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Cosa direbbe Pico della Mirandola oggi?

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Pico della Mirandola

Sulla dignità dell’uomo di oggi

Ci sono molti nomi legati alla tradizione umanistica che l’uomo contemporaneo usa spesso come ornamento culturale: uno fra questi è Pico della Mirandola.

Ci assumiamo il rischio di fare lo stesso: dopotutto, già è qualcosa – vogliamo dire a nostra discolpa – provare a confrontarsi con il pensiero complesso di un filosofo, invece di sbandierare ideali buoni per ogni stagione (o per ogni reel), come accade oggi a chi vuole vendere meglio la propria magnanimità o la propria vision intrisa di un passato stereotipato, utile solo a mascherare l’assenza di un futuro argomentabile.

Riproporre Pico della Mirandola oggi significherebbe toccare nervi teorici scoperti.

Michel Foucault, in Les mots et les choses (1966), vedrebbe nell’operazione una regressione: rimettere al centro “l’uomo” significa ignorare che egli stesso è una figura storicamente determinata, “destinata a svanire come un volto sulla sabbia”.

Analogo sospetto animerebbe Jean-François Lyotard, che nella Condizione postmoderna (1979) denuncia le “grandi narrazioni” – tra cui l’umanesimo – come strumenti di legittimazione ormai esausti.

Benedetto Croce, da parte sua, non maledirebbe Pico in sé, come povero Cristo – ma ne limiterebbe la portata: la sua filosofia dello spirito ammette la dignità dell’uomo solo come principio interno alla storia che si sviluppa nel tempo, non come categoria trans-storica o metafisica. E su questa limitazione ci sentiamo di dire che Pico non si sentirebbe affatto al sicuro.

Un pensatore sorprendente come alleato sarebbe Pierre Teilhard de Chardin, gesuita e paleontologo (si parla poco del Teilhard paleontologo!) tra i più affascinanti del Novecento cattolico.

Nel suo Fenomeno umano (1955) vedrebbe in Pico un precursore: l’uomo che si “plasma da sé” diventa per Teilhard la coscienza collettiva che evolve verso una “noosfera”, culmine spirituale dell’universo. È una visione spiritualista ma al contempo onesta che sentiamo vicina al nostro approccio.

E se provassimo l’azzardo estremo? Immaginiamo Nick Bostrom – che in Superintelligence (2014) prevede intelligenze artificiali capaci di riscrivere la biologia umana – e Max More, profeta del “superare i limiti biologici”, arruolare Pico per il loro Grande Upgrade: modificare il DNA, fondersi con le macchine, caricare la coscienza su GitHub (la fucina digitale del codice).

La mors osculi cabalistica diventa upload neurale; la magia naturalis, programmazione genetica. Pico, con un sopracciglio ferrarese alzato, forse direbbe: “Interessante, ma dove sta la sympathia cosmica?”. E anche: che fine fa l’uomo?

Assumendo un tono meno sensazionalistico e distorsivo noi, con penna lenta ma che vuole ferire il meno possibile il “Conte della Mirandola e Concordia”, ci atteniamo a Mircea Eliade: assai probabilmente, con il suo assetto “sacro-centrico” e orgogliosamente essenzialista (con buona pace di Ernesto De Martino!), vedrebbe nell’intuizione pichiana un residuo di quella tensione metafisica che riconnette l’uomo a una dimensione cosmica dell’essere, perduta nell’orizzonte moderno.

Non è un colpo ad effetto, non è un fuoco d’artificio, ma a noi basta.

E siamo perfettamente consapevoli di due aspetti.

Uno: è ovvio che ci piace giocare mitizzando la reazione ai tempi moderni di Pico, ma concediamoci il vezzo per non analizzare il reale sempre e solo con il reale!

Due: è altrettanto ovvio che se veramente volessimo diagnosticare ogni male possibile del mondo contemporaneo, non basterebbe nemmeno questo gioco vizioso, perché i problemi sono tanti. Ci accontenteremo di qualche pallida vergogna, senza mandare il mondo “sul penale”!

Se Giovanni Pico della Mirandola attraversasse le nostre piazze, forse sosterebbe con quella curiosità febbrile che lo accompagnò da Mirandola a Firenze, da Parigi a Roma.

Lo sguardo si poserebbe su una folla raccolta attorno a piccoli talismani luminosi posti nel palmo di mani vecchie/giovani/colte/incolte/frettolose/dettagliate; la protesi dello smartphone è ormai pervasiva. Anche chi vuole diversificarsi dall’uso altrui deve comunque farne uso.

In quel manufatto straordinario, egli coglierebbe un enigma antropologico, prima di decretare una decadenza definitiva.

Per comprendere il suo eventuale giudizio, occorre anzitutto restituire con esattezza il profilo del pensatore e la struttura della sua impresa più celebre, l’Oratio de hominis dignitate  (1486) – prolusione alle Conclusiones nongentae che Pico intendeva disputare pubblicamente a Roma.

Pico concepisce la dignità umana come evento ontologico scaturito da una mancanza originaria. Nel racconto cosmogonico che apre l’Oratio, l’Artefice, esauriti gli archetipi distribuiti lungo la scala dell’essere, plasma l’uomo quale creatura di indiscretae imaginis: priva di forma determinata, collocata nel centro del mondo affinché scelga il proprio volto.

Questa centralità non possiede carattere topografico, bensì simbolico: indica la funzione mediatrice di un ente capace di raccogliere in sé i gradi dell’essere e di orientarli verso l’unità.

L’uomo pichiano appare così quale “camaleonte metafisico”, potenzialità aperta che contiene i semi di ogni vita: vegetativa, sensitiva, razionale, angelica. La dignità si identifica con il compito di attualizzare tali semi secondo un itinerario ascensionale.

In questa prospettiva, la libertà assume statuto di principio dinamico: facoltà di autotrasformazione che implica disciplina, studio, esercizio spirituale.

Pico lascia intravedere l’ascesa dell’uomo attraverso il lessico ardente della gerarchia che fu del grande Pseudo Dionigi l’Areopagita. Non si tratta di una scala scolastica, ma di una metamorfosi dell’anima che, placati i tumulti inferiori, si fa sempre più trasparente alla luce.

L’ordine delle intelligenze celesti – dai cori che stabilizzano e purificano fino a quelli che ardono nella prossimità divina – diviene figura di un processo interiore: dall’ordine delle passioni alla chiarificazione dell’intelletto, fino a quella carità che consuma ogni residuo di opacità.

L’itinerario non descrive tappe cronologiche, bensì intensità dell’essere. È un movimento di rarefazione: l’uomo, inizialmente impastato di molteplicità, si fa centro unificato, capace di riflettere l’Uno senza fratture.

Sotto il profilo metodologico, l’Oratio inaugura un universalismo intensivo. Pico rivendica una pluralità delle vie (per citare una fortunata definizione di Pier Cesare Bori, grande interprete di Pico); ogni scuola custodisce un tratto insigne della verità.

La vigorosa dialettica di Duns Scoto, l’equilibrio metafisico di Tommaso, la sublimità di Avicenna, la religiosità di Porfirio, la sapienza degli Arabi e dei Caldei: ciascuna tradizione contribuisce al mosaico sapienziale.

Questo programma si traduce nelle celebri Conclusiones nongentae, novecento tesi che Pico intendeva difendere pubblicamente a Roma. La disputa assume valore pedagogico: palestra intellettuale in cui l’esser vinti accresce il patrimonio interiore di chi apprende.

Il suo lavoro filologico si configura come esercizio di “bilinguismo filosofico”: verità espresse simultaneamente in linguaggio platonico e biblico. Da qui lo studio rigoroso dell’ebraico, dell’arabo, del caldaico; da qui l’interesse per la tradizione cabbalistica, intesa quale “teologia segreta” capace di dischiudere i misteri più riposti della Legge.

Il rapporto tra uomo, natura e Dio si struttura come dinamica di mediazione. La natura appare organismo vivente, trama di virtutes disseminate dall’azione divina.

La cosiddetta magia naturalis designa la contemplazione profonda delle forze occulte che connettono gli elementi secondo leggi di sympathia. Il mago, ministro della natura, “marita la terra al cielo”, congiungendo livelli ontologici differenti in vista di un fine teologico: la lode dell’Artefice.

La Kabbalah occupa ruolo strutturale nell’itinerario, fornendo simboli e strumenti per descrivere la metamorfosi dell’anima, come l’esempio di Enoch trasfigurato in Metatron nella mistica ebraica. Il culmine mistico trova espressione nel concetto di mors osculi, morte di bacio: l’anima, infiammata dall’amore divino, si raccoglie nell’unione sponsale con Dio.

L’interpretazione oltre la “corteccia” della lettera consente l’accesso agli arcani; la ricezione sapienziale si trasmette di mente in mente. In questo quadro, la dignità assume valore sacerdotale: l’uomo diviene luogo di convergenza tra cielo e terra. Ma tante sono le terre, oggi, e soprattutto tanti sono i cieli: anche il wi-fi è un cielo che ci trattiene a terra, ad esempio.

L’Io contemporaneo sotto lo sguardo di Pico

Immaginiamo ora che Pico percorra le pagine di un’analisi dedicata all’individuo odierno, figura segnata da un processo di spossessamento economico, da promesse liberali evaporate, da una crescente solitudine sociale compensata da dispositivi tecnici che amplificano l’illusione di “potenza”.

Non esageriamo: talvolta possono al limite rappresentare un’anestesia voluta, una eutanasia dell’identità.

La potenza è un’altra cosa, su cui lo stesso Nietzsche saprebbe poco discettare, al cospetto delle nostre passeggere viralità. Una viralità non è potente… È funzionante – è funzionale – è uno schiocco di dita a basso cabotaggio d’intelligenza.

Allora diciamocelo: egli riconoscerebbe, con una certa ironia cortese, un curioso capovolgimento della propria intuizione originaria.

Nello sfiorare lo schermo della propria home, della propria “casa”, l’individuo odierno crede di esercitare una magia, ricevendo l’illusione di un dominio immediato sul mondo dal proprio divano.

Ma per Pico, la magia naturalis era l’esatto opposto: non un dominio arbitrario, ma un atto di servizio verso la natura, un “maritare la terra al cielo” attraverso lo studio delle simpatie cosmiche. Oggi viviamo piuttosto “simpatie comiche”; nella marea di reel che tengono in vita amicizie altrimenti agonizzanti.

Laddove lo startupper di Silicon Valley sogna un delirio demiurgico che sostituisca la biologia con la macchina, il “mago” pichiano è un ministro che contempla le virtù divine disseminate nel mondo. Lo scettro di vetro non è una risorsa di sovranità, ma una protesi tecnica che maschera la nostra attuale caduta.

L’analisi contemporanea descrive un’epoca in cui l’esperienza sembra acquisire valore soltanto se esposta.

Ogni emozione si traduce in contenuto; ogni indignazione in shitstorm; ogni frammento di vita in story, a patto che assomigli il meno possibile alla propria giornata e il più possibile a una pubblicità Dolce&Gabbana fatta in casa, per rappresentare, a colpi di editing, il meno possibile della propria naturalezza e il più possibile il proprio essere un brand che non compra nessuno ma che fa perdere tempo a chi lo guarda.

Oramai la storia dell’amico è uno spot in mezzo a un film che ci piace ma che dobbiamo pagare con il pegno della tolleranza verso le pantomime degli amici.

Il Conte della Mirandola resterebbe sbalordito da questa metamorfosi dell’amicizia. Per lui, formatosi alla scuola di Marsilio Ficino, l’amicitia era il vincolo più alto dopo l’amore divino – un patto intellettuale tra spiriti che si riconoscono nella ricerca del Vero, non uno spettacolo da algoritmi.

Pico, che concepì l’uomo come “camaleonte metafisico”, vedrebbe nei nostri “amici digitali” non più mediatori di sympathia cosmica, ma narcisi che si specchiano in bolle opache. L’antica philia aristotelico-ciceroniana si è ridotta a like istantanei: dalla substantia animae al simulacro pixellato. Se lo si vuole meno pixellato, basta mettere, nelle impostazioni, le coordinate della carta.

Questa immediatezza del pagamento per sempre, dell’abbonamento fino a quando ti ricordi di disdire – questa sì che è la forma più concreta di legame con il destino. Di certo non una magia naturale, ma una magia della visura camerale… Sì. La dignità dell’uomo cede il passo a quella dell’utente.

Pico, maestro di retorica e disputationes pubbliche, riconoscerebbe l’antica passione per la gloria, ma resterebbe sorpreso dalla sua monetizzazione algoritmica. L’empatia quantificata attraverso il “like” funge da certificato di esistenza. L’industria digitale capitalizza la necessità di riconoscimento, offrendo micro-dosi di approvazione che dispensano una buona coscienza immediata.

Egli forse direbbe che la parola, nata per ascendere verso il vero, si è convertita in strumento di autoaffermazione istantanea. Tuttavia, con humour trattenuto, potrebbe ammettere che l’umanità ha sempre amato specchiarsi; oggi lo specchio possiede una retroilluminazione accattivante. una severità parzialmente credibile. Lasciamo un piccolo scarto di tolleranza!

L’Io di oggi è, in ultima analisi, un Io “monolingue”: abita una bolla informativa plasmata dagli algoritmi che conferma solo i propri pregiudizi.

Al contrario, la dignitas pichiana si fonda su un rigoroso bilinguismo filosofico: la capacità di parlare simultaneamente la lingua di Platone e quella di Mosè, interrogando Arabi e Caldei senza annullare le differenze. Per Pico, la verità è un’immensità che esige la fatica di abitare più mondi. Rinchiudersi nella “sferizzazione” digitale significa abdicare a quel compito “cherubico” di guardarsi intorno (circumspicere), preferendo il riverbero azzurrino di uno schermo alla vertigine della pluralità.

La cultura della valutazione universale – recensioni, punteggi, “swipe” – riduce l’altro a oggetto classificabile. L’atto di giudicare diventa riflesso automatico.

Pico, formato alla disputa scolastica, conosceva l’arte del giudizio; tuttavia essa presupponeva argomentazione, lentezza, disciplina logica. Qui egli vedrebbe un’estensione del potere sanzionatorio a ogni individuo: ciascuno investito del diritto di assegnare stelle, di decretare successo o oblio.

Con elegante perplessità, potrebbe osservare che la dignità dell’uomo, fondata sulla possibilità di ascendere, appare ora misurata attraverso indici numerici. L’essere umano, creatura plastica e aperta all’infinito, viene trattato come prodotto da carrello.

Sbaglieremmo a leggere l’invocazione pichiana alla “pace” come un idilliaco esercizio accademico. Quel brano del Discorso, dettato con concitazione febbrile nel novembre del 1486, nasce da una ferita ancora aperta: il Mirandolano aveva vissuto sulla propria pelle il “bestiale furore” del sanguinoso incidente di Arezzo.

Quando egli parla di “guerre civili in casa nostra”, non usa una metafora, ma prescrive un rimedio terapeutico a un Io che ha conosciuto l’abisso. La dignità, per Pico, non è un dono di natura, ma la faticosa vittoria della disciplina su una violenza che egli stesso aveva scatenato, contrapponendosi radicalmente al risentimento contemporaneo che trasforma la frustrazione in puro carburante politico.

Il testo descrive episodi in cui individui, percependosi umiliati, giungono a esercitare una violenza presentata come legittima, quasi redentrice. Una “potenza estatica” che restituisce per un istante il senso di dominio.

Pico, lettore di Plotino e della mistica cristiana, parlava di estasi come unione con il principio. Qui incontrerebbe un’estasi rovesciata: fusione con l’atto distruttivo. L’elevazione spirituale si tramuta in esplosione nichilistica.

Forse commenterebbe, con severità misurata, che l’indeterminazione ontologica dell’uomo comporta anche la possibilità della caduta. La dignità contiene in sé il rischio dell’abisso.

L’epoca attuale rende tale abisso visibile in tempo reale, amplificandone l’eco. Lo faceva capire già Guenther Anders in modo coerente rispetto alla sua biografia; lo fa capire oggi Eric Sadin con invettive dal buon costrutto; lo fa saturare in modo lacrimevole il divulgatissimo Galimberti, bravissimo a scrivere spartiti per canti del cigno in cui lui talvolta lui pare il cigno e gli spettatori brutti anatroccoli, per un nichilismo da accettare come fiaba horror, per grandi e piccini.

Spostiamo lo sguardo verso altri idealtipi: l’analisi contemporanea individua un culto del super-imprenditore tecnologico, figura prometeica che promette di oltrepassare i limiti biologici, di colonizzare pianeti, di digitalizzare coscienze.

Inutile fare nomi, basta guardare verso la parte più rumorosa e più kitsch della comunicazione occidentale.

Pico, affascinato dalla cabala e dalle gerarchie angeliche, potrebbe sorridere davanti a questa nuova pseudo-magia laica. Vedrebbe una versione secolarizzata dell’ascesa: l’uomo che desidera farsi dio attraverso l’ingegneria e le conferenze stampa.

E tuttavia avvertirebbe una differenza decisiva. Nell’Oratio, l’elevazione implicava purificazione, disciplina, contemplazione. Qui l’oltrepassamento si declina come accelerazione tecnica. L’antico desiderio di trascendenza assume la forma di un progetto industriale.

L’esito complessivo su scala umana generica sembra essere un conformismo democratico: nessun dittatore sovrasta dall’alto; una folla di micro-sovrani esercita quotidianamente il proprio diritto di giudizio, di esposizione, di indignazione – e ognuno reclama, con zelo, il suo diritto alla mediocrità. Forse Ortega y Gasset, nella Ribellione delle masse (1930), sarebbe d’accordo con noi: lì egli denuncia l'”iperdemocrazia” come ascesa dell’hombre-masa, figura che rifiuta ogni gerarchia interiore e impone i propri standard mediocri come legge universale, pretendendo dal mondo — e ora dagli algoritmi — una soddisfazione immediata senza disciplina o ascesi.

Pico forse formulerebbe una diagnosi ironica: l’uomo, creato senza forma per poter ascendere, ha interpretato tale dono come licenza di auto-incoronazione. Un onanismo identitario.

Il centro del mondo si è ristretto fino a coincidere con il perimetro del salotto domestico. La luce dell’intelletto agente si è trasformata nel riverbero azzurrino di uno schermo.

E tuttavia, fedele alla propria visione, egli lascerebbe intravedere una possibilità: se la dignità consiste nella capacità di scegliere la propria forma, allora anche l’epoca dell’Io tiranno custodisce una via di risalita.

L’ultima possibilità di riscatto per l’individuo monadico risiede forse nel recupero dell’azzardo di Enoch, trasfigurato nell’angelo Metatron. Ma non si tratti di un’ascesa a buon mercato.

Pico ci ricorda che la vera metamorfosi esige la contemplazione cabalistica, la “morte di bacio” dei cabbalisti: l’annullamento dell’ego tirannico per fondersi con l’Assoluto.

In un’epoca che ci invita a cambiare vorticosamente opinioni, post e profili, Pico ci sfida invece a mutare sostanza.

Diventare Metatron significa rinunciare alla sovranità in pantofole per ritrovare quel centro dell’unità dove l’uomo, superando ogni immagine, cessa di essere uno zimbello del tempo e riscopre la sua divina, indefinita libertà.

Ma per fare ciò è richiesta una profondità spirituale indefessa e che scongiuri in modo severissimo ogni auto-referenzialità, sia in quanti singoli, sia in quanto confessioni di ogni tipo.

Vogliamo concludere in modo vertiginosamente più tranquillo rispetto a quanto fatto finora. Ci proviamo.

Dobbiamo ricordare un dato elementare: il Pico dell’Oratio aveva ventitré anni. Ventitré. Un’età in cui, per quanto prodigiosi, si è ancora attraversati da slanci, ardori e una certa compiaciuta audacia. E lui, va detto, non era nemmeno privo di fascino.

Nel nostro recupero, dobbiamo immaginarci anche il brio del suo sguardo sul mondo e carpirne un’ispirazione e una volontà di essergli amici postumi, presentandogli, come per scherzo, questi nostri tempi, sia per farlo ridere che per rabbrividire.

Il tributo più giusto che possiamo rendergli non è soltanto inchinarci davanti alla poderosa qualità del suo pensiero, ma anche concedergli un margine di leggerezza. Perché, diciamolo, ci siamo fatti trascinare: abbiamo preso molto sul serio ogni sua torsione argomentativa, ci siamo lasciati ipnotizzare dall’erudizione esoterica, dalla disinvoltura con cui convoca cabala, platonismo, teologia, magia naturale – come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

E non lo è. Altrimenti, come suggestivamente indagato dall’Università di Pisa nel 2018, il talentuoso ragazzo non sarebbe stato avvelenato mortalmente all’età di 32 anni, con una forte dose di arsenico.

Il fascino, il sapere, la gioventù e il saper comunicare alle volte vengono visti come problemi. Meno male, allora, che si sia dedicato precocemente a un lascito di cui possiamo ancora beneficiare.

Nel recuperare Pico, allora c’è sì un gioco, ma anche un tentativo: cercare di non avvelenarlo una seconda volta, relegandolo a cliché sull’umanesimo senza approfondimento. Abbiamo necessità di un itinerario “archeosofico” che cerchi nella genialità passata una controbilanciamento alla cretineria spumeggiante dell’oggi:

Stabilì infine l’ottimo artefice che a colui cui non si poteva

dare nulla di proprio fosse comune quanto apparteneva ai

singoli esseri. Prese perciò l’uomo, opera dall’immagine non definita,

e postolo nel mezzo del mondo così gli parlò: “Non ti abbiamo

dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio,

né una prerogativa peculiare, affinché tu avessi e possedessi,

come desideri e come senti, la dimora, il sembiante, le prerogative

che tu da te stesso avrai scelto. La natura degli altri esseri,

una volta definita, è costretta entro le leggi da noi dettate. Nel

tuo caso sarai tu, non costretto da alcuna limitazione, secondo il

tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho posto, a decidere su di essa. Ti

ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente,

guardandoti attorno, osservare quanto è nel mondo. Non ti

abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale.

perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te

stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che avrai preferito.

Potrai degenerare negli esseri inferiori, che sono i bruti;

potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori,

che sono divini”.

(Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate, § 5.)

 

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