Solo la fiducia reciproca può impedire che le guerre ricomincino
Le parole del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, vanno ben oltre il semplice commento a una possibile proroga del cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti.
Esse rappresentano una vera e propria dichiarazione di principio sulla visione strategica della Repubblica Islamica e sul modo in cui Teheran interpreta i rapporti internazionali.
Dietro l’affermazione secondo cui “solo i fatti contano” emerge una profonda diffidenza maturata nel corso di decenni di tensioni, sanzioni economiche, accordi infranti e contrapposizioni geopolitiche.
Per la leadership iraniana, la fiducia non è considerata una base sufficiente per costruire relazioni internazionali stabili. Al contrario, ciò che conta è la capacità concreta di dimostrare forza, determinazione e capacità di risposta.
Quando Ghalibaf afferma che “non otteniamo concessioni con il dialogo, ma con i missili”, non sta semplicemente esaltando la dimensione militare. Sta esprimendo una concezione del potere secondo cui il negoziato funziona soltanto quando è sostenuto da una credibile capacità di deterrenza. In questa visione, il tavolo diplomatico non sostituisce la forza, ma ne rappresenta il prolungamento politico.
Si tratta di una filosofia strategica che non appartiene esclusivamente all’Iran. Nella storia delle relazioni internazionali molte potenze hanno sostenuto che la diplomazia sia efficace soltanto quando accompagnata da una posizione di forza. Tuttavia, nel contesto mediorientale, questa logica assume una dimensione particolarmente delicata perché coinvolge una delle regioni più instabili del pianeta.
La frase forse più significativa è però quella finale: “Il vincitore di qualsiasi accordo è colui che è meglio preparato alla guerra fin dal giorno successivo”. Questa affermazione rivela una concezione profondamente realista della politica internazionale.
Secondo questa prospettiva, la pace non è mai definitiva, gli accordi non eliminano il conflitto ma lo sospendono temporaneamente, e ogni tregua rappresenta un periodo durante il quale gli attori coinvolti si preparano al possibile ritorno delle ostilità.
Se questa mentalità dovesse prevalere su entrambi i fronti, il rischio è che il cessate il fuoco diventi non l’inizio di una riconciliazione, ma semplicemente una pausa tattica.
Una tregua costruita sulla sfiducia reciproca può certamente ridurre la violenza nel breve periodo, ma difficilmente riesce a creare le condizioni per una pace duratura.
Le prospettive future dipenderanno quindi da una domanda fondamentale: il possibile accordo tra Teheran e Washington rappresenta un primo passo verso una riduzione strutturale delle tensioni oppure soltanto una sospensione temporanea di uno scontro destinato a riaccendersi?
Da una parte vi sono forti incentivi alla stabilizzazione. L’Iran deve affrontare importanti sfide economiche e sociali interne; gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, potrebbero valutare conveniente evitare una nuova escalation militare in Medio Oriente. Entrambe le parti hanno quindi motivi concreti per cercare almeno una fase di contenimento del confronto.
Dall’altra parte, però, restano irrisolti i nodi più profondi: il programma nucleare iraniano, il ruolo regionale di Teheran, la sicurezza di Israele, le alleanze militari nell’area del Golfo e la competizione strategica per l’influenza nel Medio Oriente. Per questo motivo le dichiarazioni di Ghalibaf possono essere lette come un messaggio rivolto contemporaneamente a più destinatari.
Agli Stati Uniti, per far capire che l’Iran non intende fare concessioni unilaterali. Agli alleati regionali, per mostrare fermezza. All’opinione pubblica interna, per rafforzare l’immagine di uno Stato che non cede alle pressioni esterne.
In definitiva, queste parole mostrano come, nonostante i possibili spiragli diplomatici, la fiducia continui a essere la grande assente nei rapporti tra Teheran e Washington. E quando la fiducia manca, ogni accordo diventa fragile, ogni tregua appare provvisoria e ogni gesto di apertura viene interpretato attraverso il filtro della prudenza e del sospetto.
La vera sfida non sarà quindi firmare un accordo di sessanta giorni. La vera sfida sarà trasformare sessanta giorni di silenzio delle armi in sessanta giorni di costruzione della fiducia. Perché la storia insegna che le guerre possono essere fermate da una tregua, ma soltanto la fiducia reciproca può impedire che ricomincino.





