I nodi, in un Europa di burocrati trasformisti per vocazione – che vogliono imporre il bastone “dell’obbedienza” con ogni mezzo – espongono le loro miserie progettuali fino a modificare il perno di una cultura e filosofia di pace con una visione di guerra disgregante.
Sostituiscono la dialettica della diplomazia e della stabilità degli accordi sottoscritti – riguardo ai trattati di Minsk – giustificando la loro mancata attuazione con la presunta furbizia giustificativa che “servivano per prendere tempo”.
Un atto sconsiderato dove hanno trovato la morte politica in Europa dedita al green-green le attuali leadership farlocche.
Le votazioni in tutti i Paesi europei hanno accelerato, in modo visibile a tutti, la povertà e la miseria politica di un percorso istituzionale europeo dove di federativo c’è il nulla, rappresentato da una pletora di burocrati strapagati in combutta reale con una lobby di società di consulenza etero diretta dalle grandi multinazionali del mondo della finanza e dei monopoli economici .
Ora tutti i nodi e le contraddizioni sono arrivati al pettine. Gli effetti sono devastanti sulla vita di molti strati dell’economie dei 27 Paesi che compongono un Europa, la quale ha tradito le sue stesse origini pilastro di una rinascita, se si pensa al progetto della Bad Godesberg, dove i lavoratori, sullo schema della socialdemocrazia, erano partecipi della gestione del mondo sia della produzione industriale sia dei servizi di pubblica utilità nel welfare: pensioni e sanità.
Temi tradititi per smania di potere di una presunta sinistra snaturata nei suoi fondamentali e che oggi sono messi fortemente in discussione per effetto di una delocalizzazione industriale selvaggia.
Ecco perché serve recuperare una bussola funzionante e saggia.
Oggi la priorità da recuperare è una strategica riflessione su quali siano i programmi politici economici, produttivi e tecnologici che, con una seria e credibile impostazione, possono avvicinare i Paesi che posseggono materie prime fondamentali per avviare una strategica collaborazione sulla base di garanzie di accordi fifty-fifty in grado di ottenere risultati di reciproca utilità.
La democrazia ha valore se approccia i problemi antecedendo le questioni di merito ,alle strumentali esigenze di discussioni becere di posti istituzionali.
Le esperienze dei risultati elettorali della Francia di Macron sono solo l’effetto visibile e tangibile di un fenomeno di una profondità ben più significativa dell’esigenza di una tutela di un narcisismo politico simbolo di una decadenza di un sistema che a radici in politiche colonialistiche a fine corsa.
C’è palesemente un’esigenza di aspettare i risultati della consultazione elettorale del 30 giugno in Francia per capire fino in fondo quali sarammo i risultati che daranno vita ad un governo che sicuramente porterà effetti anche sulle istituzioni nazionali italiane, a partire dalla postura futura del Quirinale.
Quello che è certo che, se oggi il governo italiano accetta di aprire una discussione esclusiva sui posti e non sul programma politico di merito, entra in una dinamica di ricatto di tale portata che dà impropriamente una centralità alla burocrazia europea e che ripete lo schema praticato nel passato in Grecia. Domani quella presunta autorità, in nome della politica di austerità, ci imporrà sicuramente in primis di rifare una riforma delle pensioni molto dolorosa.
Una riforma non certo quella come è stata fatta da Mario Draghi, in accordo con Mattarella, per accattivarsi la categoria dei giornalisti plaudenti, collocando il fallimento del loro fondo disastrato e fallimentare – INPGI – nel calderone dell’INPS lasciando inalterato tutti i criteri di privilegi esistenti.
Una cosa sicuramente molto utile a breve dovrà pur riguardare lo studio di molti degli statuti di quelle fondazioni che hanno un controllo sul mondo dell’informazione.





