che non si sapeva proprio a chi chiedere, poiché i politici, tranne forse i comunisti, i quali credevano nella nazionalizzazione delle imprese e chiedevano la formazione di un ente unico statale di controllo, non è che fossero così felici di elargire denaro all’azienda di Foro Bonaparte.

C’era comunque la volontà di risanare questo gruppo, consapevoli i politici del Parlamento che la Montedison, oltre ad essere un’azienda in cui il capitale pubblico deteneva la maggioranza di tutte le azioni (il 16% rispetto al 14% degli anni di Valerio), fosse soprattutto un’impresa che dava lavoro a centinaia di migliaia di operai, i quali in quel periodo si facevano sentire.

Alla fine pare che quei soldi furono trovati e ciò per merito di Cuccia, il quale riuscì ad escogitare una manovra degna del miglior prestigiatore del mondo: fu tutta una serie di acquisti e vendite di obbligazioni a permettere alla fine a chi deteneva le azioni Montedison di poter usufruire di 2000 miliardi di lire a costo praticamente zero, con la sola necessità di sperare nei cittadini.

Un’ipotesi che però non piaceva molto allo scrittore Turani, molto vicino alle idee di Repubblica e di Scalfari. La Montedison dal 1975 stava divorando miliardi su miliardi ogni anno e con queste premesse non c’era da sperare granché per il futuro.

Si faceva strada il concetto di uno Stato che doveva correre al capezzale delle grandi aziende in difficoltà, anziché lasciare che la giustizia fallimentare facesse il suo corso. Un andazzo che, abbiamo visto per quanto riguarda la SIR, creerà strascichi deleteri addirittura fino al 2009.

A noi queste informazioni interessano quindi, non tanto per ricostruire la politica economica italiana di quegli anni, quanto perché queste furono le premesse all’approdo di Raul Gardini una diecina di anni dopo alla Montedison. Ma non solo, perché l’altro libro già citato, “L’affare Montedison un giallo all’italiana” aveva rivelato già nel 1971 notizie di straordinaria importanza.

E vengo qui al nocciolo del problema: la madre di tutte le tangenti che nessuno, forse, è riuscito a scovare sta proprio nei conti misteriosi di cui parla quel libro. Lì c’era il movente vero delle tangenti della Montedison; colui che veniva finanziato con i miliardi di fondi neri.

Se infatti la storia della prima inchiesta giudiziaria partiva dal 1972, ben prima, durante la gestione Valerio si era saputo che il presidente e il suo fido Cavalli avevano tenuto in gran segreto una amministrazione “fuori bilancio”, con cambiali che venivano firmate dai dirigenti e finivano nella cassaforte di Valerio.

Quando nel 1970 l’ex senatore Merzagora fu eletto presidente, egli, onesto quale era, rimase molto colpito dal trovarsi di fronte a una contabilità occulta e ordinò un’inchiesta interna.

Dice il libro di Ori che Merzagora era consapevole dell’illegalità di questi “fondi neri” e avrebbe voluto inserirli nella contabilità ufficiale, ma questo intento non andò a buon fine. Merzagora scoprì che i soldi distratti dal bilancio reale della Montedison erano tanti: si parlò all’epoca di 17 miliardi di vecchie lire. Questi miliardi entravano e uscivano, con il fine di “oliare” attività occulte e forse illecite.

È scritto testualmente nell libro:

“L’insieme di questi movimenti lascia un saldo attivo e Merzagora si vede infatti consegnare con un vero e proprio senso di sgomento un pacchetto di libretti bancari al portatore, il cui ammontare complessivo supera i 17 miliardi. Una parte di questa cifra, per l’esattezza 5.300 milioni figura come un debito dell’Italpi (una società controllata dalla Montedison) nei confronti della sua capogruppo: un’altra parte, per 5.700, figura come un debito d’una fantomatica “Montedison International”, società con sede legale in Liberia e sede effettiva a Zurigo; mentre i restanti miliardi non risultano contabilizzati in nessun modo: sono soltanto materialmente depositati sul libretto al portatore, custodito nella cassaforte privata del presidente della società.”

Merzagora convocò il consiglio di amministrazione e volle discutere di questo problema per chiarirlo del tutto. Il compito di approfondire la questione fu delegato a una commissione di esperti. Ma l’obiettivo non fu centrato né durante la presidenza di Merzagora, né durante quella, altrettanto breve, di Campilli.

Sappiamo anche che la commissione di Merzagora si insediò nell’aprile del 1970 e che vedeva come vice-presidenti Torchiani e Girotti (uomo dell’ENI), un consigliere delegato quale Giorgio Macerata e infine, presidente del collegio sindacale, Aldo Cicoletti. Non è escluso che entrambi i presidenti dovettero dimettersi esattamente perché non si voleva o non si poteva venire a capo del doppio binario su cui transitavano i soldi.

E perché questi problemi creavano scompiglio se poi un giudice, nel 1980, dirà che il fatto non costituiva reato?

La possibile spiegazione è a pagina 140 del libro di Ori, dove l’autore riporta parole del giornalista Mario Marchetti pubblicate sul giornale ufficiale del Partito Comunista.

Si parla della destinazione dei fondi neri, sentite:

“Ingenti cifre “fuori conto”, maneggiate da Valerio, sovvenzionarono alla vigilia della nazionalizzazione elettrica, certe campagne di terrorismo economico. Che altre notevoli fette di “fondi segreti” servirono a finanziare le campagne di anticomunismo viscerale dei gruppi “Pace e Libertà” e dei nostalgici del ventennio. Nel complesso le operazioni “irregolari” sui “fondi segreti” hanno suscitato fondati sospetti sulla correttezza amministrativa di chi ha diretto la più grande azienda chimica italiana.”

Come si vede, quando nel 1978 venne interrogato Giorgio Valerio non disse la verità davanti ai giudici sui “fondi neri”. L’uso di questi soldi era noto, come fu possibile negarlo? Ed è proprio questo fiume di denaro verso i reduci del ventennio e il terrorismo economico che, è il caso di dirlo con un gioco di parole, terrorizza.

Leggere a distanza di tanto tempo queste notizie, quando sappiamo che i responsabili, o, meglio, i mandanti della “strategia della tensione” non sono stati trovati, mentre siamo alle prese con lo Spread, o con una crisi economica sempre minacciata, ma senza mai un colpevole vero e un problema reale da risolvere, e sapere, anche, che quel problema del 1970 di una contabilità parallela non fu mai chiarito, ecco, direi che mette la questione Montedison di nuovo al centro, non soltanto della storia contemporanea, ma dell’attualità politica italiana.

La Montedison non è mai scomparsa del tutto e forse nemmeno il suo buco nero di miliardi che negli anni ’90 si accollò la Mediobanca. Troppi esperti sono serviti per coprire le magagne di questi imprenditori che dagli anni ’60 a oggi non hanno mai saputo risolvere i loro problemi, se non con la chiusura o la delocalizzazione delle proprie aziende.

Gli ex lavoratori della Acetati, una delle vecchie aziende del gruppo Montedison degli anni d’oro, ne sanno qualcosa. Chissà se il PM Di Pietro sapeva nel 1993 che, assieme alla Montedison, stava mandando in galera tutta la politica economica dello Stato italiano della Prima Repubblica, e che nella seconda non ne sarebbe stata trovata un’altra.

[i] Guido Donegani era nato a Livorno il 26 marzo del 1877 e morì a Bordighera il 16 aprile del 1947 (Wikipedia).

[ii] La nazionalizzazione dell’energia elettrica fu realizzata tra il 1962 e il 1963 per volontà dell’allora governo di centro-sinistra, con lo scopo di evitare le disuguaglianze tariffarie che andavano a discapito dei cittadini del meridione. Fu creato l’E.N.E.L. (Ente Nazionale per l’Energia Elettrica) e le aziende, gestrici in precedenza del servizio, furono indennizzate con parecchi milioni di vecchie lire. Tuttavia tutti concordano nel dire che queste aziende non seppero investire il flusso di denaro pubblico in nuove iniziative imprenditoriali di successo. Per maggiori dettagli cfr. “Razza Padrona”, di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani; Feltrinelli, Milano, 1974.

[iii] Il processo di fusione fu lento. Iniziò nel 1966, periodo nel quale l’azienda fu denominata Montecatini Edison s.p.a., e si chiuse nel 1969 quando si passò alla Montedison s.p.a.

[iv] Cfr. “Valerio ed altri 36 a giudizio per i “fondi neri” Montedison”, La Stampa 4 aprile 1978.

[v] Cfr. “Fondi neri Montedison, assolti i 29 imputati”, La Stampa 30 aprile 1980.

[vi] È interessante notare che il PM Gherardo Colombo, prima di lavorare insieme al pool di Mani pulite, fu protagonista della scoperta della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, che operava non solo sul piano politico, ma soprattutto nell’imposizione di tangenti sui lavori pubblici. Come mai quando scoppiò il caso Tangentopoli questo non fu collegato all’affare P2?

[vii] Cfr. l’articolo: “Storia d’Italia in tre scandali e una legge”, www.acmos.net

[viii] Cfr. Wikipedia alla voce: “Scandalo dei petroli.

[ix] Una distinzione che è riapparsa solo dopo il recente governo di Mario Monti e ancora di più, dal 2014, con la presidenza del consiglio del filo-democristiano Matteo Renzi.

[x] Cfr. l’appendice del libro: “Montedison, il grande saccheggio”, di Giuseppe Turani, Mondadori, 1977.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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