La gerarchia del dolore sui media
C’è una gerarchia del dolore, non dichiarata ma ferrea, che governa il mondo dell’informazione.
Una scala silenziosa, e proprio per questo più crudele, nella quale alcune morti valgono titoli, aperture, editoriali contriti; altre, invece, scivolano via come acqua sporca lungo il bordo della coscienza occidentale.
In fondo a questa scala – o forse già oltre, dove non si vede più nulla – stanno i cristiani uccisi per la loro fede.
In questi giorni, in Nigeria, uomini, donne, bambini sono stati massacrati. Non “coinvolti in scontri”, non “vittime collaterali”, non “inermi sotto il fuoco incrociato”. Massacrati perché cristiani. “A causa del Nome”, come si diceva un paio di millenni fa.
Case bruciate, villaggi svuotati, chiese profanate. Una liturgia di sangue che si ripete con monotona regolarità e con altrettanto monotona indifferenza.
E tuttavia – silenzio.
Non il silenzio grave e composto del . No. Il silenzio distratto, quello che nasce quando una notizia non è ritenuta degna di disturbare il palinsesto emotivo del pubblico.
Lo stesso pubblico che, beninteso, viene mobilitato con ammirevole tempestività quando si tratta di contare le vittime di un conflitto geopolitico – con cifre aggiornate, grafici, mappe, analisi — o di indignarsi per l’estinzione – presunta – del paguro di capo Bicocca. Si piange selettivamente.
Per i cristiani no.
Perché?
La risposta ufficiale non esiste. Quella reale è più scomoda: il cristiano perseguitato non è una vittima spendibile. Non si presta a narrazioni utili, non rafforza tesi dominanti, non produce consenso. È, per così dire, una vittima “imbarazzante”.
Soprattutto perché costringe a riconoscere un fatto elementare: che nel mondo, oggi, essere cristiani può significare rischiare la vita. Non metaforicamente. Letteralmente.
Accade in Nigeria. Accade in vaste regioni. Accade in Medio Oriente, dove comunità antichissime sono state cancellate o ridotte a reliquie viventi.
Accade in Asia, la “tollerante”, latitudinaria Asia; accade in Africa – la presunta vittima delle vittime del mondo occidentale – dove la fede cristiana è tollerata solo finché resta invisibile, domestica, clandestina.
E accade, soprattutto, nell’indifferenza.
I numeri – che pure tanto piacciono quando confermano altre narrazioni – qui diventano scomodi: migliaia di morti ogni anno, chiese distrutte, sacerdoti rapiti, fedeli costretti alla fuga. Una persecuzione diffusa, sistematica, documentata. Eppure marginale nel racconto mediatico.
Non è ignoranza. È scelta.
Si preferisce raccontare ciò che consola la coscienza, non ciò che la inquieta. Si preferisce l’estinzione simbolica del paguro – purché collocato in un ecosistema narrativo rassicurante – alla concreta estinzione di comunità umane la cui unica colpa è professare una fede “occidentale” e per ciò stesso colpevole di ogni nequizia.
E così il cristiano perseguitato esiste, soffre, muore; ma fuori campo. E, in fondo, se lo è meritato.
C’è poi un’altra ragione, più sottile e più grave. Il cristianesimo, in Occidente, è percepito come religione “maggioritaria”, quindi, per una strana alchimia morale, incapace di essere vittima. Anche quando lo è. Anche quando lo è in modo atroce.
È una forma di miopia ideologica: si giudica il mondo non per ciò che è, ma per ciò che si è deciso che debba essere.
E allora si tace.
Si tace mentre villaggi interi vengono cancellati.
Si tace mentre fedeli vengono uccisi all’uscita della Messa.
Si tace mentre la croce – che per alcuni è solo un simbolo culturale da rimuovere – diventa, altrove, una condanna a morte.
Non è solo una questione di informazione. È una questione di verità.
Perché una civiltà, la nostra, che seleziona le vittime da compiangere e quelle da ignorare ha già smarrito il senso della giustizia, forse anche quello della pietà e certo la memoria di sé stessa.
E allora resta questo, un’amarezza che non consola e non si placa: sapere che, mentre si discute con zelo di tutto e del contrario di tutto, c’è chi muore per la nostra fede senza nemmeno il diritto a una riga.
Una riga sola.
Che sarebbe già qualcosa.





