Il vero campo di battaglia è dentro di noi
Trump: ‘Servono soldi per uccidere i cattivi’.
C’è qualcosa che mi colpisce, e non è solo la cifra. Non sono soltanto quei 200 miliardi. È il linguaggio. È la semplicità brutale con cui tutto viene ridotto.
‘Servono soldi per uccidere i cattivi’.
Quando leggo parole come queste, attribuite a Pete Hegseth, sento che il problema non sia solo politico, né solo militare. È culturale. È umano.
Perché quando una guerra come quella tra Stati Uniti e Iran viene raccontata in termini così semplici, quasi infantili, qualcosa si spezza dentro il modo in cui comprendiamo il mondo. Io non riesco più a vedere ‘i cattivi’.
Vedo sistemi. Vedo interessi. Vedo narrazioni che semplificano per rendere accettabile ciò che, nella sua verità, sarebbe insostenibile.
Perché 200 miliardi non sono solo una cifra di bilancio. Sono scuole che non nasceranno. Sono ospedali che non verranno costruiti. Sono vite indirettamente spostate, rallentate, impoverite.
E mentre il Pentagono parla di aumentare la produzione di armamenti, io penso a quanto velocemente l’umanità sia diventata efficiente nel distruggere… e quanto lentamente continui a imparare a costruire.
C’è poi un’altra cosa che mi inquieta. La normalità. Il fatto che tutto questo venga discusso come se fosse inevitabile. Come se fosse un passaggio tecnico, quasi amministrativo. Una richiesta al Congresso. Un’operazione militare. Un aumento della produzione.
E invece no. Questa è una scelta.
E lo ricorda, da un altro fronte, anche Abbas Araghchi, quando parla di ‘guerra per scelta’. Parole che, al di là della propaganda, contengono una verità scomoda: ogni guerra moderna è sempre, in qualche modo, una decisione. E, allora, mi fermo su questo punto.
Perché, se è una scelta, significa che esiste un’alternativa. Ma l’alternativa non genera lo stesso movimento economico. Non alimenta le stesse industrie. Non produce gli stessi equilibri di potere. La guerra, invece, sì.
E questo è forse l’aspetto più difficile da accettare: che dietro le narrazioni morali – il bene contro il male – esiste una struttura economica che rende la guerra non solo possibile, ma funzionale.
Quando leggo che tutto questo accade sotto una leadership come quella di Donald Trump, non mi sorprendo. Mi sembra piuttosto la manifestazione esplicita di qualcosa che esiste da tempo, ma che oggi non sente più il bisogno di nascondersi. È come se il linguaggio si fosse tolto la maschera.
E, intanto, il mondo reale reagisce. Il prezzo del petrolio sale. Il carburante aumenta. Le economie si irrigidiscono. E così, una guerra che sembra lontana, tra due Paesi, diventa improvvisamente vicina. Entra nella vita quotidiana. Nelle scelte. Nei limiti. Nelle paure.
Quello che sento, alla fine, non è solo preoccupazione. È una domanda. Che tipo di umanità siamo diventati se riusciamo a pronunciare con naturalezza frasi come ‘servono soldi per uccidere i cattivi’?
E, soprattutto: che tipo di umanità vogliamo ancora diventare?
Perché, forse, il vero campo di battaglia, oggi, non è solo tra Stati. È dentro il nostro modo di pensare, di semplificare, di accettare. È lì che, silenziosamente, si decide tutto.





