
Siamo al bordo dell’etang di La Franqui, uno dei luoghi più belli del mondo.
I cani sciacquettano nell’acqua bassa della laguna, il vento ci accarezza il viso e il sole, il fuoco, scompare dietro le corbières, la terra.
Siamo tutt’uno con i quattro elementi e l’armonia è momentaneamente perfetta.
Una fila di cavalli dall’altro lato della laguna rientra al maneggio passeggiando nell’acqua, maneggio che è solo una lingua di sabbia che emerge tra mare ed etang e nell’osservarli finalmente intuisco perché questi nobili animali siano stati considerati figli di Poseidon, per sempre legati al ricordo di Ettore.
Il cielo tinto d’oro rosa si specchia nell’etang e un treno affusolato sembra tagliare l’acqua come in un film di animazione.
Sui miei occhi si sovrappone, infatti, una scena meravigliosa tratta dalla Città Incantata, il mio film preferito di Miyazaki; Chihiro/Sen, assieme a Senza-Volto e a Bō, prende il treno per andare da Zeniba e questo treno fantastico viaggia sull’acqua come quello reale.
Mi domando dove stia andando Chihiro questa sera …
La struggente perfezione della natura e della Creazione mi fa pensare alla mia impermanenza e ciò aggiunge una sfumatura di tristezza alla felicità del momento.
Mi vengono istintivamente in mente delle immagini, in particolare di alcune sculture.
La prima è l’Ombra della sera del Museo Guarnacci a Volterra, come il Vate ebbe a battezzarla. Antichissima statuetta votiva etrusca in me suscita mistero e reverenza. La mia corrente età è racchiusa in quel crepuscolo che diventerà occaso e Nuova Alba di rinascita. Le membra lunghissime mi rammentano il tempo che si allunga a dismisura per diventare Eternità.
La seconda scultura è il Galata Morente dei Musei Capitolini.
Il Galata è indomito anche nell’estremo momento.
Si regge sulle braccia e cerca di sollevare ancora il capo verso il cielo per vedere il cielo azzurro per l’ultima volta.
La terza opera è il Cristo Velato della Cappella San Severo, capolavoro immenso di spiritualità marmorea e di speranza per il Mondo che Verrà, che il Santo, il Benedetto incarnatosi nel grembo di Maria, ci ha promesso con la Sua sofferenza.
Mistero assoluto della Creazione, Orgoglio per una vita di lotta e di struggimento, Speranza per la Vita che Verrà tra le braccia del Padre.
Un grande artista musicale ha cercato di catturare questo ineffabile momento.
Nel 1890 Richard Strauss dirige ad Eisenach una sua composizione nella quale tenta l’incredibile: è il poema sinfonico intitolato Tod und Verklärung (Morte e trasfigurazione).
In una lettera del 1894, indirizzata all’amico Friedrich von Hausegger Strauss scrive: «Sei anni fa mi venne in mente l’idea di rappresentare musicalmente in un poema sinfonico i momenti che precedono la morte di un uomo, la cui vita fosse stata un continuo tendere ai supremi ideali: un tale uomo è per eccellenza l’artista».
Tod und Verklärung descrive gli ultimi momenti di un uomo sofferente, che giace assopito sognando un momento sereno della sua vita. Il suo sonno è interrotto dalle fitte provocate dalla malattia.
Egli ripercorre le grandi aspirazioni della sua vita.
Questo è il momento della Verità.
Il protagonista comprende che solo nel Mondo che Verrà egli sarà in grado di raggiungere gli scopi ideali e spirituali per cui ha lottato tutta la vita.
Mi torna alla mente anche cosa ci veniva insegnato a scuola e a casa, prima che l’Europa diventasse una fogna svirilizzata, fogna che oggi disperatamente cerca di tornare terra di guerrieri come lo fu Ettore, domatore di cavalli:
«μὴ μὰν ἀσπουδί γε καὶ ἀκλειῶς ἀπολοίμην,
ἀλλὰ μέγα ῥέξας τι καὶ ἐσσομένοισι πυθέσθαι.»
«Ma non fia per questo che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti qualche bel fatto porterà il mio nome.»
(Iliade, XXII, 304-305. Traduzione di Vincenzo Monti).
Mi scuoto e contemplo ancora la natura che, essendo ora di cena, ci richiama ai dolci piaceri della vita terrena, godimenti effimeri, ma sempre donati del Cielo.
Prendiamo posto a Le Calamar en Folie, uno degli ottimi ristorantini au bord de mer di La Franqui, come è sempre ottima la selezione di vini locali che propongono.
Questa sera mi concedo un rosso di Fitou, un AOC che sta diventando famoso in Francia e all’estero. Il vitigno dominante è il Carignan, che deve costituire almeno il 40% del vino per poter essere classificato nella denominazione. Spesso vi si mescolano Grenache, Lladoner Pelut (il Grenache “peloso”), Mourvèdre e Syrah.
Volevo scrivere di kabbalah in questa puntata, ma mi sono reso conto di non aver totalmente assolto al mio compito scrivendo unicamente della e sulla Canso de la Crozada senza presentare nulla relativamente alla Vergonha, la repressione tuttora in corso della lingua occitana e le grandezze moderne di tale idioma.
Prima però lasciatemi descrivere un importante lascito della Crozada, sotto forma di una splendida canzone popolare che tuttora sopravvive: Lo Boier
Assieme al Se canta, inno non ufficiale di tanti Occitani, questa melodia con il suo testo ci trasporta magicamente al tempo dei catari, perché Lo Boier è una canzone intrisa di simbologie legate a quel movimento religioso.
Ad essere sinceri, anche del Se canta è stata proposta una lettura legata al Catarismo. L’usignolo canterino sarebbe la chiesa catara e le montagne troppo alte le sue difficoltà.
Ma ciò che è in dubbio per il Se canta appare palese relativamente a Lo Boier.
LO BOIÈR
Quand lo boièr ven de laurar,
Quand lo boièr ven de laurar
Planta son agulhada
A, e, i, ò, u
Planta son agulhada.
Trapa sa femna al pè del fuòc,
Trapa sa femna al pè del fuòc
Trista e desconsolada
A, e, i, ò, u
Trista e desconsolada.
Se siàs malauta diga-o,
Se siàs malauta diga-o,
Te farai un potatge
A, e, i, ò, u
Te farai un potatge.
Amb una rava, amb un caulet,
Amb una rava, amb un caulet,
Una lauseta magra.
A, e, i, ò, u
Una lauseta magra.
Quand serai mòrta enterratz-me,
Quand serai mòrta enterratz-me
Al pus fons de la cròta
A, e, i, ò, u
Al pus fons de la cròta.
Los pès virats a la paret,
Los pès virats a la paret,
La testa a la rajada
A, e, i, ò, u
La testa a la rajada.
Los pelegrins que passaràn
Los pelegrins que passaràn
Prendràn d’aiga senhada
A, e, i, ò, u
Prendràn d’aiga senhada.
E diràn “Qual es mòrt aici?”
E diràn “Qual es mòrt aici?”
Aquò’s la paura Joana
A, e, i, ò, u
Aquò’s la paura Joana.
Se n’es anada al paradís
Se n’es anada al paradís
Al cèl amb sas cabras
A, e, i, ò, u
Al cèl amb sas cabras.
Questa è la versione in grafia tradizionale pirenaica, ma ne esistono molte altre, anche in francese classico. Ecco la traduzione.
IL BOVARO
Quando il bovaro torna dal lavoro,
Quando il bovaro torna dal lavoro,
Pianta il suo pungolo,
A, e, i, o, u
Pianta il suo pungolo.
Trova la moglie vicino al fuoco,
Trova la moglie vicino al fuoco,
Tutta sconsolata
A, e, i, o, u
Tutta sconsolata.
“Se sei malata, devi dirmelo,
Se sei malata, devi dirmelo,
Io ti farò una zuppa,
A, e, i, o, u
Io ti farò una zuppa.
Con una rapa e un cavolo,
Con una rapa e un cavolo,
Un’allodola magra.
A, e, i, o, u
Un’allodola magra.”
“Quando sarò morta, seppelliscimi,
Quando sarò morta, seppelliscimi
Nel più profondo della grotta
A, e, i, o, u
Nel più profondo della grotta.
Mettimi i piedi alla parete,
Mettimi i piedi alla parete,
Il capo sotto la fonte,
A, e, i, o, u
Il capo sotto la fonte.
E i viandanti che passeranno,
E i viandanti che passeranno,
Prenderanno l’acqua benedetta.
A, e, i, o, u
Prenderanno l’acqua benedetta.
E diranno: “Chi è morto qui,”
E diranno: “Chi è morto qui,”
È la povera Giovanna.
A, e, i, o, u
È la povera Giovanna.
Che se n’è andata in paradiso,
Che se n’è andata in paradiso,
In cielo con le sue capre.
A, e, i, o, u
In cielo con le sue capre.”
Come dice Jean Blum, l’immaginario della canzone è radicato nel simbolismo cataro. La moglie del bue si chiama Joana, una versione femminile del nome dato ai credenti catari prima di entrare nella vita spirituale, nonché un nome “segreto” attribuito alla Chiesa catara, ed è descritta come “sconsolata”, il che implica che non ha ancora ricevuto il rito del consolamentum.
Il pasto salvifico menzionato contiene un ravanello (“rava”, in occitano), un cavolo (“caulet”) e un’allodola magra (“lauseta magra”), con riferimento alle famiglie nobili di Rabastens, Caulet e Magrin, protettrici del catarismo e che, con il loro intervento (la zuppa) potrebbero “curare” la chiesa catara assediata da quella di Roma.
Ma la zuppa non è sufficiente. Joana chiede di essere sepolta con la testa sotto la fontana, simbolo dell’acqua ricevuta nel consolamentum, e cita un gregge di capre, riecheggiando una tradizione gnostica che collega il Capricorno al ritorno dello spirito in cielo.
Le vocali A E I O U, presenti in questa canzone, erano utilizzate dai Catari, spesso variandone l’ordine, in una sorta di “crittografia” che permetteva di costruire messaggi in codice. Le vocali enumerate nel canto rappresentano anche le iniziali del motto dei re d’Aragona:
Austri Est Imperare Orbi Universo (il comando del mondo appartiene al Sud).
Nelle ultime due strofe, la donna chiede di essere seppellita nella parte più profonda della grotta, e i pellegrini che passeranno avranno acqua benedetta insanguinata. Ciò potrebbe significare che, anche se la chiesa romana arriverà a eliminare la chiesa catara, la terra apparterrà sempre a quest’ultima.
Ad alcuni dei nostri lettori potrà forse interessare che, nel corso del consolamentum (battesimo cataro), il Prologo del Vangelo di Giovanni costituisse il Simbolo centrale dell’intera cerimonia assieme all’imposizione delle mani …
Tornando a tempi più vicini a noi, i francesi non si sono solo distinti nelle colonie per la loro ferocia, ma anche per il loro sistema penale piuttosto truculento, tanto che da Les Misérables a Papillon la musica sembra essere cambiata di poco.
Vogliamo rammentare l’accanimento repubblicano nei confronti dei cattolici?
Si sussurra che Papa Leone XIII non avesse mai perdonato il Cardinale Rampolla dal Tindaro per averlo indotto a ricucire i rapporti vaticani con lo stato francese.
Ma come abbiamo già scritto nell’ultima puntata, forse i peggiori errori ed orrori la Francia li ha commessi nel campo culturale.
A questo proposito, la vergonha è il termine con cui gli occitani definiscono gli effetti delle varie politiche del governo francese sui cittadini la cui lingua madre era un cosiddetto patois, in particolare la langue d’oc.
Parliamo del 39% della popolazione, contro il solo 53% di abitanti francofoni in senso corretto.
Vergonha significa essere costretti a rifiutare e provare vergogna per la propria lingua (o quella dei propri genitori) diversa dal francese attraverso l’esclusione ufficiale, l’umiliazione a scuola e il rifiuto da parte dei media, come organizzato e sancito dai leader politici francesi, da Henri Gregoire a Nicolas Sarkozy. Vergonha, che è ancora un argomento tabù in Francia, dove alcuni (soprattutto i parigini) si rifiutano ancora di ammettere che tale discriminazione sia mai esistita, può essere vista come il risultato di un tentativo di linguicidio.
Come sostiene il dottore in filologia catalana e professore all’Università delle Isole Baleari Jaume Corbera Pou:
“Quando, a metà del XIX secolo, la scuola primaria diventa obbligatoria in tutto lo Stato, viene anche chiarito che verrà insegnato solo il francese e che gli insegnanti puniranno severamente qualsiasi alunno che parli in patois.
L’obiettivo del sistema educativo francese non sarà quindi quello di valorizzare la naturale umanità degli alunni, sviluppando la loro cultura e insegnando loro a scrivere la loro lingua, ma piuttosto quello di umiliarli e degradarli moralmente per il semplice fatto di essere ciò che la tradizione e la loro natura li ha resi.
Il Paese che si autoproclama patria dei “diritti umani” ignorerà quindi uno dei diritti più fondamentali dell’uomo, il diritto di essere sé stessi e di parlare la lingua della propria nazione.
E con questo atteggiamento la Francia, la “grande France” che si autoproclama paladina della libertà, attraverserà il XX secolo, indifferente alle timide proteste delle varie comunità linguistiche che ha sottomesso e al prestigio letterario che esse potrebbero aver generato. […]
La Francia, che sotto il regno di Franco era vista qui [in Catalogna] come il rifugio sicuro della libertà, ha il miserabile onore di essere lo Stato d’Europa – e probabilmente del mondo – che è riuscito meglio nel diabolico compito di distruggere il proprio patrimonio etnico e linguistico e, inoltre, di distruggere i legami familiari umani: molti genitori e figli, o nonni e nipoti, parlano lingue diverse, e questi ultimi si vergognano dei primi perché parlano un patois spregevole, e nessun elemento della cultura dei nonni è stato trasmesso alle giovani generazioni, come se fossero nate in un mondo completamente nuovo.
Questo è lo Stato francese che è appena entrato nel XXI secolo, un paese in cui i monumenti in pietra e i paesaggi naturali sono preservati e rispettati, ma dove molti secoli di creazione popolare espressa in lingue diverse sono sull’orlo dell’estinzione.
La “gloire” e la “grandeur” costruite su un genocidio linguistico. Nessuna libertà, nessuna uguaglianza, nessuna fraternità: solo sterminio culturale, questo è il vero motto della Repubblica francese.”
Cose vecchie?
Nel 1972, Georges Pompidou, presidente della Francia e occitano, dichiarò che «non c’è posto per le lingue regionali in una Francia il cui destino è quello di imprimere il proprio sigillo sull’Europa».
In un discorso preelettorale tenuto a Lorient il 14 marzo 1981, François Mitterrand affermò che:
È giunto il momento di dare alle lingue e alle culture della Francia uno status ufficiale. È giunto il momento di spalancare loro le porte delle scuole, di creare emittenti radiofoniche e televisive regionali che le trasmettano, di garantire loro il ruolo che meritano nella vita pubblica.
Da bravo socialista queste dichiarazioni, tuttavia, non furono seguite da alcuna misura efficace.
Nel 1992, dopo che alcuni avevano messo in discussione l’incostituzionalità della segregazione delle lingue minoritarie in Francia, l’articolo II della Costituzione francese del 1958 fu modificato in modo che “la lingua della Repubblica è il francese” (la langue de la République est le français).
Ciò avvenne solo pochi mesi prima che il Consiglio d’Europa approvasse la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, che Jacques Chirac ignorò nonostante l’appello di Lionel Jospin al Consiglio costituzionale affinché modificasse l’articolo II e includesse tutte le lingue vernacolari parlate sul suolo francese.
Ancora una volta, alle lingue non francesi in Francia è stato negato il riconoscimento ufficiale e sono state ritenute troppo pericolose per l’unità del Paese, e gli occitani, i baschi, i corsi, i catalani, i bretoni, gli alsaziani, i savoiardi e i fiamminghi non hanno ancora il diritto legale esplicito di condurre affari pubblici nelle loro lingue regionali all’interno dei loro territori d’origine.
Il testo è stato nuovamente respinto dalla maggioranza dei deputati il 18 gennaio 2008, dopo che l’Académie française (quella per cui sbava ogni bravo sinistro italico) aveva espresso la sua assoluta disapprovazione nei confronti delle cosiddette lingue regionali, il cui riconoscimento è percepito come “un attacco all’identità nazionale francese”.
Sul sito web dell’UMP, Nicolas Sarkozy negò qualsiasi maltrattamento delle lingue regionali. In un discorso preelettorale tenuto a Besançon il 13 marzo 2007, ha affermato:
“Se sarò eletto, non sarò favorevole alla Carta europea delle lingue regionali. Non voglio che domani un giudice con un’esperienza storica diversa dalla nostra in materia di minoranze decida che una lingua regionale debba essere considerata una lingua della Repubblica al pari del francese.
Perché, al di là del testo stesso, esiste una dinamica di interpretazioni e giurisprudenza che può spingersi molto lontano. Sono convinto che in Francia, terra della libertà, nessuna minoranza sia discriminata e che, di conseguenza, non sia necessario concedere ai giudici europei il diritto di esprimere la loro opinione su una questione che è consustanziale alla nostra identità nazionale e che non ha assolutamente nulla a che vedere con la costruzione dell’Europa.”
Tiè! E questi sarebbero i moderati di centro sinistra e di centro destra; quindi, non ci stupiamo di quello che hanno combinato e continuano a combinare nella povera Europa.
Come abbiamo cercato di mostrare anche nella puntata precedente, l’occitano è una lingua, non un dialetto, e vanta anche un Nobel per la letteratura, Frédéric Joseph Étienne Mistral, insignito nel 1904 del prestigioso premio.
Mistral con il suo movimento detto felibrismo, fondato il 21 maggio 1854, nel castello di Font-Ségugne a Châteauneuf-de-Gadagne in Provenza, riportò alla ribalta nazionale ed internazionale la lingua e la cultura occitane.
Il movimento è tuttora vivo e votale e le sue cicale lavorano sodo; per chi fosse interessato ecco il link al loro sito: https://www.felibrige.org/
Ogni anno si tiene un incontro, detto la Santa Estèla, in una città diversa dei Pays d’Oc. Il banchetto tradizionale si conclude con il rituale canto della Copa Santa, inno composto proprio da Mistral per il suo movimento.
Tomando al grande poeta, la sua opera più nota, Mirèio, fu pubblicata nel 1859 e suscitò grande clamore nella società letteraria francese.
Mirèio è il primo di quattro lunghi poemi narrativi composti in occitano da Mistral e nacque, appunto, nell’ambiente della Félibrige, un movimento culturale incentrato su Mistral stesso e sui suoi compatrioti che sostenevano l’uso della lingua occitana.
Ricco di riferimenti alla cultura e alla geografia provenzale locale, Mirèio racconta le gioie e i dolori di due giovani innamorati: la protagonista Mirèio, figlia di un ricco contadino, e Vincen, un povero tessitore di cesti. Sebbene i due si innamorino perdutamente, si ritrovano separati dalla classe sociale e dall’atteggiamento di disapprovazione dei genitori di Mirèio.
Fu proprio grazie a Mirèio che Mistral vinse il Premio Nobel per la letteratura. Questo poema è stato ampiamente tradotto ed è stato anche adattato nell’opera lirica in lingua francese Mireille di Charles Gounod.
Vi propongo, cari amici, alcuni versi tratti dall’incipit della prima cantica dell’opera, che ben illustrano il programma dell’autore.
« Cante uno chato de Prouvènço. Dins lis amour de sa jouvènço, À travès de la Crau, vers la mar, dins li blad, Umble escoulan dôu grand Oumèro, Iéu la vole segui. Coume èro Rèn qu’uno chato de la terro, En foro de la Crau se n’es gaire parla.
Emai soun front noun lusiguèsse Que de jouinesso ; emai n’aguèsse Ni diadèmo d’or ni mantèu de Damas, Vole qu’en glòri fugue aussado Coume uno rèino, e caressado Pèr nosto lengo mespresado, Car cantan que pèr vautre, o pastre e gènt di mas !
Tu, Segnour Diéu de ma patrìo, Que nasquères dins la pastriho. Enfioco mi paraulo e douno-me d’alen ! Lou sabes : entre la verduro, Au soulèu em’ i bagnaduro, Quand li figo se fan maduro, Vèn l’ome aloubati desfrucha l’aubre en plen.
Mai sus l’aubre qu’éu espalanco. Tu toujour quihes quauco branco Ounte l’ome abrama noun posque aussa la man, Bello jitello proumierenco E redoulènto e vierginenco, Bello frucho madalenenco Ounte l’aucèu de l’èr se vèn leva la fam.
Iéu la vese, aquelo branqueto. E sa frescour me fai lingueto ! Iéu vese, i ventoulet, boulega dins lou cèu Sa ramo e sa frucho inmourtalo… Bèu Diéu, Diéu ami, sus lis alo De nosto lengo prouvençalo. Fai que posque avera la branco dis aucèu ! »
“Canto una ragazza della Provenza. Negli amori della sua giovinezza, attraverso la Crau, verso il mare, nei campi di grano, umile allievo del grande Omero, voglio seguirla. Poiché era solo una ragazza della terra, al di fuori della Crau se ne è parlato poco.
Sebbene la sua fronte risplendesse solo di giovinezza, sebbene non avesse né diadema d’oro né mantello di damasco, voglio che sia elevata alla gloria come una regina e accarezzata dalla nostra lingua disprezzata. Perché cantiamo solo per voi, o pastori e gente dei mas!
Tu, Signore Dio della mia patria, che sei nato tra i pastori, infiamma le mie parole e dammi il fiato! Tu lo sai: tra il verde, al sole e alla rugiada, quando i fichi maturano, arriva l’uomo, avido come un lupo, a spogliare completamente l’albero dei suoi frutti.
Ma sull’albero di cui spezza i rami, Tu, sempre, ne alzi qualcun altro dove l’uomo insaziabile non possa mettere le mani, Bel germoglio precoce e profumato e vergine, Bel frutto maturo alla Maddalena, Dove l’uccello dell’aria viene a placare la sua fame.
Io vedo quel ramoscello. E la sua freschezza provoca i miei desideri! Vedo, al soffio della brezza, agitarsi nel cielo il suo fogliame e i suoi frutti immortali… Dio bello, Dio amico, sulle ali della nostra lingua provenzale, fa’ che io possa raggiungere il ramo degli uccelli!”
Oggidì si può acquistare, anche in forma digitale, la bella versione commentata edita da Grasset per i Cahiers Rouges, che vi consiglio caldamente, soprattutto se amate il francese in quanto anche nella lingua ufficiale l’opera risulta affascinante.
E con ciò, cari lettori, vi lascio con la promessa che la prossima settimana parleremo della migrazione della Kabbalah verso ovest causata dalla Crozada e dall’ondata di intolleranza religiosa che ne seguì.
Ad essere onesti, ad ovest i regnanti musulmani si dimostrarono spesso più accoglienti di quelli cristiani e questo mélange di Ebraismo, Cristianesimo ed Islam risulterà nella mitica Sefarad, terra di sogno e di poesia, la cui cultura “risplende” anche oggi, come testimonia il Sefer Zohar oppure le opere di Ibn ʿArabī o le Cantigas de Santa Maria composte durante il regno di Alfonso X di Castiglia detto el sabio.
Ma lo vedremo nella prossima puntata.





