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Iran, una guerra non solo militare

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Non potendo competere sul piano militare, Teheran ha scelto la leva di Hormuz.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un fenomeno tipico di ogni guerra moderna: la costruzione di una narrativa di vittoria mentre, sul terreno, la realtà rimane molto più ambigua e sfuggente.

Da un lato, è indubbio che Stati Uniti e Israele abbiano ottenuto una superiorità militare netta. Il dominio aereo è stato quasi totale. Le infrastrutture militari iraniane sono state colpite duramente, la capacità industriale ridotta, e persino i vertici del regime sono stati colpiti in modo senza precedenti. Se ci fermassimo qui, potremmo dire che si tratta di una campagna efficace, persino travolgente.
Ma la guerra non è mai solo una questione di capacità militari. È, soprattutto, una questione politica.
E qui emerge il nodo centrale: colpire un Paese non significa piegarlo.
L’Iran, pur indebolito, non ha ceduto. Il regime è sopravvissuto. Non solo: si è ricompattato. Invece di collassare, ha rafforzato le sue componenti più dure, ha ristretto ulteriormente il controllo interno e si è ripresentato come difensore di una nazione sotto assedio. È un copione che la storia conosce bene: la pressione esterna, anziché far cadere il potere, spesso lo consolida.
Soprattutto, Teheran ha fatto qualcosa di strategicamente molto intelligente: ha spostato il terreno dello scontro.
Non potendo competere frontalmente sul piano militare, ha scelto un’altra leva. Il controllo dello Stretto di Hormuz.
E qui si gioca la partita vera.
Parliamo di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta, attraverso cui passa una quota enorme del petrolio e del gas mondiale. Non occorre vincere una guerra per avere potere: basta rendere il costo della guerra insostenibile per gli altri.
È esattamente quello che sta accadendo.
Riducendo drasticamente il traffico marittimo, l’Iran ha dimostrato che anche un Paese militarmente inferiore può colpire il cuore dell’economia globale. Non con bombe nucleari, ma con una leva molto più sottile e, in un certo senso, più efficace: il tempo.
Ogni giorno di blocco aumenta i prezzi dell’energia, destabilizza le catene di approvvigionamento, mette sotto pressione alleati e partner degli Stati Uniti. Asia ed Europa iniziano a sentire il peso concreto delle interruzioni. E questo cambia completamente l’equilibrio strategico.
Perché mentre Washington ha bisogno di risultati rapidi, Teheran può permettersi di aspettare.
Questo porta a una situazione paradossale: gli Stati Uniti vincono sul piano tattico, ma rischiano di perdere il controllo della dinamica complessiva del conflitto.
A complicare ulteriormente il quadro c’è un elemento politico non secondario: la comunicazione della Casa Bianca.
Le dichiarazioni oscillano continuamente tra la promessa di una vittoria imminente, l’ipotesi di un’escalation e l’apertura a negoziati che, nei fatti, non sembrano avere interlocutori disponibili. Questo crea incertezza non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra gli alleati.
E la guerra, lo sappiamo, è anche una questione di credibilità.
Oggi gli Stati Uniti si trovano di fronte a tre opzioni.
La prima è l’escalation: un coinvolgimento diretto sul terreno, con tutte le conseguenze del caso. Ma questo trasformerebbe il conflitto in qualcosa di completamente diverso, molto più ampio e imprevedibile.
La seconda è proseguire con attacchi mirati, continuando a logorare l’Iran senza un obiettivo politico chiaro. È una strategia apparentemente prudente, ma rischia di lasciare sul campo un Iran ferito, più radicalizzato e ancora capace di destabilizzare la regione.
La terza è la via diplomatica. La più difficile, la meno spettacolare, la meno “vendibile” politicamente. Ma anche l’unica che affronta davvero le questioni di fondo: il programma nucleare, la sicurezza regionale, il futuro stesso dell’Iran.
Il problema è che, dopo settimane di bombardamenti e migliaia di vittime, le condizioni per negoziare sono peggiori di prima. La fiducia è praticamente inesistente, e ciascuna parte è convinta di avere ancora margini per migliorare la propria posizione.
È qui che si inserisce la lezione più generale.
Le guerre raramente sfuggono di mano con una sconfitta improvvisa. Più spesso degenerano attraverso una sequenza di decisioni “necessarie”, ciascuna presentata come l’ultima, ciascuna che rende sempre più difficile tornare indietro.
E intanto l’obiettivo iniziale si sfuma.
Non si tratta più solo del nucleare, né del regime. Si tratta di rotte commerciali, di equilibri energetici globali, di stabilità economica. In altre parole, di un conflitto che smette di essere locale e diventa sistemico.
Alla fine, la domanda non è chi sta vincendo oggi.
La domanda è chi sarà in grado di controllare ciò che accadrà domani.
Perché vincere tutte le battaglie non significa necessariamente vincere la guerra.usa

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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