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ANDREOTTI E I FANTASMI DI PECORELLI, DALLA CHIESA E SINDONA

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di Vito Sibilio

Nei processi ad Andreotti sono entrate alcune figure, dalla lugubre fine, usate per accrescere il capitale accusatorio. Per una di esse, quella di Pecorelli, il Presidente si è fatto un processo apposito, da cui è uscito assolto. Per le altre due, ossia Dalla Chiesa e Sindona, si è molto e inutilmente inquisito a Palermo. Vale la pena, alla fine della mia piccola inchiesta sul Processo siciliano del politico romano, fare qualche annotazione su questi tre personaggi e le presunte connessioni criminali con l’illustre imputato.

  • Mino Pecorelli

L’origine dell’incriminazione di Giulio Andreotti per l’omicidio, ad oggi misterioso, di Mino Pecorelli sta nella testimonianza di Tommaso Buscetta, il quale sostenne che quel delitto venne commissionato dai Cugini Salvo per fare un favore al Presidente, che sarebbe stato preoccupato per alcuni documenti in possesso del giornalista. Rimango convinto che, compiuto l’omicidio dalla mafia per conto di chi aveva ordinato la morte di Moro, ossia il blocco sovietico, onde evitare che svelasse il ruolo di Licio Gelli, in qualità di agente doppio, in quell’intricato affare,  la falsa accusa contro Andreotti fosse pronta nei cassetti del KGB sin dai tempi del Compromesso Storico – Pecorelli morì assassinato il 20 marzo 1979 – per impedire ad Andreotti di proseguire nella collaborazione politica col PCI. Poi quella formula politica cessò di esistere – proprio il giorno della morte di Pecorelli – e lo scandalo non fu necessario. Ho espresso questa convinzione da queste colonne di recente e non ci ritorno. Mi limito a constatare che la calunnia contro Andreotti – poi assolto nel relativo procedimento – venne ripresa da un anonimo telefonista, significativamente, con Luciano Violante il quale, ancor più significativamente, lo fece sapere a Scarpinato a Palermo. Per strade traverse tale accusa venne perciò posta sulle labbra oracolari di Buscetta, o perché qualche inquirente italico infedele alla legge volle che si esprimesse in tal senso per influenzare l’inchiesta su Andreotti, o perché le carte d’Oltrecortina, giunte a Washington dopo la loro messa in saldo in seguito alla caduta del Muro, fornirono ispirazione ai servizi americani. Ma quali furono i reali rapporti tra Pecorelli e Andreotti?

Il giornalista fu sempre molto critico nei confronti del politico romano, a volte inventando di sana pianta e altre analizzando spietatamente scelte e motivi della politica andreottiana, compreso l’atteggiamento nel caso Moro. Nell’ottobre del 1977, tuttavia, prima l’Osservatorio Politico di Pecorelli – il 14 del mese – poi “Il Secolo d’Italia” lanciarono la notizia per cui Andreotti era coinvolto in un giro di assegni per due miliardi provenienti da un anonimo benefattore. Data la vicinanza di Pecorelli agli ambienti ostili al Compromesso Storico, era un atto di killeraggio politico. Andreotti smentì e la faccenda finì là. Poi il Presidente ebbe vaga notizia da Franco Evangelisti del presunto intento di Pecorelli di tornare sul tema nel 1979, ma Andreotti, preso dalla crisi ministeriale che avrebbe ineluttabilmente posto fine alla Solidarietà Nazionale, non diede peso alla cosa. In quei frangenti, alla vigilia della pubblicazione di un dossier su Gelli e il Caso Moro, Pecorelli fu assassinato. Gelli stesso sarebbe andato sotto inchiesta ma sarebbe stato poi prosciolto. Il 25 maggio 1993 Andreotti, saputo delle accuse che gli venivano rivolte sul caso Pecorelli, si recò alla Procura di Roma per spontanee dichiarazioni, pensando che il bandolo della matassa fosse nel tentato scandalo del 1977. Invece le circostanze erano diverse: si trattava sempre di assegni per tangenti, ma il firmatario sarebbe stato Nino Rovelli e i beneficiari Gaetano Caltagirone, Giuseppe Ciarrapico ed Ezio Radaelli. Quest’ultimo aveva ricevuto dal Governo Andreotti, negli anni settanta, aiuti per “Il Treno dell’Amicizia” e per “Il Cantagiro”, ma anche, per un’occasione politica, direttamente da Andreotti come uomo di partito. Infatti nel 1976, nel corso della campagna elettorale per il Campidoglio, abbinata a quella delle politiche, la DC incaricò Andreotti di organizzare spettacoli popolari per attrarre gli elettori ai comizi. Questi si rivolse proprio a Radaelli, che a sua volta avrebbe ricevuto una sovvenzione appunto da Rovelli. Su questo, stando all’anonimo telefonista torinese che parlò con Luciano Violante, Pecorelli aveva preparato un numero speciale di OP, che non andò in stampa per la sua morte e di cui egli aveva addirittura la copertina – che però non inviò al deputato comunista. Un numero che, stando all’ipotesi di accusa, Evangelisti avrebbe cercato, con successo, di bloccare, con una generosa sovvenzione. Vi sono però a tal proposito due rilievi: il primo è che, se la pubblicazione fosse stata bloccata, non si capirebbe l’intento omicidiario – che anzi, una volta realizzato, avrebbe implicato per forza un sospetto su Andreotti; il secondo, molto più sostanziale, è che il fantomatico numero di OP incriminato, ossia il 5 del 1979, venne in verità stampato e spedito alla Biblioteca Nazionale in due copie, dalle quali si evince che Pecorelli, invece che di Andreotti, parlava della stampa pornografica e dei magistrati lombardi che la proteggevano. Tale numero, creando imbarazzo al distributore, venne immediatamente tolto dalle edicole.

Venuto meno questo movente per l’omicidio Pecorelli, ad Andreotti si attribuì un altro interesse per uccidere il giornalista, ossia il fatto che egli avesse una versione più completa del Memoriale Moro e che volesse divulgarne le parti più imbarazzanti per il Presidente. In realtà, questa versione, fantasiosamente romanzata con una collaborazione tra Pecorelli e Carlo Alberto Dalla Chiesa nel cercare di divulgare quel testo tramite le BR detenute nelle carceri patrie – e quindi in contrasto con l’idea di darlo alle stampe – è stata smentita sia da Paolo Patrizi, collaboratore di Pecorelli, sia da Angelo Tateo, braccio destro di Dalla Chiesa, che dalla compagna del giornalista Franca Mangiavacca. Costei, del resto, come anche la sorella del defunto, Rosina Pecorelli, e Paolo Patrizi, hanno testimoniato l’avvicinamento di Pecorelli a quei settori dei servizi legati al Governo – e quindi ad Andreotti – dando voce alle loro ricostruzioni dei retroscena del Sequestro Moro. Perciò appare evidente che chi spense la voce di Pecorelli voleva rompere questo inedito sodalizio. Le percosse che precedettero l’omicidio lasciano intendere che i killer, prima di uccidere, vollero sapere chi fossero i nuovi referenti della loro vittima o cosa avesse appreso da essi, cosa incompatibile, ancora una volta, con un movente andreottiano del delitto.

  • Carlo Alberto Dalla Chiesa

Anche sulla morte del Generale Dalla Chiesa, avvenuta il 3 settembre 1982, io mi sono diffuso su queste colonne, affermando che egli fu ucciso perché sapeva che per tre volte le forze speciali, comprese quelle comandate da lui, avrebbero potuto fare un blitz in altrettanti covi terroristi per tentare la liberazione di Aldo Moro ivi detenuto, ma ne furono impediti dal Governo e soprattutto dal comando NATO, che, dopo la diffusione della notizia per cui Moro aveva svelato segreti militari alle BR e ai servizi dell’Est che le manovravano, avevano assunto il comando delle operazioni per la ricerca del Prigioniero. In quei frangenti gli investigatori cercavano innanzitutto il Memoriale – che infatti Dalla Chiesa rinvenne poi a Milano in Via Monte Nevoso il 1 ottobre 1978 – e poi temevano che un insuccesso dell’operazione causasse la crisi di Governo e l’ascesa del PCI. Cosa paventata anche in seguito alla liberazione di un Moro particolarmente livoroso verso la DC e il Governo. Mi sono diffuso anche sull’idea che Dalla Chiesa avesse una versione più completa del Memoriale Moro e che venisse ucciso per sottrarglielo (infatti mentre veniva assassinato la sua cassaforte venne svuotata), affermando che Andreotti non poteva essere tra gli interessati a compiere tale azione. Su questo torno brevemente mettendo in fila un paio di osservazioni. Quando Dalla Chiesa ispezionò il covo brigatista di Via Monte Nevoso a Milano, ci stette talmente a lungo coi suoi uomini che, se già dal 1979 qualcosa fosse stato conservato dalle BR dietro i pannelli a parete, egli l’avrebbe ritrovata. In effetti tutto quello che venne rinvenuto fu portato in caserma e, per logica, mostrato anche al Presidente del Consiglio. Ora, quando i documenti vennero restituiti agli inquirenti, i testimoni notarono che le carte che rientravano erano visibilmente diminuite e ne dedussero una censura delle autorità. Sotto la pressione della stampa, a cominciare da OP di Pecorelli, alla fine il Governo, il 17 ottobre del 1978, pubblicò il Memoriale intero. Si è preteso che ancora altre pagine fossero state occultate e si è aperto un dibattito su quello che Dalla Chiesa avrebbe portato ad Andreotti e trattenuto per sé. A tale proposito vi fu discordanza tra le dichiarazioni di Andreotti, che negò sempre queste circostanze, e quelle di Franco Evangelisti, il quale, in un interrogatorio del 21 settembre 1993, reso drammatico dalle condizioni fisiche in cui versava per l’ictus da cui era stato colpito, e di cui non poté firmare il verbale a causa della semiparalisi, affermò di aver ricevuto a casa, a notte fonda, Dalla Chiesa che gli portava le copie del Memoriale Moro appena rinvenute per consegnarle al Presidente del Consiglio. Ora, a parte che sia la moglie di Evangelisti che la segretaria Wilma Raimondi lo hanno smentito, rimane il fatto che, così come il teste descrisse il plico preso in consegna dal Generale, esso corrispondeva, in dimensioni, a quello che era partito da Milano. Ossia, Dalla Chiesa non trattenne nulla per sé. Perciò Andreotti o chiunque altro non avevano nulla da recuperare dal Generale. Inoltre, appare strano che Dalla Chiesa, che aveva accesso immediato ad Andreotti, abbia consegnato ad Evangelisti e non a lui un documento tanto delicato. Ma c’è una cosa che taglia la testa al toro. Quando il Memoriale intero ricomparve il  10 ottobre 1990, Andreotti, saputo, senza leggerlo, che trattava di Gladio, inviò in Commissione Stragi un documento sul tema. Resosi conto che nel Memoriale si parlava di meno cose di quelle che lui aveva comunicato al Parlamento, si fece restituire il documento e lo fece secretare. Questo dimostra che Andreotti non aveva mai letto il Memoriale intero. E anche se ipotizzassimo che la versione di quell’anno fosse una intermedia, per lunghezza, tra quella del 1979 e quella del fantomatico testo andreottiano – che quindi sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa o a lui sottratto – sarebbe davvero inconcepibile che coloro che fecero uscire il testo moroteo nel 1990 e che evidentemente lo avevano completo, avessero deciso di rendere noto una versione ancora una volta mutilata, quando il danno che avrebbero potuto infliggere alla DC sarebbe stato maggiore.

Hanno destato stupore le dichiarazioni di Maria Antonietta Setti Carraro, suocera del Generale Dalla Chiesa, e ancor di più la loro confutazione abilissima da parte della difesa di Andreotti. Le carte di Moro furono ritrovate nell’ottobre del 1978 e il Generale conobbe Emanuela Setti Carraro nel maggio del 1979. Secondo la suocera, il Generale sarebbe andato a Roma con tali carte solo nel 1979 o addirittura nel 1980, contro ogni verosimiglianza logica, su richiesta di Andreotti, per conferire su tali carte e, in quella data tanto distante, gliele avrebbe consegnate solo in parte. Tale cosa sarebbe stata svelata alla madre dalla allora fidanzata del Generale, Emanuela, anche questo poco credibilmente, data la delicatezza del tema, piuttosto diverso da quelle che possono essere le confidenze matrimoniali. Più plausibilmente, alla moglie il Generale svelò cose “tremende”, che la ragazza, per sua ammissione, non poteva svelare e che, quindi, non si sa se si riferissero ad Andreotti, mentre mai riferì giudizi negativi del marito sul politico romano. Inoltre, Maria Antonietta Setti Carraro dichiarò che, nel 1980, Dalla Chiesa le confessò che al Governo c’era un uomo di cui non si fidava. La teste, in due diverse deposizioni, aggiunse l’identità di tale uomo solo nella seconda, identificandolo con Andreotti, con una amnesia incomprensibile, data la dimestichezza che lei aveva con il personaggio – come tutti, del resto. E soprattutto prendendo una scivolata clamorosa, visto che Andreotti nel 1980 non era al governo. Evidentemente l’aura negativa che avvolse Andreotti dopo l’omicidio Dalla Chiesa influenzò i ricordi di una madre addolorata.

Credo sia invece plausibile che Dalla Chiesa avesse conservato materiale documentario sul Caso Moro, al quale persone non identificate potevano essere interessate. Carte tenute gelosamente e poi diventate quelle che non erano state date “ad Andreotti”, inteso come simbolo dello Stato, senza che questo significasse che lui o altri ne conoscessero l’esistenza, almeno non subito. Di certo nella cassaforte del Generale, aperta mentre egli era ucciso, c’era qualcosa di molto importante, tanto che l’omicidio e il furto furono perfettamente concomitanti.  Ma, date le conoscenze profonde che Dalla Chiesa aveva del Caso Moro, i potenziali assassini e ladri potevano essere tantissimi: qualunque Capo di Governo, ministro degli Interni, degli Esteri o della Difesa dell’Italia – se accettiamo che si potessero usare certi mezzi per recuperare materiale scottante – ma anche i servizi segreti, italiani e stranieri, della NATO e del Patto di Varsavia. Anzi, più i Governi erano atlantisti – e quello Spadolini, sotto cui Dalla Chiesa fu ucciso, lo era molto di più di quelli della Solidarietà Nazionale – più, seguendo questa logica distorta, dovrebbero essere sospettati. Eppure fu Andreotti e non Spadolini ad andare sotto inchiesta per l’omicidio. Di certo, chi derubò il Generale non era chi lo uccise. Non sarebbe stato saggio far passare carte delicate, di cui si voleva mantenere il segreto, nelle mani della Cupola, che in cambio avrebbe chiesto chissà cosa e avrebbe tenuto i committenti del crimine legati a sé per sempre. Evidentemente i ladri sapevano che la mafia avrebbe ucciso Dalla Chiesa, che le aveva già inferto colpi importanti, anzi la esortarono a farlo, ma è del tutto impossibile che le abbiano spiegato le ragioni per cui anch’essi lo volevano morto. Anche per questo è assurdo immaginare un omicidio commissionato da Andreotti a Cosa Nostra.

In quanto poi all’altro possibile movente che Andreotti avrebbe avuto nell’omicidio del Generale Dalla Chiesa, lo si è cercato nel colloquio tra i due, nel corso del quale il designato Prefetto di Palermo avrebbe fatto sbiancare il politico romano dicendogli che non avrebbe avuto riguardi nemmeno per la sua corrente nel corso della sua indagine. Su questo colloquio, descritto nel diario segreto del Generale, nel quale egli simulava sempre di parlare con la moglie defunta, si aprì all’epoca una diatriba surreale. Fernando Dalla Chiesa sostenne la sua veridicità, mentre Andreotti lo negò, considerandolo un artificio letterario. In realtà, se il colloquio fosse avvenuto, avrebbe dimostrato una grande stima di Dalla Chiesa verso Andreotti, che veniva così allertato su eventuali scandali, senza temerne le contromisure. Ma, quand’anche Dalla Chiesa avesse trovato che gli andreottiani siciliani erano fradici, non c’era bisogno che l’ordine di ucciderlo partisse da Roma, in quanto a Palermo si sarebbero mobilitati prima. Piuttosto, chi fu più colpevole della morte di Dalla Chiesa a Roma: Andreotti o Spadolini e Rognoni che, dopo avergli promesso ogni sostegno, di fatto lo lasciarono solo? Il Generale, in cento giorni a Palermo, aveva vibrato già colpi duri alla mafia. Ce n’era già per dargli più mezzi e protezione, che però non giunsero in tempo. Eppure, giustamente, nessuno ha pensato di inquisire né il Presidente del Consiglio che il Ministro degli Interni. Fu invece Andreotti a consigliare al Generale di dotarsi di un corpo speciale prima di andare in Sicilia, simile a quello creato dal Presidente durante il suo governo per la lotta al terrorismo e affidato proprio a Dalla Chiesa, e poi sciolto alle sue dimissioni. Ma così non fu. Del resto, fosse stato per Andreotti, Dalla Chiesa in Sicilia non sarebbe mai stato mandato, perché, come scrisse nella rubrica Block Notes da lui tenuta su un famoso settimanale, l’emergenza criminale del momento era in Campania e in Calabria, con la camorra e la ‘ndrangheta. Un altro elemento su cui riflettere.

  • Michele Sindona

Per queste colonne, nell’articolo “Dal Crack Sindona all’Attentato a Wojtyła”, ho già fatto una ricostruzione della tumultuosa ascesa e della repentina caduta di Michele Sindona, accadute la prima sotto le insegne dei servizi britannici e la seconda per impulso di quelli sovietici. Il Banchiere di Patti fece la guerra fredda con la finanza, al servizio dei più oltranzisti anticomunisti in Italia, Europa e America, fino alla Cina di Chiang Kai-Shek. Furono gli inglesi a proteggerlo nel tentativo di realizzare il grande disegno di una concentrazione finanziaria italiana antitetica a quella gravitante attorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia. Il nuovo polo doveva entrare in una costellazione politica fatta dal Vaticano, dalla DC andreottiana e fanfaniana e dalla massoneria piduista, in contrapposizione alla galassia di poteri che sosteneva Cuccia e in cui si trovavano l’altra parte della sinistra DC, il PRI, il PCI, la Confindustria delle grandi famiglie del capitalismo italico e la massoneria della Loggia CAMEA. E fu Nixon in America – lui presidente non massone e quindi debole –  ad usare Sindona contro la consolidata finanza mondialista progressista. Fallito il progetto italiano, i britannici lo mollarono e iniziò il suo declino. Lo stesso avvenne in America, in concomitanza con la caduta di Nixon e del Watergate, palazzo costruito proprio da Sindona. Premesso questo, senza il quale nulla si capisce, va rammentato che Sindona dapprima intessé relazioni con gli inglesi, poi con la mafia e con i famosi Cinquecento – che più della mafia furono alla base della sua fortuna – dopo con il Vaticano, indi con Nixon e solo alla fine con Andreotti. Inoltre, nella DC, non aveva solo relazione con il politico romano, ma anche con Fanfani. Quando poi vi fu il tracollo misterioso delle banche sindoniane, con un duplice ammanco che difficilmente si può addebitare al solo avventurismo del proprietario, il trasloco della vicenda umana del bancarottiere dalla finanza al crimine fu una scelta sua, non certo di Andreotti. A tale proposito, nell’istruttoria emersero ben chiare alcune cose.

La prima è che, se da un lato Andreotti fu sempre attento alle vicende di Sindona in rovina (persino il fido Evangelisti fu mandato in missione negli USA ad incontrarlo mentre era latitante per la giustizia italiana), dall’altra nessuna azione, tantomeno illegale, può essere ricondotta a lui nel salvataggio della Privata Italiana. Fu Rodolfo Guzzo, avvocato di Sindona, a presentare, nell’autunno del 1978, un piano di salvataggio delle banche sindoniane. Il piano fu sottoposto a Gaetano Stammati, ministro dei Lavori Pubblici, confratello piduista di Sindona ed ex presidente della COMIT. In effetti al Tesoro vi era La Malfa, ostile a Sindona e poco incline a studiare quell’incartamento. La cosa fu rinfacciata ad Andreotti, ma, nonostante il Presidente passasse per amico del Banchiere, nonostante Stammati fosse nella P2 come Sindona, il piano non passò. Gli sforzi di Evangelisti su Mario Sarcinelli, vice direttore della Banca d’Italia, e di Stammati su Carlo Azelio Ciampi, direttore generale, come anche quelle su Paolo Baffi, governatore, non servirono. Ambrosoli, che pure aveva caldeggiato una soluzione politica, non la condivideva e nemmeno buona parte dell’establishment politico finanziario. Non bastarono nemmeno le pressioni di mezza Italia, come disse La Malfa, e di Oltreoceano. Tutto questo dimostra che Andreotti, senz’altro condizionato dalla maggioranza politica che presiedeva, si mantenne sostanzialmente neutrale, cambiando quell’atteggiamento più  benevolo che aveva avuto per Sindona quando presiedeva governi centristi agli inizi degli anni settanta. Fu dunque un fatto politico, e non morale o giuridico, che impedì il salvataggio sindoniano a spese dello Stato. Lo dimostra il fatto che altri piani di salvataggio bancari, simili a quello di Sindona, come quello per il Monte Paschi di Siena voluto da Mario Monti, sarebbero in seguito stati approvati senza troppe opposizioni dei potentati della finanza italiana. Il caso Sindona, se doveva essere un ennesima bomba sul percorso della Solidarietà Nazionale, fu disinnescato dall’indifferenza andreottiana verso l’antico sodale. Anzi, Andreotti auspicò la pubblicità della Lista dei 500, che invece Sindona continuava a tenere celata. La faida finanziaria proseguì con l’incriminazione di Sarcinelli e Baffi per la SIR di Nino Rovelli, nel marzo 1979, quando oramai la Solidarietà Nazionale era finita e l’eterno Giulio presiedeva uno stanco tricolore centrista per preparare le elezioni. Arrestati – si disse dalla magistratura andreottiana – furono prosciolti. Dal canto suo Andreotti si difese dinanzi alla Commissione Parlamentare Sindona nel 1984, presieduta da Francesco De Martino, e fu prosciolto anche lui.

La seconda cosa riguarda le telefonate ricevute da Giorgio Ambrosoli tra il 28 dicembre 1978 e il 12 gennaio 1979, in particolare le due del 9 gennaio 1979, fatte – a quanto sembra – dal mafioso Giacomo Vitale, in cui quest’ultimo dice esplicitamente all’Avvocato che Andreotti – ed Enrico Cuccia – lo accusano di essere responsabile della mancata soluzione della questione sindoniana e lo invita a recarsi a New York per incontrare il bancarottiere, onde evitarne l’estradizione mediante un confronto documentale. Il 12 gennaio 1979 lo stesso telefonista rinfacciò ad Ambrosoli di aver registrato le conversazioni e lo minacciò di quella morte che lo colpì  l’11 luglio successivo. Da qui l’equazione che Sindona abbia mandato ad ammazzare Ambrosoli il killer William Joseph Aricò e l’insinuazione che ciò sia avvenuto col benestare andreottiano. Ora, a parte che quell’omicidio causò l’estradizione di Sindona – che come abbiamo visto non voleva rientrare in Italia ma che fu costretto a farlo per gli accordi conclusi con gli USA sui latitanti concluso proprio da Andreotti, divenuto ministro degli Esteri – sarebbe l’unico caso di un simile crimine i cui mandanti sono indicati a telefono da chi lo minaccia. E sarebbe anche l’unico caso in cui chi fa tale minaccia non ha nemmeno sentore di poter essere registrato. Talmente tanti indizi verso Sindona, da essere sospetti. Tanto più che le ombre del dubbio si sono addensate su Andreotti, ma non su Cuccia, pur nominato come scontento dell’operato di Ambrosoli. Ci aggiungiamo che Aricò ammise con l’Avvocato di Sindona che non era stato questi il mandante dell’omicidio dell’Avvocato ma che morì in circostanze poco chiare prima di poter deporre in dibattimento, e abbiamo la trappola perfetta. Da questo omicidio venne l’estradizione di Sindona, la scoperta della P2 il 17 marzo 1981  e la disarticolazione dei servizi segreti italiani alla vigilia dell’attentato al Papa, il 13 maggio di quell’anno.

La terza cosa riguarda Angelo Siino,  il quale, nel corso della latitanza siciliana di Sindona, sostenne di averlo udito telefonare ad alta voce ad un misterioso interlocutore, al quale ad un certo punto, avrebbe rivolto questa apostrofe: “Giulio, non puoi farmi questo !”, senza rammentare altro della conversazione. Strana telefonata che, sebbene ad alta voce, lascia impresso un nome ammiccante ma non il contenuto. Non a caso nelle sentenze non se n’è tenuto conto.

La quarta cosa riguarda la morte di Sindona, che il giorno prima era stato condannato per l’omicidio di Ambrosoli. La ricostruzione più in voga, che esula dal processo Andreotti, è che Sindona avesse chiesto a potenti amici di passargli una dose di cianuro in carcere, onde simulare un avvelenamento e ottenere un trasferimento in altra sede, più consona alle sue necessità. La cosa è più che plausibile, perché Sindona, sorbito il caffè al cianuro, non sputò l’intruglio, pur riconoscendone il sapore, ma lo deglutì per poi proclamare agli astanti il suo avvelenamento. Purtroppo per lui la dose era stata letale, in quanto i fornitori volevano farlo uscire dal carcere, ma nella bara. Meno condivisibile l’idea che il fornitore sia stato Andreotti. Sindona, appena condannato, avrebbe fatto appello e, alla luce di quanto detto, non avrebbe avuto difficoltà a farsi assolvere. Per cui appare più logico che, a farlo avvelenare, siano state le stesse persone che avevano fatto ammazzare Ambrosoli e poi Aricò. Persone che forse Sindona conosceva e di cui non sospettava. Comunque, anche se non si accetta questa ricostruzione, il bancarottiere aveva tanti e tali amici, che pensare al solo Andreotti come interessato eventualmente a chiudergli la bocca appare poco più di una illazione. A volerlo morto potevano essere innanzitutto i veri mandanti dell’omicidio Ambrosoli. Poi tutta una serie di politici, finanzieri, banchieri e servizi italiani e stranieri che temevano quello che Sindona poteva dire e fare, ma anche su questo ho detto la mia nell’articolo citato e dedicato al bancarottiere. Ridurre tutto al solito Andreotti, anche se amplificato dal mainstream, era davvero troppo e infatti questo omicidio fu uno dei pochi che non si tentò di addebitare al Presidente nel suo processo palermitano. Una cosa però va notata: sia Sindona che Andreotti vissero dei processi in cui i collaboratori di giustizia vennero gestiti in primis negli USA, collaboratori a cui venne garantita ogni immunità, purchè, oltre ogni verosimiglianza, facessero ricadere sempre e comunque ogni cosa sugli imputati, anche se con una storia personale e penale molto molto diversa.  Mentre colpisce che, dei tre fantasmi citati, tutti piduisti, l’iscrizione alla Loggia gelliana venga rinfacciata come peccato originale al solo Sindona, che vi approdò tardi, mentre venga di solito sottaciuta per gli altri due.

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