In gioco 10.700 posti di lavoro e 4.000 imprese fornitrici
Le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sulla volontà del Governo di salvaguardare e rilanciare il sistema industriale dell’ex Ilva rappresentano un segnale importante.
Ora, però, occorre passare rapidamente dalle intenzioni a una soluzione industriale concreta, finanziariamente solida e verificabile.
I numeri spiegano perché non siamo davanti a una vertenza locale. Il gruppo ha oltre 10.700 dipendenti, intrattiene rapporti commerciali con circa 4.000 aziende fornitrici e dispone di siti produttivi che occupano complessivamente più di 17 milioni di metri quadrati, dei quali circa 15 milioni nella sola Taranto.
A questi lavoratori si aggiungono migliaia di occupati nell’indotto, nella logistica e nei servizi.
Il polo di Taranto è inoltre l’unico stabilimento italiano a ciclo integrale capace di produrre acciaio partendo dalle materie prime.
La nuova autorizzazione ambientale consente una produzione fino a 6 milioni di tonnellate l’anno, mentre il programma di rilancio ha già mobilitato quasi un miliardo di euro tra investimenti e manutenzioni.
L’ex Ilva è dunque uno spartiacque della politica industriale italiana. Il suo acciaio alimenta meccanica, automotive, cantieristica, ferrovie, infrastrutture, elettrodomestici, energia e difesa.
Rinunciare a questa capacità significherebbe aumentare la dipendenza dell’Italia dalle importazioni proprio mentre le catene globali di approvvigionamento diventano più fragili.
La siderurgia italiana dispone già di 34 forni elettrici in 29 città, con una capacità complessiva di circa 23 milioni di tonnellate. La decarbonizzazione dell’ex Ilva deve completare questo patrimonio industriale, attraverso la realizzazione fino a tre forni elettrici, l’impiego del preridotto, il recupero dei materiali e accordi energetici di lungo periodo.
La transizione ambientale non può ridursi alla chiusura delle fabbriche europee e al successivo acquisto di acciaio prodotto altrove con standard inferiori. Sarebbe un disastro industriale, sociale e ambientale.
OpenIndustria chiede, quindi, che ogni proposta di acquisto venga valutata sulla base di cinque impegni misurabili: continuità produttiva, tutela dell’occupazione diretta e dell’indotto, risanamento ambientale, investimenti realmente disponibili e tempi certi per la decarbonizzazione.
L’Italia ha bisogno di un grande produttore siderurgico nazionale, non dell’ennesima gestione provvisoria.
Salvare e rilanciare l’ex Ilva significa difendere oltre 10 mila lavoratori, migliaia di imprese e l’autonomia strategica dell’intero sistema industriale italiano.





